Coronavirus, è Bergamo la città più colpita: “Si sentono ambulanze giorno e notte”, racconta chi ci vive

Con oltre 2mila contagi e quasi 200 decessi, dovrebbe essere considerato il focolaio più grande d’Italia. E invece il governo ha deciso di non ascoltare i sindaci e di non dichiarare zona rossa questa provincia. Così, alcune aziende sono ancora aperte e l’epidemia prosegue. Strade deserte, ospedali pieni e, purtroppo, anche bare che si accumulano.
Giulia Dallagiovanna 13 marzo 2020
* ultima modifica il 12/06/2020

Bergamo è stata letteralmente messa in ginocchio dal nuovo Coronavirus. Con oltre 2mila casi accertati almeno 191 decessi, stando agli ultimi dati della Protezione Civile, è la città italiana più colpita. "Ciascuno di noi conosce almeno una persona che è in quarantena perché ha i sintomi tipici, che è ricoverata in ospedale o che è già morta", ci racconta Silvia, che abita nella provincia.

Strade deserte, ospedali al limite e bare che si accumulano. Una situazione che non è grave da oggi, ma che viene denunciata ormai da giorni. La scorsa settimana i sindaci si erano uniti nella richiesta di istituire una zona rossa che isolasse almeno i comuni di Nembro e Alzano Lombardo, i primi ad avere a che fare con l'epidemia di Covid-19, come si era fatto per il basso lodigiano e per Vo' Euganeo. Ma il governo ha dichiarato l'intero Paese "zona protetta" e non ha ritenuto necessario assumere precauzioni in più per la Val Seriana e le aree limitrofe. Potrebbe non essere stata una buona idea: "Il 23 febbraio, prima di sera, abbiamo scoperto il primo caso. Il giorno dopo erano già tre, poi 10 e poi abbiamo perso il conto". Mentre parliamo al telefono con Silvia si sentono in sottofondo le sirene delle ambulanze che non smettono di passare. "È un continuo, giorno e notte", ci conferma.

Anche il prefetto e il questore di Bergamo sono risultati positivi, mentre il primo cittadino di Cene, Giorgio Valoti, è morto proprio questa mattina. Se c'è una cosa che è stata chiara fin dai primi giorni, è che il Coronavirus può colpire chiunque. Persino i medici, quelli che nella tua mente non dovrebbero ammalarsi mai, perché se non ci sono loro, chi ti cura? Sono una 70ina qui i contagiati. Per la maggior parte sono medici di Medicina Generale: lo hanno contratto negli ambulatori o durante una visita a domicilio. Insomma, facendo il loro lavoro, ma senza tutte le protezioni di cui avrebbero avuto bisogno. "Ci stanno chiedendo di non acquistare mascherine se non ne abbiamo davvero bisogno, perché servono al personale sanitario. C'è carenza di tutto, anche di Amuchina".

I medici devono decidere come intervenire su ciascun paziente: la scelta più dolorosa

E mentre gli ospedali dei comuni più piccoli sono pieni, al Papa Giovanni XXIII continuano a spostare letti e a convertire reparti. I posti letto sono 900, di cui la metà sono occupati da pazienti affetti da Covi-19 e che hanno avuto bisogno di un ricovero. "Dobbiamo sperare che questa pressione non continui troppo a lungo – ha commentato Fabiano Di Marco, direttore della Pneumologia al Corriere di Bergamo. – La commutazione dei reparti ha un limite strutturale. Non potrà continuare all’infinito, anche perché ci sono reparti che non possono essere chiusi".

Ma i medici non si arrendono. Continuano a riorganizzare e a ricollocare i pazienti per poter assistere tutti. Si sta anche pensando di utilizzare alcune strutture per anziani e un paio di hotel per aumentare i posti letto, almeno per chi è in condizioni meno gravi. Però adesso anestesisti e rianimatori devono valutare bene come intervenire su ciascuna persona. Una scelta dolorosa, che forse più di tutte racconta l'emergenza.

In uno scenario come questo penserai che in città sia tutto fermo. E invece no, in diverse aziende si continua a lavorare. Chi è costretto a uscire di casa si è abituato a disinfettare tutto: scrivania, sedia, maniglie, cellulare. L'alcol ormai si passa ogni mezz'ora.

Ma anche così i contagi continuano a crescere. In un paese l'unica farmacia che c'era ha dovuto chiudere: erano tutti positivi al tampone. "La cosa più brutta quando ricoverano un tuo parente è che non lo puoi andare a trovare, perché viene messo in isolamento – ci spiega Silvia. – È l'ospedale che ti chiama per dirti se è stato dimesso o se è deceduto, senza nessun conforto dai propri famigliari".

E se una persona che conosci non ce l'ha fatta, si apre un secondo problema: trovare un'impresa di pompe funebri che possa prenderla in carico. "Sono tutte oberate di lavoro, oppure in quarantena perché qualcuno di loro è stato trovato positivo". Per far posto alle bare che si accumulavano, a Bergamo è stata aperta la chiesa del cimitero, mentre nei paesi più piccoli sono state attrezzate parte dei campo santi con loculi temporanei, in attesa di poter accedere alla cremazione.

Senza vaccini né farmaci specifici, l'unica possibilità di arginare la diffusione del virus è quella di rimanere in casa, come in molti a Bergamo stanno facendo. "Chi deve andare a lavorare esce con l'autocertificazione, mentre chi ha potuto è passato allo smart working o si è messo in ferie. La spesa la fa un componente della famiglia e solo quando è necessaria. Diversi negozi si sono organizzati e consegnano a domicilio, ma a volte le attese diventano molto lunghe a causa delle tante richieste. I farmaci ad anziani e a chi non può uscire di casa li portano alcune associazioni in accordo con il Comune". In qualche modo, insomma, si prova a organizzarsi. Nella speranza che tutto questo finisca presto.

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