Coronavirus: dobbiamo preoccuparci per le terapie intensive al limite? Risponde il dottor Vergallo

Quella che all’inizio sembrava quasi una nuova influenza, in pochi giorni ha riempito gli ospedali delle aree più colpite e in Lombardia i reparti di terapia intensiva sono quasi del tutto piene. Questa emergenza infatti ha trovato un Sistema sanitario italiano già gravato da 10 anni di tagli ai posti letto e al personale. E ora paghiamo il conto.
Giulia Dallagiovanna • 5 Marzo 2020
* ultima modifica il 23/09/2020
Intervista al Dott. Alessandro Vergallo Presidente nazionale di AAROI-EMAC (Associazione Anestesisti Rianimatori ospedalieri italiani Emergenza Area Critica)

L'emergenza Coronavirus ne ha fatto emergere un'altra, più grande e che per diversi anni è rimasta in secondo piano: la carenza di posti letto e di personale sanitario. Se infatti all'inizio poteva esserti sembrata una nuova influenza, ben presto ti sei dovuto accorgere di un problema: gli ospedali si stavano riempiendo e i reparti di terapia intensiva della Lombardia hanno quasi raggiunto il tutto esaurito. Così è venuta alla luce, in tutta la sua serietà, la condizione in cui versava il Sistema sanitario nazionale e i medici, o gli infermieri, che ne facevano parte.

Dal momento che non è più possibile ignorarla, abbiamo chiesto al dottor Alessandro Vergallo, Presidente nazionale di AAROI-EMAC (Associazione Anestesisti Rianimatori ospedalieri italiani Emergenza Area Critica), quanto sia davvero grave e sia il caso di preoccuparsi per il futuro immediato. Ci ha voluto lasciare con un messaggio positivo:

“I nostri colleghi si trovano a gestire pazienti in situazioni davvero critiche, con polmoniti molto gravi, perciò ci innervosisce chi parla di una banale influenza. Gli anestesisti rianimatori, però, sono abituati a intervenire in situazioni d’emergenza, spesso chiamati all’ultimo minuto e alla fine si adoperano in qualunque maniera per salvare vite e assistere il paziente che si trovano davanti. Ed è quello che stanno facendo anche adesso, più ancora che in qualsiasi altra occasione”.

Dottor Vergallo, qual è la situazione nei reparti di terapia intensiva delle zone più colpite?

In questi giorni abbiamo assistito a un continuo aumento nel numero dei contagi e delle persone che dovevano essere ricoverate. Se all'inizio di questa emergenza avevamo ancora dei margini più che sufficienti per far fronte al problema, ora le terapie intensive sono arrivate quasi al limite, soprattutto in Lombardia. Rimangono pochissimi posti letto e questo condiziona l'assistenza per i pazienti più gravi, cioè quelli che oltre all'infezione sviluppano anche l'insufficienza respiratoria. Certo, sul totale dei tamponi positivi sono una minoranza, ma i numeri sono già sufficienti per saturare i reparti.

Dobbiamo preoccuparci?

La situazione si è complicata e noi siamo preoccupati, perché non abbiamo margini di certezza che non si possa raggiungere la completa saturazione delle terapie intensive. Non è questo il momento di fare polemica, ma la nostra associazione protesta da anni contro il taglio ai posti letto e al personale, che ha colpito diverse categorie di specialisti, ma che per noi è stato particolarmente penalizzante. Quando si arriva in sala operatoria, ad esempio, l'anestesista rianimatore è da solo e se un collega va in pensione e non viene sostituito, non abbiamo alcun margine di compensazione attraverso il lavoro di equipe. Per ora, quindi, dobbiamo sperare che le misure di contenimento adottate siano efficaci.

Problemi che l'epidemia di Covid-19 ha fatto emergere in modo chiaro…

Proprio così, in tutta la sua drammaticità. I nostri colleghi in questo momento sono tutti sotto pressione. Saltano i turni di riposo e le ferie, per non parlare degli eventi di aggiornamento, che sono previsti dal contratto per assicurare una formazione continua. Ogni altra questione viene disattesa per far fronte all'emergenza. Il sindacato è una delle pochissime voci attraverso la quale anestesisti rianimatori e medici di emergenza-urgenza possono far capire quello che stanno vivendo.

In queste ore il ministero della Salute ha annunciato l'aumento dei posti letto, cosa ne pensa?

