Discreto e silenzioso, ma sempre pronto a giocare con i bambini. Come si diventa un volontario ABIO

Discreti e silenziosi, ma sempre disponibili a giocare e far divertire. I volontari della Fondazione ABIO promuovono l’attività ludica tra i bambini ricoverati in ospedale, portando un po’ di normalità e spensieratezza in quelle che sono anche lunghe degenze. Abbiamo intervistato Teresa Durante, Consigliere di Fondazione ABIO e Presidente di ABIO Potenza.
Gaia Cortese 20 Novembre 2020
* ultima modifica il 20/11/2020

Oggi è la Giornata Universale del bambino. Sono passati più di 30 anni da quando è stata firmata la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, un documento che, in quasi tutti i Paesi del mondo, sancisce i diritti fondamentali dei bambini, oltre a proteggerli e a tutelarli. Istruzione, cibo, acqua e cure sanitarie sono gli aspetti essenziali da garantire a ogni bambino su questa Terra.

E poi c'è il gioco. Un'attività indispensabile per il bambino che lo aiuta a sviluppare le proprie potenzialità intellettive, affettive e relazionali, ma non solo. Il gioco ha un ruolo fondamentale quando viene praticato a casa e a scuola, ma anche in un contesto fuori dall'ordinario, come quello di una struttura ospedaliera.

Fondazione ABIO è un'organizzazione che promuove progetti e interventi destinati a ridurre l'impatto emotivamente stressante e traumatico dell'ospedalizzazione dei bambini. Trasforma gli ambienti affinché siano a misura di bambino, coordina una rete di volontari che non solo affiancano i bambini coinvolgendoli in attività ludiche e ricreative, ma che possono essere anche di aiuto ai genitori in un momento molto dedicato per tuta la famiglia.

Abbiamo incontrato Teresa Durante, Consigliere di Fondazione ABIO e Presidente di ABIO Potenza, e a lei abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio come lavora Fondazione ABIO e quale può essere il percorso per diventare un volontario.

Come si diventa un volontario ABIO?

Per diventare volontario ABIO è necessario seguire un corso di formazione di base, che inizia con un incontro formativo che ha la funzione di illustrare la teoria, l’organizzazione e gli scopi di ABIO, oltre al ruolo stesso del volontario all’interno dell’organizzazione. Dopo il primo incontro c’è una parte teorica che approfondisce le tematiche del servizio ABIO, il gioco in ospedale, le regole igienico-sanitarie e i rapporti con la famiglia.

Il volontario, prima di arrivare al bambino, deve arrivare al genitore, affinché si instauri una costruttiva relazione di fiducia.

Successivamente c’è un tirocinio della durata di 6 mesi in affiancamento a volontari già attivi. Questo passaggio è molto importante perché, essendoci oltre 60 sedi ABIO autonome, vogliamo creare delle competenze minime per fare sì che la famiglia che incontra il volontario ABIO a Milano o il volontario ABIO a Palermo, possa rivedere in questi volontari un segno distintivo dell’associazione. Un segno inequivocabile come quello per cui un volontario ABIO deve essere un volontariato discreto e silenzioso.

Cosa ti ha spinto a diventare una volontaria per questa associazione?

Ho avuto un’esperienza diretta, avendo avuto mia figlia ospedalizzata per un giorno, e nonostante sia stato solo un giorno, io l’ho definito il giorno più lungo della mia vita, perché oltre all’ansia e la paura in attesa dell’esito degli esami, avevo realmente difficoltà a intrattenere mia figlia: ero preoccupata e non sapevo come contenere l'ansia di mia figlia.

Quando per caso sono venuta a sapere che a Potenza cercavano un gruppo di volontari, mi sono iscritta immediatamente e oggi sono 13 anni che faccio volontariato per ABIO.

C'è una storia di un paziente che ti è rimasta particolarmente nel cuore?

Ci sono tante storie, ma in particolare mi viene in mente un piccolo paziente di 3 anni, quando ancora ero ai miei primi turni in reparto. Era quasi Natale e stavamo facendo il presepe, cercando di coinvolgere i bambini. Un modo per portare un po’ l’atmosfera di casa e di Natale tra le corsie dell’ospedale.

