Coronavirus, caos nelle carceri italiane: Michele Miravalle di Antigone ci spiega cosa sta accadendo

Un altro drammatico risvolto dell’emergenza Coronavirus ha riguardato in questi giorni le carceri italiane, dove in decine di strutture i detenuti hanno dato vita a vere e proprie rivolte, cui hanno conseguito anche evasioni e morti. Per capire meglio le ragioni di tutto questo ci siamo rivolti all’associazione Antigone, che da anni si occupa di monitorare i diritti nel sistema penale e detentivo.
Sara Del Dot 9 marzo 2020
* ultima modifica il 09/03/2020

Fino a oggi non ci avevi mai fatto caso, semplicemente perché non ce n’era necessità. Ma da quando ti senti dire che, per evitare la diffusione del contagio da Covid-19, devi stare in casa ed evitare in tutti i modi gli assembramenti di persone mantenendo possibilmente la distanza di un metro gli uni dagli altri, hai iniziato a notare che i luoghi in cui si formano questi “assembramenti” di persone sono moltissimi. Sono raggruppamenti a cui tu, comune cittadino, puoi tranquillamente sottrarti semplicemente evitando di uscire da casa. Ma ci sono persone che, a contatto con altre, devono starci per forza. I detenuti, ad esempio.

Avrai sicuramente seguito (o almeno sentito) cosa sta accadendo nelle carceri italiane in queste ore. In decine di strutture i detenuti hanno messo in atto delle vere e proprie rivolte collettive, talvolta con aggressioni e addirittura morti. Solo nel carcere Sant’Anna di Modena, sono 6 le persone che hanno perso la vita, altre si trovano in gravi condizioni. In altre strutture sono avvenute fughe e maxi evasioni, come a Foggia, aggressione agli agenti di polizia penitenziaria, Pavia, o ancora sit-in sul tetto, San Vittore a Milano.

Le ragioni di tutto questo sono al tempo stesso semplici e complesse. In una situazione di grande paura, di ansia e agitazione per ciò che accade fuori dalle mura del carcere, i detenuti si sono trovati infatti a richiedere maggiore protezione e al tempo stesso a vedersi bloccare l’unico contatto possibile con i loro familiari, ovvero le visite. Il che ha ovviamente scatenato il panico.

“Le carceri sono un luogo dove la diffusione di un eventuale virus è molto più veloce che altrove”, a parlare è Michele Miravalle, Coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle carceri di Antigone, che abbiamo intervistato per capire meglio cosa sta accadendo. “Tutti i medici concordano nel dire che da questo punto di vista il carcere rappresenta una vera e propria bomba a orologeria, anche una banale influenza si diffonde molto più in fretta che nella società libera. E questo avviene a maggior ragione nelle carceri italiane, che sono in gran parte sovraffollate (in alcune si parla di 6-8 persone per cella) e caratterizzate da ambienti tendenzialmente insalubri.”

E in presenza di un virus come il Covid-19 il sentimento diffuso non era, naturalmente, positivo.

“Secondo le informazioni che abbiamo, dall’interno del carcere c’era la percezione del pericolo Coronavirus sia da parte dei detenuti che da parte degli operatori, e si è verificata quasi una richiesta di tutela e profilassi. Il problema, che sembra essere anche la causa scatenante di ciò che sta accadendo, è che l’amministrazione penitenziaria, invece di comunicare in maniera trasparente ai detenuti quelle che sarebbero dovute essere le precauzioni e anche eventualmente poi bloccare i colloqui, ha dichiarato di punto in bianco che i colloqui sarebbero stati sospesi fino al 31 maggio. E questa è stata la miccia che ha poi fatto esplodere la bomba.”

Ai detenuti è stato quindi comunicato che non avrebbero potuto vedere i propri familiari per tre mesi. Un’informazione che, data a individui che si trovano in uno stato di privazione della libertà e di paura per un potenziale contagio, ha fatto scattare la protesta. In particolare perché a questa informazione non ha corrisposto un’alternativa che ammorbidisse la percezione questa decisione.

“È stato fatto solo genericamente riferimento a un allargamento delle possibilità dei colloqui telefonici e via Skype, a cui tuttavia noi sappiamo che molte carceri non sarebbero state pronte. Con il senno di poi, forse avrebbero dovuto comunicare sì le misure eccezionali, che nessuno contestava vista la gravità della situazione, ma allo stesso tempo bilanciarle con altre misure che potessero comunque garantire i diritti alle persone recluse, o per lo meno spiegarle dettagliatamente. Ciò non è stato fatto, o comunque non è stato fatto in maniera sufficiente e questo ha dato vita alle proteste.”

Ciò che molti detenuti sembrano lamentare, assieme ai parenti che si sono raccolti fuori dalle strutture perché magari avevano il colloquio prenotato da mesi e non è stato per loro possibile vedere il loro caro, è infatti anche la grande confusione scatenata da queste decisioni, comunicate con poca chiarezza.

“Noi come Osservatorio Antigone abbiamo le caselle email inondate da richieste dei parenti a cui è stata impedita la visita al loro caro. E già quando si era iniziato a capire la serietà della situazione, avevamo chiesto l’immediato allargamento delle telefonate. Non siamo stati ascoltati subito e adesso questa è la situazione, che presenta anche risvolti drammatici come i sei morti di Modena, una quantità di decessi nelle carceri italiane mai vista da 30 anni a oggi.”

Ma torniamo un attimo alla questione dell’utilizzo di Skype nelle carceri italiane, una questione che l’Osservatorio Antigone da anni si occupa di monitorare costantemente e che si fa ancora fatica a prendere in considerazione veramente. Ma perché?

“Il rapporto tra carcere e tecnologia è un matrimonio burrascoso, c’è una sorta di tabù. La grande rivoluzione tecnologica che ha riguardato le nostre vite si è fermata alle porte del carcere. Il motivo è formalmente la sicurezza, anche se esistono diversi strumenti che possono evitare un uso distorto delle tecnologie. Pensa che in carcere sono presenti diversi studenti universitari che banalmente non hanno accesso ai materiali di studio che ormai tutte le università mettono online. Inoltre, Skype sarebbe utilissimo anche per superare il problema del costo delle chiamate dei detenuti stranieri, che spesso non possono telefonare perché dovrebbero chiamare un’utenza fissa e se vogliono invece chiamare un cellulare è molto più costoso. Non dimentichiamo infatti che i minuti di telefonata autorizzati da regolamento sono pagati dai detenuti con le schede telefoniche che non tutti possono permettersi, quindi Skype potrebbe abbattere anche i costi in questo senso dando accesso alle comunicazioni a tutti. Diciamo che l’emergenza in corso sarebbe potuta essere un’occasione per effettuare un adeguamento tecnologico nelle comunicazioni. Noi ce lo auguriamo.”

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