“Ho intravisto la fine dell’AIDS e sì, confesso che ho esultato”: parola di Paolo Lusso, il papà del primo vaccino contro l’HIV

Quello messo a punto nel laboratori del National Institutes of Health di Washington è un vaccino innovativo basato sul mRna, la stessa piattaforma utilizzata nei preparati anti-Covid. Secondo il Dr. Lusso, responsabile del Laboratorio di Patogenesi Virale del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e autore della ricerca, entro la fine del 2022 potrebbero partire le sperimentazioni sull’uomo.
Kevin Ben Alì Zinati 23 Febbraio 2022
* ultima modifica il 23/02/2022
In collaborazione con il Dott. Paolo Lusso Responsabile del Laboratorio di Patogenesi Virale del National Institute of Allergy and Infectious Diseases del National Institutes of Health di Washington

Uomo e HIV, capitolo 5. Oppure capitolo 1, perché oggi potremmo essere di fronte all’inizio di una storia completamente nuova: potremmo trovarci alle soglie di un mondo con un vaccino contro l’epidemia da Aids.

Per raccontare la rivoluzione per ora il condizionale è ancora d’obbligo, perché nella scienza la certezza non esiste e quando si lavora allo sviluppo di uno strumento così complesso e decisivo bisogna caricarsi di buone dosi di cautela e pazienza.

Il tempo verbale però è da ridimensionare: se per decenni è appartenuta al futuro, ora l’idea di un vaccino contro HIV è qualcosa di concretamente presente: “Oggi stiamo allestendo tutta l’infrastruttura e finalizzando il disegno per lo studio clinico di fase 1. Ottimisticamente potremmo iniettare le prime dosi già entro fine anno”. Nel giro di qualche mese una siringa potrebbe dunque pungere un braccio umano.

L'ha assicurato il dottor Paolo Lusso, responsabile del Laboratorio di Patogenesi Virale del National Institute of Allergy and Infectious Diseases del National Institutes of Health di Washington e coordinatore del lavoro di ricerca che ha messo a punto il farmaco.

Con lui abbiamo ripercorso le tappe fondamentali di questa storia approfondendo poi tutti i segreti del vaccino anti-HIV a partire dalla prima, illuminante, novità: il ruolo del mRna, la stessa tecnologia su cui si basano i vaccini oggi utilizzati per domare la pandemia da Sars-CoV-2.

I capitoli precedenti

Convenzionalmente fissiamo i precedenti capitoli in quattro momenti storici precisi. Uno risale al 5 giugno del 1981, quando l’immunologo Michael Gottlieb documentò il proprio bizzarro incontro con la polmonite da Pneumocystis carinii.

Nei panni del giovane Gottlieb, anche tu saresti rimasto colpito. La malattia non aveva solo attaccato cinque omosessuali prima in salute invece dei soliti neonati prematuri, ma combinandosi opportunisticamente con altre insolite infezioni aveva distrutto il loro intero sistema immunitario.

Quell’articolo fu la prima segnalazione ufficiale dell’epidemia da Aids.

La nuova malattia restò a lungo senza nome e venne così sballottata da una definizione all’altra. C’era chi più scientificamente la chiamava «linfoadenopatia» e chi invece preferiva titoli sensazionalistici come «immunodeficienza gay-correlata» o «cancro dei gay».

Il seme dello stigma e della discriminazione aveva già iniziato a germogliare quando però il 24 settembre del 1982 la comunità scientifica propose di chiamare la nuova malattia «Acquired Immune Deficiency Syndrome», o sindrome da immunodeficienza acquisita. Fu la prima volta che sentimmo parlare di Aids.

Tra il 1983 e 1984 due leggendari studi cambiarono le carte in tavola perché riuscirono a isolare il virus responsabile della malattia. Mentre dibattevano (anche legalmente) se la paternità della scoperta appartenesse a Luc Montagnier (e alla dottoressa Françoise Barré-Sinoussi) dell’Istituto Pasteur di Parigi o al team statunitense del dottor Robert Gallo, il 1 maggio del 1986 il Comitato Internazionale sulla Tassonomia dei Virus annunciò il nome del virus responsabile l’Aids.

