Anna e la ricostruzione del seno dopo un tumore: “Il corpo è importante, ma non più della tua persona”

Sei anni fa ad Anna è stato diagnosticato un cancro. Ha subito due interventi chirurgici, il primo per l’asportazione del tumore, il secondo per la ricostruzione del seno. Ho avuto la fortuna di intervistarla e di imbattermi ancora una volta in un’altra donna che, nonostante una malattia che potrebbe mettere in ginocchio chiunque, dimostra di avere una resilienza e un coraggio invidiabili.
Gaia Cortese 31 ottobre 2019
* ultima modifica il 01/11/2019

Conosco Anna da quando mia figlia ha iniziato la prima elementare. Anna è infatti proprietaria di una cartolibreria di fronte alla scuola. Quello che non sapevo invece è che sei anni fa ad Anna è stato diagnosticato un tumore al seno. Ha accettato di parlarne con me e di raccontarmi come ha affrontato non solo la malattia, ma anche la fase più critica che posso immaginare per una donna, della ricostruzione del seno.

"Ho scoperto di avere il tumore da una mammografia fatta semplicemente perché era il momento di farla: avevo 41 anni. In tre giorni avevo dei noduli sospetti. In 15 giorni avevo una probabilità di avere un tumore maligno. In un mese sono entrata definitivamente nel regno degli oncologici.

La malattia è vista come un deperimento che ti fa stare male – mi racconta Anna -. Nel mio caso non era così, non avevo sintomi di alcun tipo. All’inizio non sapevo cosa e come fare. Ho iniziato le mie cure all'ospedale San Gerardo di Monza, ma nello stesso tempo mi sono appoggiata all'associazione La Lampada di Aladino per poter seguire un percorso psicologico, un cammino che mi ha accompagnato dall’inizio alla fine della malattia e che, attraverso modalità diverse, non ho abbandonato ancora adesso. Dovevo fare pace con la parola "cancro" e questo percorso è stato fondamentale".

Anna ha subito una mastectomia al seno destro. Durante l'intervento, come succede di norma, è stato inserito nel seno destro un espansore, e dopo sei mesi di chemioterapia, è stata operata una seconda volta per la ricostruzione del seno con una protesi definitiva.

"Ho concluso la chemioterapia il 18 settembre 2013 e sono stata operata per la ricostruzione del seno il 17 marzo. Occorre aspettare il tempo necessario perché dopo una chemioterapia hai bisogno di riprendere le forze e certi valori, come per esempio quello dei globuli bianchi, devono stabilizzarsi. Ci sono ospedali che preferiscono fare un intervento unico, ma personalmente ho preferito aspettare per il secondo intervento. Per quanto due operazioni siano una scocciatura, in quel momento è andata meglio così perché avevo bisogno di abituarmi ad una nuova forma di me stessa.

Devi infatti abituarti completamente a una nuova persona: dalla perdita dei capelli agli effetti collaterali delle cure a cui sei sottoposta. Devi fare i conti anche con la menopausa anticipata. Io vedevo continuamente una "Anna" differente e dovevo proprio fare un esercizio per vedermi con un aspetto sempre diverso.

La psicologa mi disse: "Solo una mamma sa cosa dire alle proprie figlie"

La psicologa dell’associazione è stata un beneficio, perché per quanto gli ospedali ti affianchino la figura di uno psicologo quando ricevi la diagnosi, il percorso non è la chemioterapia, il problema è che hai il cancro, una malattia potenzialmente mortale, che non puoi manifestare più di tanto, perché hai un lavoro a contatto con il pubblico, perché hai una famiglia e quindi anche dei figli. All'epoca le mie figlie avevano rispettivamente 6 e 10 anni. Seguire un percorso psicologico mi è stato utile anche per affrontare il discorso con loro. Solo una mamma sa cosa dire alle proprie figlie, ma se ha un sostegno, probabilmente lo farà con le parole più giuste".

