Il nuovo Langya virus, in Cina, ha fatto 35 contagi in 4 anni. Pregliasco: “Nessun allarme, oggi è solo la prova che siamo più vigili”

Sul New England Journal Of Medicine, un gruppo di ricercatori cinesi ha stilato l’identikit del Langya virus: un nuovo patogeno che dal 2018 ad oggi ha infettato 35 persone in due province della Cina. Causerebbe febbre, tosse e stanchezza e, in alcuni casi, di comprometterebbe anche il fegato e i reni: ad oggi però non c’è stato alcun decesso.
Kevin Ben Alì Zinati 10 Agosto 2022
* ultima modifica il 10/08/2022
In collaborazione con il Prof. Fabrizio Pregliasco Virologo dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario dell'Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano

Si chiama Langya ed è un nuovo virus che negli ultimi 4 anni ha infettato 35 persone in Cina. Un gruppo di scienziati cinesi l’ha appena scoperto e ne ha tracciato l’identikit: agente virale della famiglia degli Henipavirus e capace di infettare l’uomo causando febbre, tosse e stanchezza e, in alcuni casi, di compromettere anche il fegato e i reni.

Leggi “nuovo virus scoperto in Cina” e so cosa potresti pensare. E invece no. Ti sto parlando di questo virus perché probabilmente ne hai sentito parlare alla televisione o perché ti è balzato all’occhio qualche titolo ingannevolmente troppo vivace.

La scoperta del Langya virus ad oggi non rappresenta il preludio di un’altra pandemia. Non è lo spettro di una nuova emergenza sanitaria globale. Al momento – e lo sottolineo perché prevedere il futuro è impossibile – non desta alcun tipo di preoccupazione.

È, piuttosto, un fatto di cronaca scientifica che testimonia due cose: la maggior sensibilità di cittadini e media su temi importanti e spesso sottovalutati (figlia di questi quasi 3 anni di Covid-19) e la potenziale minaccia legata al commercio non regolamentato di animali selvatici, la deforestazione e l’urbanizzazione sfrenata e a tutte quelle pratiche che mettono sempre più in contatto uomini e animali, anche quando non dovrebbero.

I casi

Nella propria indagine pubblicata sul prestigioso New England Journal Of Medicine, i ricercatori cinesi hanno raccolto i dati clinici di 35 persone che negli ultimi 4 anni sono stati infettati da un nuovo patogeno.

Il primo caso risale alla fine del 2018, quando un contadino di 53 anni è stato ricoverato per una febbre che non ne voleva sapere di arretrare.

Il suo quadro clinico appariva insolito così l’hanno sottoposto a una serie di analisi finché i medici e gli infettivologi non hanno visto i risultati di un tampone. Il risultato era chiaro: nel suo organismo dimorava un virus nuovo e mai studiato.

Nell’arco dei successivi 3 anni, il monitoraggio della nuova malattia ha fatto registrare altri 34 casi nelle province dello Shandong e nel vicino Henan: la maggior parte di questi erano agricoltori e, come ti ho detto prima, nessuno ha perso la vita.

Il punto di origine, secondo i ricercatori, potrebbe essere il toporagno e per questo saremmo di fronte a un altro potenziale spillover zoonotico anche se ad oggi non è ancora chiaro come si sia evoluto il contagio. Se, dunque, tutti e 35 gli infetti abbiamo contratto il virus dal contatto con gli animali: prove di una trasmissione da uomo a uomo, tuttavia, non ce ne sono.

II virus

Il nuovo agente virale appena scoperto è stato ribattezzato Langya virus. Appartiene al genere henipavirus ed è stato individuato grazie a dei tamponi faringei e all'isolamento del patogeno.

Forse non lo sapevi, ma della famiglia degli Henipavirus fanno parte altri agenti virali pericolosi come Hendra, che dai pipistrelli si è diffusa prima nei cavalli e poi nell’uomo, e poi anche Nipah (NiV), un’altra malattia virale altamente rischiosa originata da uno spillover.

Anche nel caso del Langya virus sembra si possa parlare di salto di una zoonosi, quindi una malattia potenzialmente trasmissibile direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo: a differenza delle altre due, tuttavia, ad oggi questa nuova infezione sembra avere un’aggressività decisamente bassa.

Quindi?

Nella sua cronaca della scoperta, il Washington Post ha riportato le parole di Francois Balloux, un professore di biologia dei sistemi computazionali in forze all’University College di Londra e non coinvolto nello studio.

Il professor Balloux in un post twitter ha spiegato che il virus Langya non sembra “sembrare affatto una ripetizione di Covid-19” ricordando che, sulla base dei dati oggi disponibili, il nuovo virus sarebbe molto meno letale degli altri henipavirus e difficilmente trasmissibile all’uomo.

La scoperta semmai è la prova – l’ennesima, dopo quella “macro” rappresentata dalla pandemia da Sars-CoV-2 – dei pericoli connessi a pratiche sconsiderate che mettendo sempre più in contatto uomo e animali aumentano di fatto le probabilità di incorrere in zoonosi.

Anche riflettendo sul caso insieme al professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario dell'Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, appare ancora più chiaro quanto oggi viviamo con occhi e orecchie sempre più attenti e tesi.

“Queste notizie c’erano in passato – ha spiegato Pregliasco – e ora c’è una sensibilità maggiore che le porta a una miglior diffusione sui media. Queste testimonianze evidenziano quello che è l’approccio che già viene utilizzato verso questo tipo di patologie: il cosiddetto «One healt», ovvero l’idea di una sanità unica: veterinaria, umana e sociale”. Perché tra il mondo dell’uomo e quello dei virus c’è sempre stato un forte interscambio, le cosiddette zoonosi, “di cui oggi abbiamo avuto contezza anche nelle comunità”. 

Sulla base delle informazioni che sono in ostro possesso oggi, Pregliasco tende a guardare l’aspetto positivo del caso Langya virus: “La sempre più efficace capacità della scienza di individuare casi particolari e descriverli: un tempo andavano a finire nel dimenticatoio senza particolari attenzioni”. 

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