Quel giorno, il mondo fece per la prima volta la conoscenza di HIV, il virus dell'immunodeficienza umana.

Un’altra pagina decisiva di questa storia venne poi scritta l’anno successivo. Più precisamente il 19 marzo 1987, quando grazie al lavoro di Sam Broder e colleghi all’NIH la Food and Drug Administration statunitense cambiò destino alla zidovudina (o Azt) e da farmaco originariamente pensato contro il cancro lo trasformò nella prima terapia antiretrovirale contro l’infezione da HIV.

Non è facile circoscrivere con precisione nel tempo e nello spazio l’inizio del nuovo capitolo. Potremmo prendere un punto nel passato, immediatamente successivo alla scoperta della natura retrovirale dell’HIV, quando la scienza intera si mise al lavoro per cercare un vaccino in grado di prevenire la sindrome da immunodeficienza acquisita.

Così facendo resteremmo però con un cronologia traballante perché da allora nessun tentativo riuscì mai a centrare l’obiettivo. Fino ad oggi.

Stigma e discriminazione erano già presenti quando nel 1982 la scienza propose di chiamare la nuova malattia «Acquired Immune Deficiency Syndrome»

Per riconoscere l’inizio della fine di un’epidemia che finora è costata la vita a oltre 36 milioni di persone, potremmo scegliere il 9 dicembre 2021. Cioè la data di pubblicazione su Nature Medicine dei promettenti risultati del primo vaccino anti-HIV a base di mRna.

A dir tutta la verità, la storia iniziò ancora un po’ prima. Una mattina del 2016, quando il dottor Lusso bussò alle porte (si fa per dire) dell’azienda farmaceutica Moderna con l’idea di sfruttare tutte le potenzialità dell’Rna messaggero per sconfiggere il virus dietro l’Aids.

Un virus particolare

Già direttore della Virologia Umana al San Raffaele di Milano, Paolo Lusso oggi è a capo del Laboratorio di Patogenesi Virale del NIAID, organo del National Institutes of Allergy and Infectious Diseases di Washington guidato da Anthony Fauci, consulente della Casa Bianca con il quale ha firmato il primo passo di questo nuovo capitolo.

Lusso ci ha risposto dal suo studio nel cuore di Washington. Incastrando fusi orari ostili e connessioni internet un po’ ballerine ci ha raccontato tutti i segreti dietro al «suo» vaccino contro l’HIV partendo da una certezza: il virus dell'immunodeficienza umana è stato, e per molti versi rimane ancora, un grande rebus per la scienza.

Il dottor Paolo Lusso, autore dello studio sul vaccino a mRna insieme ad Anthony Fauci

Ancora oggi non ci sono dati univoci sul momento in cui sarebbe avvenuto lo spillover, ovvero il salto di specie con cui il virus ha oltrepassato i confini del regno animale per varcare quelli umani.

Secondo le indagini più recenti, il dove del salto da scimpanzé a uomo sarebbe da individuare da qualche parte nel Camerun mentre il quando è da ricercare nei primi anni del Novecento, forse non più tardi del 1908. Anche qui però restano dei dubbi.

L'idea di un salto di specie “in una notte buia e tempestosa dell’inizio del ‘900″ non convince per esempio Lusso, secondo cui, dopo centinaia di anni di convivenza nella giungla tra uomini e scimpanzé "è difficile pensare che di contatti a rischio come la lotta, la caccia, l’ospitalità in casa come animali domestici non ce ne siano stati a migliaia nel corso dei secoli”.  

È più probabile insomma che l’HIV, o un suo antenato, siano stati scambiati fra le due specie per un tempo senza memoria: con una malattia che se non curata uccide nel giro di 5-10 anni minimo, chi se ne poteva accorgere nel cuore della giungla? “La differenza è che per millenni questo è rimasto un segreto chiuso nel cuore profondo delle foreste africane. Fino a quando negli anni ’50 le esigenze del commercio non hanno iniziato ad aprire autostrade”. 

