È un problema fare in ritardo il richiamo del vaccino anti-Covid? Lo abbiamo chiesto al prof. Cauda

Mentre Pfizer annuncia tagli alle consegne anche per la prossima settimana, le regioni stanno esaurendo le scorte e in alcune, come il Veneto, è a rischio anche la somministrazione della seconda dose. Cosa può accadere dunque se passano più dei 21 giorni prestabiliti? La possibilità che non si sviluppi l’immunità completa esiste.
Giulia Dallagiovanna 22 Gennaio 2021
* ultima modifica il 22/01/2021
Intervista al Prof. Roberto Cauda Professore ordinario di Malattie Infettive presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

C'è un problema nella campagna vaccinale contro il Covid-19: i ritardi. Il piano stilato dal governo faceva affidamento sulla puntualità nella consegna settimanale delle dosi e prevedeva che i richiami fossero somministrati a partire dal 18 gennaio, per iniziare la fase due, quella rivolta alla popolazione over80, già il 28 febbraio. Pfizer però è venuta meno al suo impegno, tagliando del 29% le forniture all'Italia e annunciando che purtroppo i disagi non sono finiti. La ragione sarebbero gli interventi che devono essere effettuati nel suo stabilimento principale, in Belgio, al fine di aumentarne la capacità produttiva. Stiamo infatti parlando del primo vaccino che è stato approvato da FDA, Ema e Mhra (l'autorità che controlla la circolazione dei farmaci nel Regno Unito) e che è diventato, automaticamente, quello sul quale si sono riversate le speranze di tutti per una rapida fine della pandemia. Tanto che l'Unione europea a gennaio ha negoziato l'acquisto di altre 300 milioni di dosi. Insomma, Pfizer e BioNTech si sono trovate di fronte a una domanda che forse non avevano previsto e per poter far fronte a tutti gli ordini hanno dovuto potenziare il sistema di produzione.

Il risultato è che ci troviamo con un terzo in meno dei vaccini che dovevamo ricevere e alcune regioni che stanno esaurendo le scorte. In Lombardia non c'è modo di cominciare la fase 2, in Emilia-Romagna si è deciso di dedicarsi solo ai richiami e il Veneto lamenta la carenza di 110mila dosi per completare il secondo giro. Ed è proprio questo il problema principale: cosa accade se passano più dei 21 giorni previsti tra una somministrazione e l'altra? C'è il rischio che una persona non riesca a sviluppare l'immunità completa? "È una domanda che tutti ci stiamo ponendo in questo momento – ci confessa il professor Roberto Cauda, docente ordinario di Malattie Infettive presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. – Una riposta certa non la possiamo avere, perché si tratta di un vaccino nuovo pensato per una malattia nuova. Proprio per questo motivo, credo che bisognerebbe attenersi il più possibile a quello che è emerso dagli studi, ovvero che questo farmaco, somministrato in determinati dosaggi e rispettando precise scadenze, garantisce un'efficacia del 95%".

"Con la prima dose si raggiunge una copertura parziale del 40%"

Un atteggiamento di prudenza dunque è d'obbligo, anche perché non ci sono prove che, ritardando il richiamo, la sicurezza e il livello di immunità restino invariati. "Non escludo a priori che se si superassero i 21 giorni per Pfizer, o i 28 per Moderna e AstraZeneca, i risultati potrebbero rimanere gli stessi – aggiunge il professore. – Ma sottolineo ‘potrebbero'. Ci sono state determinate regole e condizioni che hanno portato all'approvazione del vaccino e andrebbero rispettate".

Insomma, la speranza è che i ritardi siano solo momentanei e che vengano recuperati da un aumento delle consegne nella prossime settimane. "Bisognerà adeguare le vaccinazioni alle scorte disponibili in quel momento, avendo cura di preservare una certa quota di dosi per coprire tutti i richiami. Con la prima iniezione si raggiunge solo una copertura parziale, del 40%, mentre a distanza di una settimana dalla seconda si arriva al famoso 95%".

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