Cosa sappiamo della variante indiana e quanto è diffusa in Italia: le parole degli esperti

Da qualche mese siamo alle prese con le notizie che ogni giorno ci riportano di una nuova variante del SARS-Cov-2. Al momento, i riflettori sono puntati su quella indiana, che sembrerebbe a prima vista particolarmente contagiosa. Ma qual è davvero la situazione? Proviamo a capire meglio.
Giulia Dallagiovanna 26 Aprile 2021
* ultima modifica il 26/04/2021

Fin da quando il SARS-Cov-2 ha cominciato a circolare, si sono diffuse anche le sue varianti. Questo perché è assolutamente normale che un virus muti e produca copie imperfette dell'originale, che in questo caso potremmo ricondurre al patogeno sequenziato per la prima volta a Wuhan. Da quando però sono stati approvati i primi vaccini, tarati proprio sul virus isolato in Cina, ci si è anche cominciato a chiedere se le varianti potessero o meno minare l'efficacia dei farmaci. Ecco perché di inglese, brasiliana, sudafricana e così via hai sentito parlare solo all'inizio di quest'anno.

Ultima in ordine di tempo ad aver raggiunto gli onori della cronaca è la variante indiana, che circola in realtà già da ottobre. È l'unica di cui siamo al corrente a presentare una doppia mutazione e quindi la sua presenza amplifica le domande che già ci siamo posti in passato. Ad oggi, non sappiamo rispondere con certezza perché non abbiamo ancora i risultati definitivi degli studi. Abbiamo quindi provato a capire cosa dicano i diversi esperti in merito a questa specifica mutazione. E, come già capitato in precedenza, quello che emerge è che gli allarmismi per ora sono ingiustificati.

Cos'è

Prima di tutto, proviamo a capire meglio le caratteristiche della variante indiana. La sigla con la quale viene identificata è la B.1.617 e sappiamo che è stata rintracciata per la prima volta il 5 ottobre nello Stato del Maharashtra, la cui città più importante è Mumbai. Come ti accennavo all'inizio, presenta ben due mutazioni, registrate come E484Q e L452R, che già conoscevamo ma che per la prima volta si presentano all'interno di uno stesso patogeno. Entrambe sono a livello della proteina Spike, quella contro la quale sono diretti tutti i vaccini sviluppati fino a questo momento.

E proprio sul discorso della doppia mutazione è intervenuto il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Milano, durante la trasmissione Agorà di Rai Tre: "Di sicuro la variante indiana ci piace poco perché ha due mutazioni nella proteina Spike, l'uncino che il virus utilizza per attaccare le cellule bersaglio. Ma è necessario fare ancora alcune valutazioni".

È più contagiosa?

Il dubbio è sorto, ma non vi è una risposta sicura. In India si è sicuramente verificato un rapidissimo incremento dei contagi che ha portato a situazioni tragiche, come la mancanza di bombole d'ossigeno per aiutare i pazienti più gravi e i corpi che venivano cremati nelle strade: in sole 24 ore il numero di positivi è aumentato di 300mila unità. Ma ci sono diversi fattori da tenere presente prima di farsi prendere dal panico.

Innanzitutto, l'India ha conosciuto un periodo di lockdown che ha portato a una rallentamento nella diffusione del virus. Forse dei risultati raggiunti, ha deciso di anticipare le riaperture, favorendo inevitabilmente una ripresa dei contagi. Non solo, non dobbiamo dimenticarci che circa una settimana fa migliaia di pellegrini si sono ammassati per compiere il tradizionale rito di purificazione nelle acque del Gange. Il virus è stato lasciato insomma libero di diffondersi a suo piacimento. Infine, va considerato che stiamo parlando di un Paese con quasi 1 miliardo e 400mila abitanti e che conta diverse città sovraffollate.

Una settimana fa si sono verificati assembramenti a causa del tradizionale rito di purificazione nelle acque del Gange

Se quindi guardiamo anche al contesto e non solo ai singoli numeri, seppur tragici, notiamo come la variante indiana non sembra aver avuto un peso specifico nella nuova ripresa dell'epidemia. "La prevalenza della B.1.617 in India è al momento inferiore al 10 per cento e in altre aree del mondo si vedono casi sporadici", conferma il professor Carlo Federico Perno, direttore dell’Unità di Microbiologia all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

I vaccini sono efficaci?