Fin dal suo esordio clinico, comunque, HIV si mostrò un virus diverso e tosto. Soprattutto perché fin dai primi anni ’80 si è iniziato a vedere che nessuno dei pazienti sieropositivi è mai spontaneamente guarito dall’infezione.

“A parte due-tre casi (l’ultimo del gennaio 2022, ndr) che si citano perché eccezionali, e sfortunatamente perché neanche troppo fortunati dal momento che sono pazienti con gravi neoplasie del sangue, l’infezione da HIV non si risolve mai da sola e non c’è un solo caso al mondo di guarigione spontanea” ha spiegato Lusso, mostrando quanto grande sia sempre stata la montagna da scalare.

 

Ciò che rende HIV tanto speciale è la sua indole, perché non si comporta affatto come un virus normale. Quando incappiamo in un’infezione «classica» di solito non sviluppiamo mai un’immunità protettiva totale, non arriviamo mai, cioè, a una situazione in cui abbiamo abbastanza anticorpi da proteggerci al 100% anche da una sola particella virale.

Se abbiamo già incontrato il morbillo, il virus può entrare una seconda volta nel nostro corpo ma viene bloccato molto in fretta.

L’infezione da HIV non si risolve mai da sola e non c’è un solo caso al mondo di guarigione spontanea

Dr. Paolo Lusso, NIAID

“Se il nostro sistema immunitario dovesse incontrare nuovamente quel virus, saremmo in grado di riconoscerlo e di proteggerci perché il nostro organismo si ricorderebbe di quell’incontro e metterebbe in atto, insomma, una sorveglianza immunitaria pronta ad agire”. Con HIV tutto questo non basta. Anzi, una volta che mette il piede tra lo stipite e la porta è già troppo tardi.

HIV appartiene alla famiglia dei retrovirus e come dimostrarono entrambi gli studi di Montagnier e Gallo, è un virus assai infido che per sopravvivere si serve della cosiddetta trascrittasi inversa. “Di solito il funzionamento delle nostre cellule segue un’organizzazione prestabilita, c’è un flusso preciso che guida la nostra informazione genetica dal Dna verso la formazione delle proteine. I retrovirus vanno letteralmente al contrario”. 

Un po’ come i salmoni che risalgono la corrente, questi virus seguono una direzione opposta rispetto al flusso naturale dell’informazione genetica. Prendono cioè l’RNA, di cui sono fatti, e fanno di loro stessi una forma a Dna chiamata «provirus» che va a integrarsi direttamente nel nostro genoma.

Una volta concluso questo processo, il retrovirus è diventato parte del nostro Dna all’interno di cellule che entrano in uno stato di riposo smettendo di replicarsi. Qui sta il guaio: i farmaci antiretrovirali agiscono solo su cellule attive e sfuggendo al loro mirino, il virus può restare nascosto per anni, in uno stato dormiente, nell’organismo.

Quando poi queste cellule si risvegliano dal «letargo» e ricominciano a replicare, HIV è così in grado di replicarsi con loro, riaccendendo l’infezione in maniera massiccia. Una volta entrato, insomma, non c’è modo di scovarlo e di estirparlo.

Sbarrare la porta

Quella che porta al vaccino contro l’HIV è una strada zeppa di insidie proprio perché dovrà essere in grado di fare di più dei vaccini normali.

“L’asticella con l’HIV è messa molto più in alto. Se i vaccini normali possono permettere a un virus di entrare nel nostro organismo e replicarsi perché tanto gli impediranno di provocare una malattia in forma grave, quello contro l’HIV dobbiamo creare un vaccino sterilizzante, cioè in grado di prevenire l’infezione al 100% ha spiegato Lusso. Deve sbarrare la porta d’accesso con travi e chiodi. E questo è un obiettivo difficilissimo.

