Alzheimer, individuata una nuova molecola che potrebbe curare la demenza

Sviluppata una nuova molecola contro l’Alzheimer, che somministrata per via intranasale nelle fasi precoci della malattia, inibisce l’accumulo della proteina beta amiloide proteggendo i neuroni dai suoi effetti tossici.
Valentina Rorato 13 Settembre 2022
* ultima modifica il 13/09/2022

È stata scoperta una nuova molecola che, somministrata per via intranasale, inibisce il deposito e gli effetti tossici di una delle due proteine che causano l’Alzheimer. Uno studio, realizzato dai ricercatori della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, in collaborazione con i colleghi dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, pubblicato sulla rivista “Molecular Psychiatry”, apre le porte a una nuova cura per una delle malattie più complesse del nostro secolo, il morbo di Alzheimer.

Nelle terapie messe appunto finora, non si era ancora riuscito ad identificare un composto capace di contrastare la malattia, né di contenerla. Lo studio rappresenta un passo in avanti per lo sviluppo di un farmaco per la cura della forma di demenza più comune e incurabile.

Decenni di ricerca hanno dimostrato, che impedire, o rallentare, la formazione di aggregati della proteina beta-amiloide e la proteina tau – fondamentali per la nascita della malattia -, non sono sufficienti per sconfiggere l’Alzheimer. Al fine di eliminarla, è importante inibire contemporaneamente gli effetti neurotossici delle due proteine. I ricercatori, grazie ad una scoperta antecedente, sono riusciti a identificare una variante naturale della proteina beta amiloide, la quale protegge i soggetti portatori dallo sviluppo dalla malattia. Studiandola in un modello animale – il topo – sono riusciti a sintetizzare questa nuova  molecola, un piccolo frammento formato da 6 aminoacidi

Gli esperimenti hanno dimostrato che la somministrazione per via intranasale del peptide, in una fase precoce della malattia, è efficace nel proteggere le sinapsi dagli effetti neurotossici della beta-amiloide oltre che nell’inibire la formazione di aggregati della stessa proteina, responsabili di gran parte dei danni cerebrali nell’Alzheimer, e nel rallentare il deposito della beta-amiloide sotto forma di placche nel cervello. Inoltre, il trattamento sembrerebbe non indurre eventi collaterali che derivano da un’anomala attivazione del sistema immunitario, riscontrati in altre potenziali terapie per l’Alzheimer. Questi effetti multipli costituiscono pertanto una combinazione apparentemente vincente nell’ostacolare lo sviluppo della malattia nei topi”, hanno spiegato il dottor  Fabrizio Tagliavini e il dottor Giuseppe Di Fede, neurologi del Besta che hanno condotto lo studio.

Gli ulteriori vantaggi di questa strategia riguardano i bassi costi di produzione del piccolo peptide, in confronto agli elevatissimi costi di altri approcci terapeutici potenziali per l’Alzheimer come gli anticorpi monoclonali, la semplicità e la scarsa invasività del trattamento per via intranasale, peraltro già utilizzato con successo per altre categorie di farmaci”, ha concluso il dottor Mario Salmona, biochimico dell’Istituto Mario Negri.

Fonte | Istituto Mario Negri

Le informazioni fornite su www.ohga.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.