Aborto: cos’è e come si esegue l’interruzione volontaria della gravidanza

L’aborto è una procedura farmacologica, chirurgica o spesso anche spontanea che porta all’interruzione di una gravidanza in corso. In Italia è regolamentato dalla legge 194 che dal 1978 permette alle donne di bloccare una gestazione entro i primi 90 giorni dal concepimento.
Kevin Ben Alì Zinati 1 Luglio 2022
* ultima modifica il 10/07/2022

Quando senti parlare di aborto ci si riferisce a un processo farmacologico, chirurgico ma a volte anche spontaneo che comporta l’interruzione di una gravidanza.

Oggi, in Italia, l’aborto è una procedura volontaria. Con la legge 194 del 1978, infatti, ogni donna può decidere autonomamente il destino della propria gestazione: da più di 40 anni, insomma, può scegliere se stoppare o meno la propria gravidanza, a patto però che avvenga entro i primi 90 giorni dal concepimento.

Cos'è e come funziona l'aborto

Cos’è

L’aborto è l’interruzione di una gravidanza che, come ti spiegherò più nel dettaglio tra qualche riga, può avvenire in maniera volontaria attraverso due procedure diverse: un trattamento farmacologico oppure un intervento chirurgico.

Forse non lo sapevi, ma esiste anche l’aborto spontaneo. Un’interruzione di gravidanza, cioè, che avviene spontaneamente entro i primi 180 giorni della gestazione.

Con il 30% delle gravidanze potenzialmente a rischio, l’aborto spontaneo non è solo una condizione molto più diffusa di quanto potrebbe sembrare: si tratta anche di un evento spesso taciuto e di cui si tende a non parlare perché percepito ancora come un tabù.

La legge

In Italia, le donne possono scegliere di procedere con l’aborto a partire dal 1978. Da quando, cioè, è entrata in vigore la legge 194 che ha regolamentato casi, criteri e procedure necessarie per l’interruzione volontaria di una gravidanza.

Secondo questa legge, una gravidanza può essere bloccata solo se comporta un pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Nel momento in cui una donna decidesse di fare richiesta per l’aborto, è previsto un esame delle possibili soluzioni dei problemi insorti e un aiuto alla rimozione delle cause che porterebbero all’interruzione della gravidanza.

Verrebbe richiesta poi una certificazione in grado di stabilire le condizioni della donna in questione e poi, come spiega il Ministero della Salute, è previsto “un invito a soprassedere per sette giorni in assenza di urgenza, sia entro che oltre i primi 90 giorni di gravidanza”.

L’obiettivo primario della legge 194/78, infatti, è la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto attraverso la rete dei consultori familiari.

La legge, tuttavia, permette di richiedere e quindi praticare l’aborto anche dopo il novantesimo giorno di gestazione, quindi già nel secondo trimestre, a patto che la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna e “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”.

Il riferimento è a gravi patologie come tumori, cardiopatie gravi o condizioni come la rottura del sacco amniotico, malformazioni o malattie fetali che potrebbero mettere a rischio la salute fisica e/o mentale della donna. Quando è praticato oltre i 90 giorni di gestazione si parla di aborto terapeutico.

Nonostante l’interruzione volontaria di gravidanza sia un diritto riconosciuto ormai da diversi decenni, oggi non è comunque sempre garantito. Secondo l’associazione Luca Coscioni, infatti, 7 ginecologi italiani su 10 sono obiettori di coscienza mentre i numeri del rapporto “Mai Dati” sull’applicazione dell’aborto, aggiornati solo al 2019, hanno fotografato uno scenario ancora tristemente nebuloso.

Come si esegue

Sono due le tecniche per eseguire un’interruzione di gravidanza approvate oggi in Italia: una è quella farmacologica mentre l’altra prevede un intervento chirurgico.

Metodo farmacologico

L’aborto praticato mediante trattamento farmacologico si basa sull’assunzione del farmaco abortivo mifepristone (che potresti sentire chiamare anche come RU486) insieme a una prostaglandina, a distanza di 48 ore l'uno dall’altra.

Il mifepristone, che deve essere comunque prescritto da un medico e somministrato da parte di personale qualificato in ospedale o in un ambulatorio, ha lo scopo di di bloccare la produzione di progesterone, l’ormone femminile necessario al mantenimento della gravidanza.

La prostaglandine invece serve per indurre le contrazioni uterine e favorire l’espulsione dell’embrione.

Secondo quanto stabilito dal Ministero della Salute l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico può essere compiuta fino a 63 giorni pari a 9 settimane compiute di età gestazionale e presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché consultori, oppure day hospital.

Metodo chirurgico

Accanto al metodo farmacologico, che è quello tendenzialmente più utilizzato dalle donne, l’interruzione di gravidanza può avvenire anche per mezzo di un intervento chirurgico.

Effettuato in anestesia generale o locale per una durata di circa 10-20 minuti, l’intervento prevede la dilatazione del collo uterino e la successiva aspirazione del materiale ovulare dalla cavità uterina.

Fonti | Ministero della Salute; Fondazione Luca Coscioni 

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