Coronavirus nell’uomo e negli animali, il professor Bertolotti: “Possiamo contagiarli ma l’infezione non è attiva”

Dopo i cani e il gatto cinesi e quello in Belgio, anche una tigre della Malesia è stata trovata positiva al Coronavirus in uno zoo del Bronx. Al momento sappiamo che il virus è arrivato all’uomo in seguito a diversi salti tra specie diverse di animali e quest’ultimo caso sembra confermare che gli esseri umani sono in grado di contagiare altri animali. Il dottor Bertolotti, professore di Malattia Infettive del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, ci ha spiegato però perché i cani o i gatti infetti non possono contagiare a loro volta gli uomini.
Kevin Ben Alì Zinati 8 Aprile 2020
* ultima modifica il 22/09/2020
Intervista al Dott. Luigi Bertolotti Professore di Malattie Infettive del dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino

Coronavirus, uomo e animali: quale rapporto li accomuna? Come sai, sull’origine del nuovo Sars-Cov-2 non ci sono ancora certezze assolute ma sembra che il punto di partenza fosse proprio un animale: il pipistrello. Da qui il virus avrebbe compiuto altri due “spillover”, ovvero altri due salti tra specie diverse passando prima al pangolino e poi successivamente all’uomo.

A questo punto, in un mondo costretto al lockdown e a stringenti misure per contenere la diffusione del virus, anche tu ti sarai chiesto se è possibile il viaggio all’inverso. Se dunque noi umani possiamo infettare gli animali, come i cani o i gatti. La risposta affermativa l’aveva già data l’Istituto Superiore di Sanità. A confermarlo anche la notizia degli ultimi giorni che, dopo i cani e il gatto in Cina e quello in Belgio, anche Nadia, una tigre della Malesia dello zoo del Bronx, nello Stato di New York, è risultata positiva al Coronavirus.

Il National Veterinary Services Laboratory nello Iowa ha confermato la positività e sembra che il contagio sia avvenuto proprio attraverso l’uomo, un guardiano dello zoo probabilmente asintomatico. Anche il virologo Roberto Burioni, riprendendo il possibile contagio uomo-animale, durante la trasmissione Che Tempo Che Fa ha sottolineato che "questo ci permette di avere un notevole vantaggio nella sperimentazione dei vaccini". Insieme al dottor Luigi Bertolotti, professore di Malattie Infettive del dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, abbiamo provato a fare chiarezza sul legame tra il nuovo Coronavirus, l’uomo e gli animali.

Dottor Bertolotti, nella trasmissione del Coronavirus nell’uomo sembra che il punto di partenza sia stato proprio un animale: il pipistrello. 

È la teoria più corroborata. E non sarebbe la prima volta che succede. Il Coronavirus che ora sta flagellano tutti noi è un parente molto stretto di altri coronavirus che normalmente convivono nell’organismo dei pipistrelli. Si tratta di virus a RNA (e non a DNA) che, come abbiamo visto per l’influenza o l’HIV, hanno la tendenza a mutare molto in fretta. I pipistrelli, che rappresentano un quarto dei mammiferi sulla terra e che quindi hanno una grande variabilità nella propria evoluzione, hanno imparato convivere con i loro coronavirus.

Ma secondo i dati genetici e scientifici finora ottenuti, non è stato il pipistrello ad infettare l’uomo. 

Il Coronavirus dei pipistrelli non riesce a infettare l’uomo perché è abituato a stare in quella determinata specie. Se però questo animale sta vicino ad altri animali, il coronavirus, che come abbiamo visto è in grado di cambiare tanto, sarà mutato fino a una varietà che è stata in grado di saltare su un altro animale, il pangolino, e infettarlo. Se l’uomo viene a contatto con le varianti mutate del virus entra dunque nello stesso giro di salti evolutivi. Se questi attori si trovassero concentrati in un wet market cinese, dove l’elevato numero di animali si unisce all’alta densità di popolazione umana, la probabilità che le varianti del virus possano accorciare le distanze tra quelle che potremmo definire delle isole naturali diverse si alza notevolmente.