Ogni volta che arriva una presunta nuova minaccia, guardiamo all'arsenale di armi che abbiamo a disposizione e ci chiediamo: "sarà sufficiente?". In questo caso, al centro dell'inchiesta ci sono prima di tutto i vaccini. Di nuovo, non abbiamo prove certe e gli studi sono tuttora in corso. Abbiamo però diversi motivi di cauto ottimismo.

Il primo arriva da Israele che, come ormai avrai capito, non solo è il Paese più avanti nella campagna di vaccinazione, ma è anche una sorta di laboratorio a cielo aperto dove vengono condotti diversi studi per approfondire il comportamento e la sicurezza del vaccino prodotto di Pfizer. Il direttore generale del ministero della Salute Hezi Levy ha affermato che il farmaco si sarebbe rivelato almeno parzialmente efficace. Non si tratta però di ricerche approfondite, ma solo di una prima impressione.

Sull'argomento è intervenuto anche il coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico, Franco Locatelli, che ha commentato: "La situazione è grave perché il numero di contagi in India è straordinariamente elevato e c’è il dubbio che la variante indiana possa avere maggior potere contagiante, come è stato per quella inglese. Invece sarei cauto sulla possibilità che B.1.617 ‘buchi' i vaccini, non ci sono prove in merito. Non creiamo allarmismi". E ha aggiunto: "La pandemia va affrontata a livello globale, con i Paesi più fortunati economicamente che devono aiutare chi è in difficoltà, prima di tutto per ragioni etiche". Ma, sottinteso, anche per limitare la nascita di nuove varianti, come già ti avevamo spiegato su Ohga.

Il professor Carlo Federico Perno specifica infine come "si stia parlando di una variante e non di un ceppo vaccine-escape, ovvero nato in seguito alla vaccinazione e allo scopo di aggirarla".

In Italia

La variante indiana intanto si sta diffondendo anche in Europa, sebbene all'inizio sembrerebbe limitata a un migliaio di casi, ed è arrivata in Italia già a marzo. Il primo caso è stato rintracciato a Firenze proprio il 10 marzo scorso. Altri due casi sono stati registrati a Piacenza il 25 aprile. Per il resto non si hanno notizie altri individui positivi che hanno contratto questo ceppo specifico. Potrebbero però non essere stati individuati dal momento che, come spiega il professor Perno, nel nostro Paese non è ancora attivo un sequenziamento strutturato del virus, ma si procede solo in base alle linee guida indicate dall'Istituto superiore di sanità.

Il ministro della Salute Roberto Speranza intanto ha annunciato di aver firmato un'ordinanza che vieta l'ingresso in Italia a chiunque sia stato in India durante i 14 giorni precedenti. Chi ha la residenza in Italia dovrà sottoporsi a due tamponi, uno alla partenza dal Paese asiatico e l'altro all'arrivo nel nostro. Dopodiché dovrà comunque osservare la classica quarantena di due settimane, in via obbligatoria. Questa disposizione è motivata non solo dalla necessità di limitare a prescindere la circolazione di varianti, ma anche dallo scongiurare in tutti i modi un possibile aumento dei contagi ora che sono cominciate le riaperture.

Negli altri Paesi europei

Altri casi di variante indiana sono stati registrati in Grecia, Germania, Belgio e Svizzera. Nel Paese confinante con l'Italia, una persona atterrata in Svizzera da un altro aeroporto europeo. Un centinaio di individui con questa mutazione del virus sono stati invece trovati nel Regno Unito, dove il primo ministro Boris Johnson ha deciso di inserire l'India nella lista rossa dei Paesi verso i quali è vietato viaggiare. Chi si trova al momento in quello stato potrà rientrare, ma dovrà sottoporsi a tampone e a una quarantena obbligatoria in un hotel, interamente a sue spese.

Fonti| Ufficio Federale della Sanità Pubblica – Svizzera; AdnKronos; Pagina Facebook Roberto Speranza; Istituto superiore di sanità;

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