A che punto siamo sui test sierologici per il coronavirus?

I test sierologici devono valutare la presenza o meno di anticorpi nel tuo sangue e permettere di capire se sei immune al SARS-Cov-2 oppure no. In circolazione ci sono già quelli rapidi, ma non sono considerati molto affidabili. Ne avrai comunque sentito parlare a proposito di “patente di immunità” e “fase 2”.
Giulia Dallagiovanna 23 Aprile 2020
* ultima modifica il 27/08/2020

Test sierologici è forse il termine che sentirai nominare più spesso in questi giorni, assieme a "fase 2" e "patente d'immunità". Il loro scopo è quello di capire se una persona ha sviluppato oppure no gli anticorpi per il coronavirus e se dunque possa, almeno per il momento, non rischiare più di venire contagiato. In giro, se ne trovano già tantissimi e, di nuovo, sembra che ogni regione si stia organizzando un po' come ritenga più opportuno. Sul tema è intervenuto però il Consiglio superiore di sanità che ha stabilito criteri ben definiti perché il risultato del prelievo possa essere considerato valido.

Domenico Arcuri, invece, che avrai sentito nominare come il commissario straordinario per l'emergenza, ha bandito una gara i cui tempi sono molto ristretti: entro il 29 aprile verrà infatti firmato un contratto con il vincitore per la fornitura di 150mila test che permetteranno di effettuare un'indagine a campione sulla popolazione italiana, con il fine di capire quanto si sia davvero esteso il contagio da SARS-Cov-2. Secondo le previsioni, i risultati dovrebbero arrivare attorno alla seconda o alla terza settimana di maggio.

Cosa sono

I test sierologici consistono in un semplice prelievo sangue da una vena del braccio, esattamente come le analisi di routine. Il contenuto della provetta verrà poi analizzato in laboratorio per valutare se vi sia o meno la presenza degli anticorpi per il virus in questione.

Più nel dettaglio, quando il tuo organismo viene in contatto con un antigene esterno, come può essere appunto il SARS-Cov-2, produce delle immunoglobuline, molecole che vengono coinvolte nella risposta immunitaria contro la minaccia. All'inizio compaiono però le IgM, che servono a fornire una prima difesa mentre l'infezione è in fase acuta. A mano a mano che i giorni passano, si riduce anche la concentrazione di IgM, che vengono sostituite dalle IgG. Una volta sconfitta l'infezione, nel tuo sangue saranno presenti meno anticorpi, ma le IgG rimaste saranno specifiche per quel virus e conserveranno la memoria immunitaria. Fino a quando questa durerà, tu sarai immune al Covid-19.

Il test serve dunque per capire se il tuo organismo sia già entrato in contatto con il virus e se abbia sviluppato o meno le immunoglobuline. In alcuni casi possono poi ricercare le IgA, un tipo di molecola che si può trovare anche nella saliva e sulla superficie delle mucose del tuo apparato respiratorio.

Test rapidi vs. prelievi

In questo momento in commercio si trovano già test sierologici rapidi, che possono fornire il responso nel giro di una decina di minuti. Funziona in modo simile alla misurazione della glicemia, cioè tramite una puntura sul polpastrello dal quale deve uscire una piccola goccia di sangue. Il siero viene poi depositato nel tester, che non è altro che una sorta di piccola scatola di plastica, dove sono contenuti dei reagenti. Una linea indica se il risultato  è valido o meno, mentre le altre compariranno per specificare se il test è negativo o se sei positivo alle IgM o alle IgG. Questi strumenti non sono però considerati molto affidabili e dunque non vengono presi in considerazione dal ministero della Salute.

I test sierologici rapidi danno il risultato in una decina di minuti, ma non sono considerati affidabili

Quelli che si effettuano attraverso il prelievo, invece, restituiscono il risultato in un paio di ore e, come ti spiegavo prima, vengono analizzati in laboratorio. Quindi in modo più accurato.

La differenza con il tampone

Il tampone naso faringeo è l'esame a cui devi sottoporti per accertare se hai contratto o meno il SARS-Cov-2. Si tratta di un prelievo di muco dal tuo naso che, se risulta positivo, conferma la presenza del patogeno ancora nel tuo corpo. In quel momento sei quindi infetto e potenzialmente contagioso per le altre persone. Non è detto che starai per sviluppare il Covid-19, perché quella è la malattia vera e propria con febbre e tutto il resto, mentre tu potresti restare anche asintomatico. In ogni caso, fino a quando il test non darà un responso negativo, dovrai rimanere in isolamento ed evitare il contatto con chi ti sta attorno.

A differenza del tampone, il test sierologico non mira a capire se sei ancora infetto, ma la storia pregressa della tua esposizione al virus. In poche parole, ti dice se lo hai contratto in precedenza e se hai sviluppato gli anticorpi in grado di contrastarlo in caso l'agente patogeno tornasse ad attaccarti. Quanto in precedenza? Non lo si può ancora sapere con certezza, perché dipende da quanto tempo dura l'immunità che si acquisisce. E si arriva dunque a un punto cruciale.

Quanto dura l'immunità?

Questa è una domanda fondamentale, perché da questa risposta dipende la buona riuscita o meno di un vaccino e, in secondo luogo, anche l'eventuale valutazione di istituire una patente di immunità, sulla quale per la verità gli esperti sono piuttosto scettici. E la realtà è che ancora non lo sappiamo.