Come ti ha sostenuto la tua famiglia?

"I miei genitori sono tornati a fare i genitori. Le mie figlie sono state brave, hanno capito tutto e mi sono state vicino, pur continuando la loro vita quotidiana a fare sport, ad andare a scuola. Il cancro colpisce tutta la famiglia, tutti ne sono coinvolti.

In casa la malattia non veniva nascosta, potevo girare senza foulard e senza parrucca senza problemi. Noi donne pensiamo sempre di farcela da sole, perché siamo abituate a farci carico di tutto, ma non va sempre così. Conosco donne che hanno messo veli sugli specchi per non guardarsi, ma non credo sia un comportamento giusto, soprattutto per i nostri figli. Certo per loro l'idea della mamma malata equivale alla paura che la mamma possa morire, ma bisogna spiegare loro che ci sono dei percorsi di cura. Le mie figlie mi hanno vista stare bene e stare male, mi hanno visto però anche scherzare con loro e piano piano mi hanno visto guarire. Adesso sono consapevoli di avere avuto paura in quel periodo difficile, ma di averla anche superata. A loro ho sempre insegnato che questa malattia si chiama cancro: se si ha paura di parlare delle cose con il proprio nome, è già una sconfitta. La cultura della malattia è importante.

Questo percorso non puoi farlo da sola. Avevo la mia famiglia e avevo il sostegno psicologico a La Lampada di Aladino. Qui ho sempre avuto la certezza di trovarmi a casa mia. Non in tutti gli ospedali esiste lo psicologo in corsia, non c'è sempre questa attenzione. Per anni le donne sono rimaste da sole a combattere contro il tumore e altre malattie, ma la prima forma di prevenzione verso altri problemi come per esempio la depressione, è quella di uscire dalla malattia nel miglior modo possibile, anche dal punto di vista psicologico".

Come hai vissuto la fase della ricostruzione del seno?

"L’ho vissuta come l’ultimo passo di un cammino. Era la fine di tutta una grande menata che non credevo potesse essere capitata proprio a me. Dal punto di vista fisico, l'asportazione del seno, non mi ha creato grandissimi problemi. Il corpo è importante, ma non deve essere la base di tutto, non può venire prima del tuo cervello o della tua persona. Non mi interessava molto se dopo avrei avuto un seno più bello o meno bello. Non mi interessava, ero comunque sempre io. Ero contenta che le cure si sarebbero finalmente concluse.

Non mi interessava molto se dopo avrei avuto un seno più bello o meno bello. Ero comunque sempre io.

Sono sicuramente stata molto resiliente. Ho cercato di avere forza, mi sono allenata ogni giorno. È un discorso di accettazione. Ho avuto la fortuna di non avere cicatrici visibili dopo l'intervento e credo di dover ringraziare chi mi ha operato perché probabilmente in operazioni di questo tipo oggi cercano di essere sempre meno invasivi. Dopo la ricostruzione, per la riabilitazione mi sono fatta seguire da una fisioterapista, ma non ho aspettato molto tempo per riprendere il mio lavoro.

Quello che è importante è stare sempre molto vicino alle persone che si trovano ad affrontare un tumore. Io ho fatto subito un percorso di tipo psicologico, avevo tante domande e ho trovato delle risposte, mi sono messa in gioco come persona. Un cancro è un grande spartiacque, c’è la vita prima e la vita dopo. Ho cercato di non avvilirmi mai per poter dire che non ero la mia malattia. Oggi lo posso dire orgogliosamente dopo sei anni: continuo a parlare di cancro perché è un tunnel da cui si può uscire, impegnandosi tanto, chi ci è passato lo sa. Ad una persona con il cancro non darò mai una pacca sulla spalla dicendogli di farsi forza, non sottovaluterò mai il potere che ha questa malattia. Magari gli suggerirò di cercare un sostegno psicologico, perché è quando uno pensa che non ne ha bisogno, che invece serve di più".

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