Questo bambino mi stava aiutando a sistemare i pastori nel presepe quando è arrivata un’infermiera per mettergli la flebo. Io mi faccio vedere dispiaciuta di vederlo andare via e lui mi guarda e con un sorriso mi dice: “Stai tranquilla. Adesso mi mettono solo l’albumina e poi mi sentirò così bene da tornare subito da te”. Ecco, avrei dovuto rincuorarlo io e invece lo ha fatto lui.

Quel bambino aveva una patologia cronica, per cui tornava spesso in ospedale. Ci siamo incontrati più volte e siamo diventati amici. Lo chiamavo “il nostro aiutante volontario” e lui ci rimproverava se arrivavamo in ritardo o ci portava con lui a fare gli esami per dimostrare quanto era coraggioso.

Quanto aiuta i genitori la presenza di voi volontari?

Li aiuta, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto la presenza di un volontario può consentire a un genitore di essere sostituito momentaneamente per bere un caffè o per fare una piccola passeggiata per staccarsi un attimo da un luogo che porta con sé emozioni in gran parte dettate dall’ansia, dalla paura e dalla malattia. A mio avviso il lavoro del volontario ABIO dà anche l’opportunità di stare vicino a un figlio, dando degli spunti per giocare: alcuni papà confessano di non aver mai giocato con i figli come in ospedale, perché qui c’è un tipo di tempo "diverso". Tanto è vero che cerchiamo di coinvolgere anche le famiglie e riteniamo che quando si crea un certo clima, è più facile trovare la risorse e intravedere le debolezze di ognuno.

Io dico sempre ai volontari che prima di arrivare al bambino, bisogna arrivare al genitore. Non solo perché i bambini sono minorenni e giustamente hanno sempre diritto ad avere un famigliare di riferimento vicino, ma anche perché se il bambino si fida del genitore, e il genitore si fida del volontario, per il bambino sarà più facile partecipare alle attività ludiche e di intrattenimento proposte.

Qual è la funzione del gioco in presenza di una malattia?

Il gioco è importante perché dà continuità. Il gioco è il mondo del bambino e attraverso il gioco il bambino può distrarsi ed eventualmente elaborare delle emozioni come la paura e la tristezza. Il nostro non è un servizio psicologico, siamo facilitatori di normalità in un luogo in cui esiste la malattia.

Il nostro scopo è garantire il diritto al gioco in modo da facilitare un processo che aiuta la guarigione e riduce i giorni di degenza, un dato che ci viene confermato anche dal personale ospedaliero. Siamo attivatori di endorfine, tant’è che in questo momento anche il personale ospedaliero sente un po’ la nostra assenza, perché avvertono un ambiente meno colorato, dove l’aria è un po’ più pesante.

In questo periodo complicato dalla pandemia in corso, come lavorate come volontari?

In tutti gli ospedali il servizio è temporaneamente sospeso. Per una questione sanitaria non è consentito andare in ospedale, soprattutto per tutelare i bambini, le famiglie e i volontari. In molte sedi si stanno donando kit monouso per bambini come matite e album da colorare, che vengono distribuiti da infermiere e caposala. Insomma, non c’è il volontario, ma c’è il gioco.

Ci sono poi molti bambini che ormai conoscono ABIO e tutti i suoi volontari con la maglietta con l’orsetto: per loro stiamo realizzando dei video tutorial per varie attività da fare con i loro genitori. Cerchiamo poi di tenere saldo il gruppo di volontari per essere pronti a tornare il prima possibile nella modalità che ci sarà richiesta dagli ospedali.

L’emotività può essere un ostacolo nel percorso per diventare un volontario ABIO?

Il volontariato ABIO non è un volontariato individuale e questo aiuta molto. Nel momento in cui ci sono situazioni critiche, qualcosa che può toccare l’emotività del singolo, c’è sempre un altro volontariato che può dare sostegno. Uno dei motivi per cui la formazione è “lunga” è anche questo: si riflette su ABIO, sul volontariato, su quanto l’ospedale sia il luogo più giusto per una persona per fare volontariato. Ed ecco perché, anche nel tirocinio, si è sempre affiancati. Non si è mai soli.

Le informazioni fornite su www.ohga.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.