Il petrolio, il gas “inutile” che brucia e i casi di leucemia che aumentano sempre di più: cosa sta succedendo in Iraq?

Una coraggiosissima inchiesta della BBC News Arabic ha svelato i disastrosi retroscena delle attività di estrazione del petrolio in Iraq, responsabili di un enorme aumento di casi di tumori e malattie. Un legame ammesso anche dallo stesso ministro dell’ambiente iracheno.
Kevin Ben Alì Zinati 19 Ottobre 2022
* ultima modifica il 19/10/2022

Ali oggi ha 19 anni ma da almeno 5 soffre di una pesante forma di leucemia infantile. A Fatima invece, quando aveva 11 anni, è stata riscontrata la leucemia linfoblastica acuta, una patologia tumorale del sangue a rapida progressione.

La pessima qualità dell’aria sopra ai loro villaggi è un serio problema per la loro salute. In Iraq lo è specialmente in quelle zone dove si concentrano le enormi attività di estrazione di petrolio di corporation come Bp o Eni.

Lo stesso ministro dell’Ambiente iracheno Jassem al-Falahi l’ha riconosciuto. L’ha ammesso: l’inquinamento legato alle estrazioni petrolifere è la principale causa dietro le gravissime diagnosi riscontrate nelle comunità locali.

Malattie. Tumori, specialmente del sangue. Ali, per fortuna, oggi sta meglio ed è in via di guarigione. Fatima invece è morta lo scorso novembre. Aveva 13 anni. Come lei, molti altri bambini non sono sopravvissuti alla diagnosi.

Quelle di Ali e Fatima sono solo alcune delle storie raccolte dalla BBC News Arabic per raccontare, anzi svelare ciò che sta accadendo in Iraq, e in particolar modo nella periferia di Bassora, nel sud-est del Paese, dove si trovano alcune delle più grandi aree di estrazione petrolifera del paese.

Secondo l’indagine della BBC araba, le attività di «gas flaring» sarebbero responsabili dell’elevatissimo rischio di leucemia nelle popolazioni locali.

Il gas bruciato

Probabilmente non hai mai sentito questo termine ma il «gas flaring» l’avrai sicuramente visto in qualche documentario o servizio televisivo incentrato su carburanti, oleodotti e petrolio.

Durante le attività di perforazione del terreno per la ricerca del greggio, non è raro incontrare discrete riserve di gas naturale accumulate nel sottosuolo. Estrarle ed elaborarle per poi sfruttarle è troppo costoso, così le compagnie petrolifere ormai da decenni hanno adottato una tecnica per convogliare quel gas lungo una torre di perforazione detta fiaccola e quindi bruciarlo.

La pratica del «gas flaring» è senza dubbio un enorme spreco economico di una risorsa naturale preziosissima che potrebbe invece essere sfruttata per la produzione di energia (che male non farebbe in questi tempi di crisi).

Pensa che secondo la World Bank, solo nel 2021 sono stati bruciati e quindi letteralmente persi circa 144 miliardi di metri cubi di gas (tendenzialmente metano): abbastanza, sostengono gli sperati internazionali, per alimentare l'intera Africa subsahariana.

Questa dilapidazione di risorse finisce poi per gravare anche sul Pianeta. Le ingenti quantità di CO2 rilasciate dalla combustione del gas nell’atmosfera alimentano inevitabilmente il Climate Change insieme agli altri gas serra e avvelenano la qualità dell’aria. Capisci, quindi, perché il “gas flaring” è un’attività altamente dannosa per la salute delle popolazioni che respirano quell’aria.

I gas bruciati sulle fiaccole emettono una miscela di anidride carbonica, metano e fuliggine nera altamente tossica e producono inquinanti come il benzene. Che, ha spiegato la BBC News Arabic, può aumentare il rischio di leucemia linfoblastica acuta: la patologia che è costata la vita a Fatima.