Pensa a Sars-CoV-2. Secondo il virologo, il nuovo Coronavirus è un virus relativamente facile. “Quando entra in contatto con il nostro organismo viene immediatamente riconosciuto perché non ha investito molto in trucchi per sfuggire al sistema immunitario. Significa cioè che il nostro radar trova in fretta i suoi punti deboli e sviluppa gli anticorpi protettivi.

HIV invece è una specie di "Houdini della virologia". E di fronte alle capacità straordinarie di questo virus, dice Lusso, a volte anche gli scienziati si tolgono il cappello.

Nella sue parole si sente la fascinazione per il virus dell’HIV, un’ammirazione che può sembrare anche un po’ sinistra se pensi che solo nel 2020 l’Aids e tutte le patologie correlate hanno provocato più di 680mila morti in tutto il mondo.

Lusso, così come altri virologi e infettivologi che restano incantati di fronte alle sue «magie», tuttavia non sono usciti di senno. Hanno solo fatto proprio un paradigma che faremmo bene a comprendere anche noi. E cioè che la Natura non è né benigna né maligna.

Sempre più spesso ci lasciamo coinvolgere nella «retorica della guerra» contro batteri e virus – in questi mesi di pandemia è diventata praticamente il mantra quotidiano dei Governi e di alcuni giornali – quando in realtà la Natura non è profondamente cattiva tanto quanto non è necessariamente benigna.

Può essere spaventosa e tremenda ma non è nostra nemica designata. Tutta la Natura, esattamente come noi che ne siamo parte, vive cercando di sopravvivere.

Tra insuccessi e razionali speranze 

Non è difficile capire quindi perché in 40 anni di studi e ricerche non abbiamo ancora trovato un vaccino contro l’HIV. Fin dall’inizio però ci abbiamo tentato.

La storia del vaccino per l’HIV inizia subito dopo la sua scoperta negli anni ’80, quando la scienza si è ritrovata a vagliare tutte le strategie convenzionalmente impiegate nei vaccini applicandole al nuovo e sconosciuto virus.

“In questi quarant’anni sono stati testati molti possibili vaccini, quasi un centinaio, ma fino ad oggi non c’è mai stata un’idea che avesse dato risultati sufficientemente incoraggianti nelle sperimentazioni animali al punto da giustificarne la successiva estensione sull’uomo ha detto Lusso.

Certo ci sono stati anche bei momenti. L’esperienza del professor Ronald Desrosiers, per esempio, fu illuminante. Ricercatore all’Università di Boston, Desrosiers aveva ottenuto buoni esiti dal suo candidato vaccino, basato su un forma viva-attenuata del virus HIV ma nessuno, tuttavia, lo ritenne (e lo ritiene ancor’oggi) sufficientemente sicuro per testarlo sull’essere umano.

Quello contro HIV dev'essere un vaccino sterilizzante, cioè in grado di prevenire l’infezione al 100%

Dr. Paolo Lusso, NIAID

Nonostante tutti i tentativi finora si fossero conclusi con un insuccesso, c’erano comunque solidi motivi di speranza. Fin dall’inizio abbiamo sempre creduto che un vaccino per l’HIV, prima o poi, sarebbe stato possibile: “Dopo un certo periodo di tempo alcune persone infettate dal virus, non tutte ma una certa percentuale, sviluppa comunque gli anticorpi protettivi. E tutti gli anticorpi che oggi utilizziamo in terapia derivano proprio da persone che avevano sviluppato l’infezione. Questo significa che il corpo umano può sviluppare gli anticorpi giusti”. 

Con quest’esperienza pluridecennale e una buona dose di razionale speranza nella valigetta, il dottor Paolo Lusso nel 2016 si rivolse a Moderna.

Ancora lui: l’Rna messaggero

Oggi l’azienda farmaceutica statunitense è protagonista onnipresente delle nostre vite. Per mesi, come si fa con il tifo sportivo, abbiamo diviso amici e parenti in base all’appartenenza del farmaco con cui erano stati immunizzati contro il Covid.