Stavo leggendo proprio ora l'ultimo provvedimento governativo. Si parla di incrementare del 50% i posti in terapia intensiva e del 100% quelli nei reparti di Malattie Infettive e Pneumolgia. Lo dovrò studiare con più attenzione, ma ho qualche perplessità. Mi chiedo, ad esempio, come sia possibile aumentare l'accoglienza in terapia intensiva, perché non significa semplicemente installare un respiratorie automatico accanto a un letto, corredato di un monitor multiparametrico.

"Si tratta di un piano di emergenza, non di un intervento strutturato"

La strumentazione tecnologica avanzata è sicuramente importante, ma noi ci avvaliamo anche di tutta una serie di disposizioni logistiche e di procedure attraverso le quali la collocazione del paziente ci consente di somministrargli le cure intensive. Ora verranno forse ricopiate in altre reparti, ma non è la stessa cosa. Non si tratta di una pianificazione strutturata, ma solo emergenziale.

Si parla anche di un percorso formativo rapido e qualificante per medici e infermieri, lei è d'accordo?

Di nuovo, mi lascia perplesso. Corsi brevi non possono dare le competenze che abbiamo noi anestesisti rianimatori, e questo è evidente. I medici potranno acquisire quelle conoscenze di base che gli permetteranno di gestire un supporto ventilatorio che verrà collocato nei loro reparti, ma sulla nostra categoria specialistica prevedo una ricaduta in termini di richieste di consulenza da parte di questi colleghi. Arriveranno, insomma, diverse chiamate, che impatteranno ulteriormente sul carico di lavoro, già abbastanza pressante.

E invece per quanto riguarda i trasferimenti dei pazienti critici?

Presumo si intenda da una regione all'altra, dal momento che all'interno di uno stesso territorio viene già fatto, da quando si è deciso di destinare alcuni ospedali alla cura esclusiva dei pazienti infetti da nuovo Coronavirus.

Il problema però è che si parla di costituire dei pool specifici di anestesisti e rianimatori. È evidente un ulteriore carico di lavoro per i colleghi che dovranno provvedere all'assistenza clinica sia durante il trasporto in elicottero, dove gran parte dei servizi di soccorso viene già svolto da loro, sia in ambulanza. Ma solo la Lombardia si avvale in modo quasi esclusivo di medici anestesisti e rianimatori per il servizio del 118. Nel resto di Italia si è invece pensato di estrometterci e reclutare personale medico di altre discipline, una decisione contro la quale avevamo già protestato a suo tempo. In Puglia o in Piemonte, ad esempio, non c'è quasi un anestesista o rianimatore sulle ambulanze e questa attività viene riservata solo a chi è entrato nelle graduatorie della Medicina Generale.

Quindi come verranno costituiti questi pool?

È proprio la domanda che mi pongo. In Lombardia probabilmente non saranno necessari grandi variazioni, mentre in altre regioni bisognerà capire come si formeranno e con quali unità, dal momento che i colleghi sono già saturi. Il rischio è quello di un nuovo aggravio di turni da svolgere e di assistenza da assicurare.

"Il rischio è quello di aggiungere ulteriore carico ai nostri colleghi, già molto sotto pressione"

Naturalmente noi risponderemo a tutte le necessità, soprattutto in una situazione di emergenza come questa, ma è un provvedimento che ha davvero il sapore di una beffa. Eravamo stati estromessi quando si era ritenuto che l'anestesista rianimatore non fosse un medico destinato all'urgenza, senza riconoscere l'importanza del nostro lavoro sulle ambulanze, mentre ora che si verifica l'epidemia veniamo soverchiati da ogni tipo di carico.

Al di là del Coronavirus, però, continuano ad esserci anche i pazienti ordinari. Potrebbero esserci problemi anche per loro?

Su questo punto devo dire che si è già agito molto correttamente. Ci sono state iniziative regionali virtuose in Lombardia, ma anche in Emilia-Romagna o in Toscana, dove si è deciso di rimandare quegli interventi chirurgici che potevano attendere. Le regioni si sono mosse prima che arrivassero delle indicazioni centrali e questo è un tema su cui si dovrà riflettere, visto che la volontà, anche da parte della nostra associazione, sarebbe quella di centralizzare di nuovo la gestione del Sistema sanitario nazionale. Ricordo però che alcuni, come il professor Roberto Burioni, avevano lanciato l'allarme già a gennaio, eppure una volta emersi i primi casi sono passati diversi giorni prima che arrivassero indicazioni dal governo.

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