Per quanto riguarda gli altri coronavirus, come quelli che possono causare il comune raffreddore, sembra che questo tempo corrisponda ad almeno un anno. Se così fosse, potrebbe essere una buona notizia, perché si potrebbero organizzare campagne vaccinali simili a quelle dell'influenza, per la quale devi sottoporti all'immunizzazione ogni inverno. Se invece risultasse inferiore, potrebbe essere un problema non di poco conto. Difficile infatti immaginare un mondo dove miliardi di persone devono fare un vaccino ogni tre o quattro mesi.

Lo scopriremo solo stando a guardare quello che accadrà nelle prossime settimane. Probabilmente i test dovranno essere ripetuti a distanza di mesi, per valutare meglio se e quando si perda la memoria immunologica contro il SARS-Cov-2.

Cos'è la patente di immunità

Ne avrai sicuramente sentito parlare in questi giorni in cui si comincia a pensare in modo concreto alla fase 2 e probabilmente avrai anche intuito di cosa di tratti. La patente di immunità sarebbe una sorta di certificazione che hai contratto il SARS-Cov-2, sviluppato gli anticorpi e che quindi non lo puoi più riprendere. C'è chi ha proposto di utilizzare questa discriminante per decidere chi potrà tornare al lavoro e chi no, quando inizieranno le prime riaperture.

In realtà, proprio come ti spiegavo prima, bisogna prima dimostrare per quanto tempo duri questa protezione, altrimenti si rischierebbe di abbassare la guardia troppo presto. Non solo, ma è molto elevato il rischio di creare delle disuguaglianze sociali tra chi è immune, e quindi riabilitato alla vita normale, e chi invece deve continuare a rimanere a casa. E queste decisioni potrebbero anche avere delle ripercussioni sullo stipendio o su un eventuale licenziamento.

Lo studio epidemiologico

L'indagine a campione che verrà effettuata a cura del Consiglio superiore di sanità è importante non tanto per sapere a chi consegnare la patente di immunità, quanto per avere una fotografia più precisa di quale sia la situazione italiana. Queste le principali domande a cui si dovrà rispondere: quanti sono entrati in contatto con il nuovo coronavirus? Hanno tutti prodotto le IgG? Quante persone al momento risultano immuni al contagio?

Raccogliere questi dati sarà importante per sapere meglio come impostare il graduale ritorno alla normalità e soprattutto verificare come stanno davvero le cose, al di là dei tamponi effettuati, i cui criteri variano da regione e regione e non possono quindi restituire un quadro preciso, come ti spiegavamo a proposito della lettura dei dati ufficiali.

L'indagine prenderà in esame 150mila persone e darà un quadro completo della situazione coronavirus in Italia

Dovrebbe partire agli inizi di maggio e prenderà in considerazione un campione di 150mila persone. Naturalmente dovrà essere rappresentativo e dunque contenere tutte le fasce d'età, entrambi i generi, diverse provenienze e diverse storie cliniche di chi si sottoporrà al prelievo del sangue. È il primo studio di questo tipo e dunque è fondamentale.

I criteri di affidabilità

Come ti accennavo prima, è stata indetta una gara per capire quale test sierologico verrà impiegato in questa indagine. E naturalmente sono stati fissati dei criteri ben definiti per la valutazione. Il primo sarà specifico rispetto alla sostanza da prelevare: dovrà essere sangue venoso e non periferico, come accade per i test rapidi, perché più attendibile. E poi dovranno avere un'affidabilità del 95%, il che significa che su 100 esami effettuati, solo 5 responsi potranno essere errati.

Da un punto di vista pratico, è poi importante che possano essere utilizzati su ampia scala e che i tempi di esecuzione non siano troppo lunghi.

A che punto siamo

In questo momento stiamo più che altro aspettando. Alcuni test sierologici sono già disponibili, ma si tratta di quelli rapidi e quindi non del tutto affidabili. A questo proposito, fai anche molta attenzione ai siti internet che ti propongono di acquistare test fai da te: sono una truffa. Il consiglio migliore è quello di parlarne con il tuo medico e chiedere a lui un parere.

Nel frattempo, sembra che le regioni si stiano di nuovo organizzando in autonomia e quindi senza un protocollo nazionale comune a tutti. La Lombardia, ad esempio, si vuole iniziare una prima tranche di test concentrandosi soprattutto sulle province più colpite e quindi Bergamo, Brescia, Lodi e Cremona. Si utilizzerà probabilmente quello messo a punto dal Policlinico San Matteo di Pavia assieme all'azienda DiaSorin, che è anche il test di cui si è parlato più spesso in questi giorni.

In Emilia-Romagna potrebbe partire un programma simile, che verrebbe coordinato dalla rete sanitaria pubblica, escludendo dunque i laboratori privati che avevano provato ad attivarsi. La ragione è la necessità di seguire linee guida comuni e di garantire la massima sicurezza a pazienti e personale sanitario.

Un'altra prova di come il sistema sanitario dovrebbe essere davvero nazionale e non così frammentato.

Fonti| Ministero della Salute; Fondazione Veronesi; Fondazione policlinico Gemelli

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