Nel 2016 però nessuno di noi sapeva dell’esistenza di Moderna, sebbene già allora potesse contare su un capitale di oltre un miliardo di dollari di investimenti privati che ben quattro anni prima dell’apparizione di Sars-CoV-2 in un wet market di Wuhan avevano puntato sull’mRna.

Fu un all-in quasi al buio se si considera che a quel tempo l’azienda non possedeva nemmeno un singolo prodotto sul mercato. “Un’ulteriore prova – ha aggiunto Lusso – che il vaccino anti-Covid non è stato improvvisato e la tecnologia a mRna non è stata messa a punto in modo frettoloso e non adeguatamente controllato”. 

Le potenzialità dell’mRna sono enormi e per il virologo italiano e colleghi ha rappresentato uno dei punti cardine del vaccino anti-HIV. La sua scoperta risale agli anni ’60, quando un gruppo di scienziati fu in grado di spiegare per la prima volta in che modo le informazioni genetiche per la produzione delle proteine passano dal Dna fino ai ribosomi.

In questo meccanismo, l’Rna è la molecola responsabile del trasporto del codice genetico necessario alla costruzione delle proteine. Di fatto, agisce come un messaggero che trasporta a destinazione informazioni preziose e di importanza chiave per i processi vitali.

L’incredibile sofisticatezza dietro al segreto della vita ispirò presto un’altra idea altrettanto ambiziosa e complessa. Sfruttare, cioè, lo stesso sistema di trasmissione di informazioni per insegnare al nostro sistema immunitario a riconoscere e attaccare patogeni.

Avevamo speranza sul vaccino perché sapevamo che il corpo umano può sviluppare gli anticorpi giusti 

Dr. Paolo Lusso, NIAID

I vaccini contro Sars-CoV-2 agiscono così e in maniera simile ma ulteriormente strutturata è come dovrebbe funzionare il vaccino anti-HIV studiato dal team del dottor Lusso. “Anche in questo caso, l’mRna ha il compito di consegnare al sistema immunitario le istruzioni per imparare a difendersi da un invasore esterno. La grande svolta rispetto ai precedenti tentativi falliti sta proprio qui: nel trasformare il nostro corpo nella fabbrica stessa del vaccino”. 

Altri tipi di vaccini sfruttano proteine prodotte artificialmente ma questi processi incontrano diverse difficoltà, tra cui la necessità di rendere solubili e dunque iniettabili le proteine che una volta dentro l’organismo risveglieranno gli anticorpi.

Tali ulteriori modifiche comportano quella che Lusso ha definito “una sorta di cosmesi”, necessaria per renderle producibili e iniettabili in un copro ma “inevitabilmente deleteria per la loro funzionalità”. Invece di produrlo fuori dal corpo, l’idea del team di Lusso è quella di farlo fare direttamente dalle nostre cellule.

Oltre che innovativo, questo meccanismo offre maggior efficacia contro uno degli stratagemmi più infidi che il virus usa per sfuggire al sistema immunitario, ovvero la creazione di uno scudo esterno fatto di zuccheri.

“Se immaginiamo il virus dell’HIV come una piccola sfera, possiamo visualizzare l’intera superficie esterna come ricoperta da uno spesso strato di zuccheri, piú o meno complessi, con cui riesce a evadere il radar del sistema immunitario”. Questa funziona un po’ come la tecnologia degli aerei spia Stealth: siccome il nostro organismo non considera lo zucchero un elemento esterno ma anzi, lo registra come parte di se stesso, una volta che il virus entra e si mimetizza con l’ambiente circostante, il sistema immunitario semplicemente non riesce a vederlo.

La grande svolta rispetto ai precedenti tentativi falliti sta nel trasformare il nostro corpo nella fabbrica stessa del vaccino

Dr. Paolo Lusso, NIAID

In alcuni punti di questo scudo esterno fatto di zucchero però si aprono delle piccole cavità, in fondo alle quali sono si trovano i punti deboli dove poter attaccare il virus.