La legge irachena vieta che fiamme arrivino a meno di 10 chilometri dalle case delle persone, ma nei propri sopralluoghi, la BBC tuttavia ha trovato città in cui il gas veniva bruciato a neanche 300 metri dalle case.

Parole pesanti

Se prima resisteva qualche dubbio sull’effettiva correlazione causa-effetto tra queste attività e l'aumento delle diagnosi di tumore, ora ogni incertezza è stata spazzata via.

Alla BBC, infatti, il ministro dell’Ambiente iracheno negli scorsi giorni ha ammesso che le attività di estrazione petrolifere sono altamente inquinanti e che le sostanze rilasciate durante tali processi sono la principale causa dell’aumento dei tumori nelle zone limitrofe ai pozzi.

Le sue parole si inseriscono in un contesto di negligenza e oscurantismo che spaventa e preoccupa. Le sue dichiarazioni infatti hanno bucato l’ordine diretto del primo ministro iracheno che vieta ai propri dipendenti di parlare dei danni alla salute causati dall’inquinamento.

Capisci quindi che il governo iracheno è consapevole dei problemi sanitari connessi all'estrazione di petrolio ma cerca di insabbiarli e nasconderli. Prove, secondo la BBC Arabic, lo sarebbero anche le parole del ministro del Petrolio Ihsan Abdul-Jabbar Ismail con cui alla stessa testata aveva cercato di negare tutti i collegamenti tra i tassi di tumore e l’inquinamento atmosferico petrolifero.

Nel corso della propria dichiarazione-ammissione, il ministro dell'Ambiente ha anche rivelato che il ministero del petrolio avrebbe bloccato ogni azione di di monitoraggio dell'inquinamento nel più grande giacimento petrolifero del Paese.

Le zone di sacrificio

Nel corso della propria inchiesta, la BBC ha raccolto testimonianze terribili. Qualcuno, per esempio, dice che gli adolescenti chiamano la piccola cittadina di North Rumaila «il cimitero» per via dei frequentissimi casi di leucemia tra i coetanei.

Nella suo racconto, uno scienziato ambientale locale ha invece raccontato che il tumore in queste zone dell’Iraq è diffuso come l’influenza.

Queste aree vicino ai giacimenti petroliferi, dove il gas viene bruciato apertamente, sono state ribattezzate dall’Onu come «zone di sacrificio».

Il termine risale alla guerra fredda, quando veniva usato per delimitare le zone rese inabitabili e inaccessibili a causa degli esperimenti nucleari, oggi invece è stato esteso alle aree dove le comunità subiscono ingiustizie ambientali e l’esposizione all’inquinamento e alle sostanze tossiche.

Interi territori, insomma, estremamente contaminati dove i diritti umani, la salute, la tutela dell’ambiente vengono sacrificati sull’altare del guadagno. Angoli di mondo lontani agli occhi dove il profitto ha vinto su tutto.

Come Bassora ce ne sono molte altre sparse nel mondo. La popolazione del delta del Niger in Nigeria, per esempio, ha sofferto per decenni a causa dell’inquinamento da petrolio e il gas flaring mentre il 95% dei bambini di Kabwe, nello Zambia, aveva livelli elevati di piombo nel sangue.

I numeri non mentono

La BBC nella propria indagine si è servita di esperti di salute e ambiente per testare le sostanze chimiche cancerogene emesse durante il «gas flaming» e anche lo stato di salute delle popolazioni.

I test di cinque comunità hanno mostrato che i livelli di benzene avevano raggiunto o superato il limite nazionale in almeno quattro punti mentre i campioni di urina raccolti da 52 bambini avevano invece raccontato di come quasi il 70% di questi contenesse elevati livelli di una sostanza potenzialmente cancerogena.

La BBC ha dunque preteso una risposta da BP ed Eni. La prima ha dichiarato di essere estremamente preoccupata per la situazione tanto da mettere in moto esami a riguardo. Eni, invece, avrebbe respinto con forza ogni accusa.

I numeri, però, non mentono.

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