Quindi il Coronavirus animale di partenza è diverso da quello umano?

Sono virus molto simili, ma per compiere il salto da una specie all’altra ha necessariamente dovuto mutarsi. Ciò che li differenzia sono piccole mutazioni nel genoma che, riflettendosi sulle proteine prodotte, li portano a essere in grado di interagire, e quindi infettare, le cellule umane.

Perciò, siccome la specie è la stessa, non ha senso parlare di ceppo cinese, ceppo italiano o addirittura ceppo lombardo. 

Le sequenze del virus di origine italiana sono molto simili alle sequenze ottenute in altri Paesi. Il virus ha avuto la possibilità di passare dal pipistrello al pangolino e poi all’uomo. Ora ha a disposizione 8 miliardi di persone che sono praticamente identiche dal punto di vista genetico, che non hanno alcuna difesa contro di lui e grazie alle quali riesce a difendersi in maniera efficace: le mutazioni che ha subìto finora sono state sufficienti, perché dunque dovrebbe mutare ancora?

Un vaccino dunque potrebbe contrasterà in maniera definitiva.

Quando verrà realizzato, probamente il virus selezionerà quelle varianti che riescono a fuggire dall’azione del vaccino. Ma sarà comunque un processo molto lento e noi avremo con ogni probabilità lo avremo conosciuto così a fondo da poterlo contenere ugualmente.

Stando alle evidenze scientifiche, però, sono stati trovati quattro animali domestici positivi al Coronavirus. Dopo i cani e i gatti, ora anche una tigre a New York e sembra che il vettore sia stato l'uomo. Quindi la “nostra” variante del virus può fare il percorso inverso e contagiare gli animali? 

Gli ultimi dati ci suggeriscono e ci dimostrano che alcuni animali possono essere ritenuti positivi. La tigre negli Stati Uniti deve essere ancora confermata dall’OIE, l’Organizzazione Internazionale delle Epizozie. I pochi dati a ora disponibili sembrano suggerire che l’uomo possa trasmettere il virus agli animali ma non si tratta di un’infezione attiva.

Che cosa significa?

Ad oggi sappiamo che il virus entra nell’organismo dell’animale, probabilmente si ferma nelle muscose delle vie aeree e che potrebbe avere una replicazione parziale comunque in grado di positivizzare un tampone. Bisogna considerare anche che tutti gli animali hanno i propri coronavirus e siccome il gatto belga, per esempio, ha avuto anche sintomi come vomito e diarrea, non è da escludere che possa essere stato già infetto da altri virus che quindi hanno aiutato la replicazione di questo Coronavirus. Ma la cosa importate, appunto, è che l’infezione non sembra essere attiva: non c’è dunque nessuna prova che gli animali possano essere serbatoi dell’infezione. Non c’è nessun dato che dimostri il passaggio da animale a uomo o da animale ad animale.

Se siamo positivi è necessario stare lontani dai nostri animali domestici? 

Se sono positivo e non sto vicino a mia figlia, perché dovrei stare vicino al mio cane? Come usiamo delle precauzioni di tipo igienico su si noi, usiamole anche quando giochiamo con il nostro cane o il nostro gatto. Più che per la nostra, è un atteggiamento per tutelare la loro salute.

Con il suo gruppo di ricerca dell’Università di Torino state lavorando a un test sierologico per l'uomo partendo da test per animali: di che cosa si tratta? 

Non è un test rapido ma un test quantitativo immunoenzimatico in grado di rilevare la quantità di anticorpi nell’individuo. Rispetto ai tamponi, è un test che va a verificare il possibile contatto con il virus. Rispetto ai test rapidi, che per essere così veloci hanno performance più ridotte, il nostro sarà un testo di laboratorio che darà risposte in 2 ore e con performance diagnostiche superiori.

A che punto siete? 

Lo stiamo ottimizzando in collaborazione con diversi partner per avere al più presto risultati scientificamente inattaccabili.

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