Per riuscire a penetrare lo scudo di zucchero e raggiungere questi punti deboli, il sistema immunitario deve imparare come colpire con precisione queste zone così nascoste.

“Le proteine del virus create fuori dal corpo sono come un modello preciso ma di plastica, se invece è il nostro corpo a produrle, le proteine in carne ed ossa ci consentono di intravedere questi punti deboli con precisione”.

Un aiuto in più

Nella chiacchierata con il dottor Paolo Lusso, il ricorso al confronto tra HIV e Sars-CoV-2 è stato facile e continuo e soprattutto molto utile. Grazie al bagaglio di conoscenze e immagini oggi condivise, ti può aiutare a capire ancora meglio come funziona il vaccino anti-HIV.

Ormai hai imparato che il Coronavirus per penetrare nelle nostre cellule sfrutta la cosiddetta proteina Spike, una struttura che, come un arpione, si aggancia al recettore ACE2: posto sulla superficie delle cellule, è la porta che il virus sfonda per entrare nell’organismo.

Per aprire la nostra serratura, HIV utilizza la propria chiave, una proteina del mantello esterno dell’HIV, il cosiddetto Envelope o «Env». Che diventa così il bersaglio della risposta immunitaria. “Un vaccino per l’HIV deve per forza produrre anticorpi contro le proteine Env in modo da impedire l’ingresso del virus nella cellula bersaglio”.

Far partire questa mirata risposta immunitaria però non è facile. Contro HIV servono forze speciali e vigorose, capaci di produrre gli anticorpi giusti e specifici per l’Env. Si tratta di cellule precursori dei linfociti B, che nel nostro corpo sono ancora in uno stato primitivo.

“Per reclutarle abbiamo quindi usato speciali iniziatori di questo processo, ovvero forme modificate della proteina dell’Env. Ma poi abbiamo fatto una cosa in più”. 

Le protein dell’Env da sole avrebbero innescato una risposta immunitaria abbastanza debole, dal momento che proprio a causa dello scudo zuccherino non possiedono naturalmente un forte potere immunogeno. Così i ricercatori hanno dotato il vaccino di un sistema aggiuntivo per produrre particelle simili al virus (le Vlp, Virus-Like Particles).

“Assomigliando in tutto e per tutto all’HIV ma assolutamente sicure e innocue, agiscono come un mantello rosso per un toro. Adescando il sistema immunitario lo spingono con un mezzo inganno a innescare una risposta molto più potente ed efficiente”. Queste particelle devono la loro struttura alla proteina Gag, una sorta di scheletro che è stato aggiunto come supporto per rafforzare ulteriormente l’azione del vaccino.

I booster

Di tutta la grande conoscenza acquisita in questi anni di tentativi, secondo il dottor Lusso una lezione molto importante arriva dall’osservazione dei pazienti. Solo chi era infettato da molti mesi o anni alla fine riusciva a sviluppare gli anticorpi giusti. Serviva, quindi, un’esposizione ripetuta agli antigeni del virus.

“Abbiamo capito che per diventare realmente efficace, il vaccino necessitava di più di un’iniezione. Oggi come allora servono insomma più booster. Nelle scimmie ce ne sono voluti sei.

Per imparare a tenere lontano l’HIV e insegnargli a compiere tutto il complicato processo che ti ho raccontato poco fa, il sistema immunitario ha dunque bisogno di andare a scuola per lungo tempo, iniziando dalle elementari per arrivare fino ai difficili esami dell’università e probabilmente anche della specializzazione post-lauream.

“La prima iniziazione serve per svegliare le cellule B ancestrali, poi altre due con lo stesso tipo di Env ma più maturo e infine 3 con un misto di due Env provenienti da forme del virus dell’HIV originarie di altre zone del mondo”. Proprio come per il Covid, anche l’educazione del sistema immunitario nei laboratori di Washington ha richiesto diverse iniezioni spaziate nel tempo ma al termine della fase di sperimentazione sui topi, il dottor Lusso e colleghi hanno potuto osservare i primi, eccitanti risultati.

