Alzheimer, un farmaco sperimentale potrebbe far regredire la malattia nei topi: è il primo passo verso una cura per l’uomo?

Ci sarebbe una stretta correlazione tra il processo di pulizia delle proteine danneggiate nel cervello e le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer: con l’avanzare dell’età e l’insorgere di queste patologie, il meccanismo rallenta favorendo l’accumulo di materiali tossici. Il farmaco, per ora sperimentato solo su modelli animali, potrebbe ripristinare il processo facendo regredire i sintomi della malattia.
Kevin Ben Alì Zinati 29 Aprile 2021
* ultima modifica il 30/04/2021

C’è un temporale, il cielo è nero e la pioggia mischiata al vento sradica gli alberi scaraventandoli sulla strada. La via così resta chiusa, il traffico si congestiona e l’unico modo per ripristinare la normale circolazione è togliere i detriti che bloccano la circolazione.

Quando nel tuo cervello insorge la malattia di Alzheimer, succede più o meno la stessa cosa. Con l'avanzare dell'età, il processo di pulizia del cervello diventa meno efficiente ed elementi nocivi e tossici si accumulano danneggiando le cellule cerebrali.

Le conseguenze di questo “blocco” le conosci: perdita di memoria, confusione, ansia e depressione così come difficoltà nel parlare e nel muoversi.

Oggi però un team di ricercatori dell’Albert Einstein College Of Medicine di New York potrebbe aver trovato un modo per ripristinare il processo di rimozione delle proteine difettose che, accumulandosi nel cervello, favoriscono la malattia.

Sulla rivista Cell, di fatto, hanno descritto le potenzialità di un farmaco sperimentale in grado di far regredire la malattia di Alzheimer.

La cautela prima di tutto

Ti fermo subito. I risultati sono stati ottenuti sui topi e sono stati gli stessi ricercatori a mettere le mani avanti predicando calma e cautela: è ancora presto, infatti, per convincersi che gli stessi effetti dimostrati sui topi possano verificarsi nell’uomo. Anche se, hanno sottolineato, ci sarebbero diversi indizi promettenti.

Su tutti, il fatto che il rallentamento del processo di pulizia cellulare che contribuisce all'Alzheimer nei topi si verifica anche nelle persone colpite dalla malattia: ciò, sostengono i ricercatori americani, suggerisce che il farmaco potrebbe funzionare anche sugli esseri umani.

Il processo di pulizia 

Si chiama “autofagia chaperone mediata”. È il processo di pulizia che prevede la rimozione delle proteine difettose e tossiche da parte di altre proteine “spazzine”, dette “chaperone”, che trasportano i rifiuti cellulare verso i lisosomi: questi sono organelli che separano, digeriscono e riciclano gli scarti.

Ad oggi gli scienziati sapevano che questo processo diventa meno efficiente con l'avanzare dell’età. Puoi capire, dunque, che meno pulizia aumenta il rischio che materiali di scarto si accumulino nel cervello provocando danni.

E l’Alzheimer, come altre malattie neurodegenerative, si connota proprio per la presenza di aggregati proteici tossici nel cervello.

Non c’erano certezze, però, se una rallentata autofagia chaperone mediata fosse effettivamente legata all’Alzheimer.

Per trovare conferma, i ricercatori hanno ingegnerizzato geneticamente un topo per avere dei neuroni cerebrali sprovvisti di questo sistema. Questa assenza aveva causato la perdita di memoria a breve termine, disturbi della deambulazione e altri problemi già riscontrati in altri topi con Alzheimer.

L'autofagia chaperone mediata è un processo di pulizia del cervello che rimuove le proteine difettose e tossiche

In più, i risultati avevano dimostrato che era vero anche il contrario: l'Alzheimer precoce sarebbe in grado di alterare il sistema di pulizia del cervello.

Il legame, dunque, era confermato.

Un aiuto per lo smaltimento

Per una pulizia completa dei rifiuti, le proteine chaperone devono legarsi a un recettore, il cosiddetto LAMP2A, che si trova sulla membrana degli stessi lisosomi, i "riciclatori".

Più recettori LAMP2A sono presenti e funzionanti, più il processo di pulizia è efficace. C’è un però.

Ognuno di noi produce la stessa quantità di recettori LAMP2A per tutta la vita, ma invecchiando questi tendono a deteriorarsi più in fretta. Significa, cioè, che intorno ai 70-80 anni, l'attività di pulizia cala quasi del 30%. Non solo: la presenza di una malattia neurodegenerativa peggiora ulteriormente le cose.

Meno recettori LAMP2A sono presenti e funzionanti, quindi, più è alto il rischio di aggregati tossici nel cervello.

Il farmaco sperimentale

Avrai capito quindi qual è stata l’intuizione dei ricercatori. Esatto: con il loro studio hanno progettato un farmaco sperimentale in grado di aumentare il numero dei recettori LAMP2A sui lisosomi.

Testandolo sui topi, hanno coperto che dopo 4-6 mesi di somministrazione orale, gli animali avevano mostrato un miglioramento dei sintomi dell’Alzheimer, quindi la memoria, la depressione, l’ansia e il movimento, e una riduzione degli accumuli di proteine difettose nel cervello.

Intorno ai 70-80 anni, l'attività di pulizia del cervello cala quasi del 30%

In sostanza, il farmaco si sarebbe dimostrato in grado di rivitalizzare l'efficienza del sistema di pulizia del cervello.

Lo studio apre a scenari a dir poco promettenti ma, come ti ho detto all’inizio, ora servono prudenza e cautela.

Fonte | "Chaperone-mediated autophagy prevents collapse of the neuronal metastable proteome" pubblicato il 22 aprile 2021 sulla rivista Cell

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