A quali esami ti devi sottoporre per la prevenzione del tumore al seno? Risponde il dottor Panizza

A quale età è bene cominciare a sottoporsi ai controlli? E ogni quanto bisogna ripeterli? Sono domande molto importanti per prendersi cura di sé stesse. Il cancro alla mammella è la neoplasia più diffusa tra la popolazione femminile: oggi esistono terapie efficaci che possono aumentare le possibilità di sopravvivenza, ma resta fondamentale una diagnosi precoce.
Giulia Dallagiovanna 19 Ottobre 2020
* ultima modifica il 19/10/2020
Intervista al Dott. Pietro Panizza Primario dell’Unità di Radiologia Senologica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno, la neoplasia più diffusa tra la popolazione femminile. Secondo Airc colpisce più o meno 1 donna ogni 8. Anche tu hai, purtroppo, un certo rischio di svilupparlo. La buona notizia è che oggi esistono terapie in grado di guarire la patologia o di tenerla sotto controllo nel tempo e aumentare quindi le probabilità di sopravvivenza. È però molto importante che la diagnosi arrivi il prima possibile, quando la formazione maligna è ancora a uno stadio iniziale. Il dottor Pietro Panizza, primario dell’Unità di Radiologia Senologica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ci ha aiutato capire a quali controlli dovremmo sottoporci e quale età dovremmo cominciare.

Dottor Panizza, come prima domanda le chiedo subito a quale età sia bene cominciare a occuparsi di prevenzione del tumore al seno.

Dipende soprattutto dalla storia familiare. Se non si sono verificati casi di tumore alla mammella, allora si può cominciare dopo i 40 anni. Il sistema sanitario nazionale prevede un programma di screening mammografico gratuito, che comincia tra i 45 e i 50 anni, in base alle disposizioni della propria regione. Prima dei 49 anni si deve ripetere il controllo annualmente, successivamente si passa a una volta ogni due anni. Con questo sistema di monitoraggio siamo riusciti a ridurre la mortalità fino al 40%.

Il dottor Pietro Panizza. Credit photo: Ufficio stampa IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano 

In base alla storia personale, però, si può anche valutare di cominciare il percorso di prevenzione prima dei 40 anni. In questo caso bisogna procedere con l'ecografia, che non utilizza i raggi X, come invece la mammografia, che comporterebbero un rischio, sebbene molto ridotto, di favorire lo sviluppo di un tumore. Questo rischio è più elevato nelle pazienti giovani, mentre si riduce a partire dai 40 anni e, a mano a mano che l'età aumenta, diventa quasi nullo.

La mammografia dunque è l'esame principale, ne esistono altri a cui sarebbe bene sottoporsi?

La mammografia è l'unico esame che si è dimostrato in grado di ridurre la mortalità. È quello di riferimento, a partire dai 40 anni. Per le pazienti più giovani invece si usa l'ecografia, che, tuttavia, presenta dei limiti: prima di tutto il risultato dipende dall'abilità dell'operatore che esegue l'esame e poi esiste il rischio di avere dei casi falsi positivi. Infatti le immagini possono rivelarsi dubbie e la paziente deve essere sottoposta a ulteriori accertamenti, come l'agobiopsia mammaria. Approfondimenti che provocano stress e che la maggior parte delle volte dimostrano che le lesioni sono benigne.

Oltre all'età, esistono altri parametri che si devono tenere in considerazione?

Chi ha un seno ghiandolare dovrebbe sottoporsi a un'ecografia, oltre alla mammografia

Sì, bisogna valutare anche il tipo di mammella, che può essere prevalentemente ghiandolare e quindi molto densa alla mammografia, oppure composta in prevalenza da tessuto adiposo e, di conseguenza, radiotrasparente. Nell'80% dei casi l’aspetto mammografico del seno è una via di mezzo tra le due componenti, tuttavia, in caso di seno denso, potrebbe essere difficile riconoscere eventuali lesioni. Si calcola che in queste condizioni può risultare invisibile fino al 40%. In questi casi diventa importante sottoporsi anche all'ecografia mammaria. L'ideale sarebbe proprio unire i due esami nell'ambito della stessa visita. Alcuni studi infine hanno dimostrato che in futuro, in presenza di seno denso, potrebbe essere inserita nel percorso di screening per il tumore mammario anche la risonanza magnetica.

Chi è più a rischio di sviluppare un tumore al seno?

Le donne, soprattutto quelle che presentano un rischio ereditario, ovvero che hanno ereditato da uno dei genitori una mutazione genetica che espone all'insorgenza di un cancro. Le due mutazioni più conosciute sono Brca1 e Brca2, che aumentano il rischio di carcinoma mammario e dell'ovaio. Per loro il programma di sorveglianza può partire già dai 25 anni con risonanza magnetica che deve essere ripetuta ogni anno e non comporta rischio biologico.

Quando si dovrebbe dubitare di aver ereditato una di queste mutazioni genetiche?

Se in famiglia si sono già verificati due o tre casi di tumore al seno, soprattutto se in età giovanile, e quindi prima dei 40 anni, o se ci sono casi di tumore mammario maschile. Tutti questi elementi spingono il medico a ipotizzare la presenza di una mutazione genetica. A quel punto, la paziente viene invitata a sottoporsi al test genetico, che oggi è disponibile in modo molto più semplice rispetto a quanto accadeva in passato. In questo caso, la raccomandazione
è quella di rivolgersi a centri specializzati, quali le Breast Unit o Centri di Senologia, accreditati dalle varie Regioni.

Ci può spiegare come mai è così importante una diagnosi precoce?

La diagnosi precoce è importante perché potrebbe individuare le lesioni quando sono ancora piccole o comunque in uno stadio iniziale e meno dannose. Uno dei problemi del tumore alla mammella infatti è che può provocare mestasi a distanza, ad esempio ai linfonodi dell'ascella, che portano a una fase più avanzata della malattia. Lo scopo quindi è prevenire tutto questo, per consentire cure più leggere, interventi chirurgici minimi e per ottenere una prognosi più favorevole.

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