“Nei modelli murini era chiarissimo che questo sistema funzionava molto bene. La combinazione di Env e Gag dava l’immunità. A quel punto la sperimentazione è passata sui macachi”. E anche qui gli esiti sono stati incoraggianti.

Anche nei primati gli scienziati hanno scorto popolazioni di anticorpi protettivi, i cosiddetti Broadly Neutralizing Antibodies (anticorpi neutralizzanti ad ampio spettro). “Dopo le iniezioni i macachi erano protetti contro il virus, in un paio di scimmie la protezione era anche totale. Nelle altre parziale ma comunque molto più di quanto ottenuto finora con altri vaccini”.

Il futuro è già qui

Il team del dottor Lusso ha calcolato che l’immunizzazione offerta dal prototipo di vaccino anti-HIV per il momento si aggira attorno all’80% circa.

Se si spalmasse oggi questa percentuale su una popolazione di milioni di persone, ha spiegato il virologo, potrebbe già avere un impatto comunque enorme. “Ma sono fiducioso che arriveremo vicino al 99% di protezione”.

Mentre Lusso ci svelava i segreti del vaccino, un secondo studio condotto dal suo gruppo era già al lavoro per affinare alcuni meccanismi del prototipo così da avere in tempi brevi un riscontro sul quale poi impostare il protocollo di sperimentazione sull’uomo. Che dovrebbe partire entro la fine del 2022.

“Sarà uno studio piccolo, con poco più di 40 persone. Durerà all’incirca 6 mesi e il suo obiettivo non sarà vedere la protezione ma solo se il vaccino è sicuro e se produce una risposta immunitaria. Nel giro di un anno potremmo avere tutte le risposte”. Al termine di questo si partirà con un vaccino più ambizioso e uno studio più massiccio in una regione a rischio del mondo, con tutta probabilità in Africa, dove HIV e Aids sono ancora delle piaghe spaventose. “Qui si andrà davvero a verificare la protezione. Le prime risposte dell’efficacia reale sul campo potremmo averle per il 2024”.

Il vaccino vero e proprio, quello commercializzato e utilizzabile in ogni angolo del mondo non è poi così lontano. Anzi, secondo Lusso può essere abbastanza vicino: “ci sono ancora tante domande a cui rispondere e cose da perfezionare. Dovremo per esempio cercare di ridurre il numero di iniezioni. Entro 5 anni credo però che sarà disponibile. Ci vorrà del tempo, ma potrebbe finalmente iniziare a vedersi la fine dell’AIDS”.

Sentirlo dire da chi ha costruito questo strumento e ha visto che cosa può fare, mette i brividi. Leggerlo, forse, ancora di più.

Siamo dunque a un passo dall’aggiungere un nuovo importantissimo capitolo al libro della Storia dell’uomo. Da scienziato, a Paolo Lusso piace pensare di essere tra coloro che hanno dato un contributo all’eradicazione di una pandemia che ha fatto milioni di morti.

Ma sa bene che oggi deve tenere i piedi ben saldi a terra, proprio perché, da uomo di scienza, ha visto tante bellissime idee rimanere solo idee. “Come diceva Trapattoni, non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco. Non possiamo essere mai sicuri di nulla finché non lo vediamo, ma ci auguriamo di essere sulla strada giusta. Spero un giorno di poter dire: ecco, ci siamo riusciti”.

Cautela, quindi. Fino a un certo punto però. Perché quel giorno nei laboratori di Washington, quando con i suoi occhi ha potuto osservare per la prima volta un vaccino battere l’HIV nelle scimmie, Paolo Lusso non ce l’ha fatta a trattenersi. “Lo ammetto. Anche se al National Institutes of Health è proibito perché in teoria non si possono portare alcolici, abbiamo stappato una bottiglia. Quando ci vuole ci vuole! E quella volta una piccola eccezione l’abbiamo fatta”.

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