In Cina il Covid-19 è sotto controllo: come sono riusciti a gestire la pandemia?

Provvedimenti molto stringenti e disponibilità da parte della popolazione al rispetto di ogni regola. Oggi in tutta la Cina, Paese del primo focolaio e della prima zona rossa di Wuhan, si contano in tutto 47 nuovi casi. Come sono riusciti a tenere l’epidemia sotto controllo? Sarebbe possibile anche in Europa?
Giulia Dallagiovanna 30 Ottobre 2020
* ultima modifica il 09/11/2020

È partito tutto da lì. Era dicembre quando sui giornali iniziavano a comparire notizie di uno strano focolaio di polmonite virale che si stava diffondendo in Cina e più precisamente a Wuhan, nella provincia dell'Hubei, città che nei mesi successivi avresti imparato a conoscere molto bene. Il territorio è stato messo letteralmente in ginocchio tra la fine di gennaio e gli inizi di marzo. Ma già il 19 marzo era cominciato il trend positivo: nessun nuovo caso registrato. E a differenza di quanto è accaduto nei Paesi occidentali, lì l'andamento non è mai più peggiorato. Anzi, in Agosto la città ha ospitato un gigantesco e super affollato party in piscina. Una festa che non sarebbe nemmeno immaginabile oggi da noi. Come hanno fatto a tenere a bada il Covid-19? In un articolo pubblicato su The Lancet Infectious Diseases si è provato a capire proprio questo.

Il numero di casi

In Cina, secondo gli ultimi dati riportati sulla mappa della John Hopkins University, la conta dei positivi è ferma a 91.271, di cui la maggior parte rinvenuti nella provincia dell'Hubei, e soli 4.739 morti accertati. Và detto che sui numeri il dibattito è aperto ed esiste la possibilità che non siano del tutto esatti, come d'altronde abbiamo visto accadere anche in Italia durante la prima ondata, a causa dei laboratori intasati e delle difficoltà di tracciamento che ancora oggi stiamo affrontando. Ma pur prendendo queste cifre con le pinze è impossibile non notare l'enorme differenza rispetto agli Stati Uniti, che al momento dichiarano oltre 8 milioni di casi e 227.700 morti o, banalmente, con il nostro Paese, dove i dati parlano di 589.766 contagi totali e 37.905 deceduti. Questi numeri naturalmente sono da intendersi a partire dall'inizio dell'emergenza sanitaria.

Seguire le regole

La prima ragione è forse da ricercare nel passato. La Cina aveva già vissuto epidemie provocate da coronavirus, in particolare la famosa SARS del 2003, che si era diffusa meno rapidamente, ma aveva un tasso di letalità ben più alto, attorno all'11%. La popolazione quindi sapeva già che di fronte a una situazione di questo tipo, l'unica forma di difesa è il rispetto delle misure di sicurezza che vengono stabilite. E proprio la disponibilità delle persone ad accettare le restrizioni sempre più severe che venivano imposte ha favorito il controllo di una situazione che poteva essere davvero esplosiva in aree urbane così densamente popolate.

Certo, il lockdown lo abbiamo avuto anche noi, ma gli abitanti di Wuhan hanno accettato di restare a casa, uscendo solo una volta ogni due giorni per fare la spesa. E nelle settimane più dure, un solo membro della famiglia era autorizzato a lasciare l'abitazione. La febbre veniva provata all'ingresso e all'uscita di ogni condominio, i mezzi di trasporto erano completamente fermi e ogni attività non essenziale bloccata del tutto. Non solo, ma nei Paesi asiatici era già diffusa la cultura della mascherina quando una persona è malata. Questo background, unito al fatto che le maggiori fabbriche di dispositivi di protezione individuale si trovano proprio nel Paese ha fatto sì che tutti ne indossassero una, immediatamente.

L'intervento del governo

Oltre al comportamento dei cittadini, naturalmente sono stati importanti anche i provvedimenti delle autorità. Prima di tutto, le decisioni rispetto all'emergenza in corso sono state centralizzate. È vero, e non può essere negato, che durante le prime settimane il governo non solo ha ignorato il problema, ma ha anche fatto arrestare il medico che per primo aveva lanciato l'allarme. Quando però il 10 gennaio il genoma del nuovo virus è stato sequenziato ed è tornato a circolare il nome SARS, sono stati subito adottate misure importanti. Ferie prolungate per i lavoratori, primi limiti agli spostamenti e mascherine per tutti. A partire dal 23 gennaio, Wuhan ha subito un lockdown durato 76 giorni. In Italia, la chiusura è terminata dopo 58. E anche nel resto della Cina sono state messe in atto restrizioni importanti per limitare la circolazione del SARS-Cov-2. Una tra tutti, i 14mila checkpoints sanitari installati su tutto il territorio vicino alle fermate dei mezzi pubblici.

Il lockdown a Wuhan è durato 76 giorni e poteva uscire un solo membro della famiglia ogni due giorni

Nella sola città di Wuhan, che tutti noi ricordiamo come un'immensa metropoli deserta, sono state testate 9 milioni di persone, garantendo un tracciamento quasi capillare della catena dei contagi. E proprio questo sistema sta invece mostrando diverse falle nei Paesi occidentali. Il 19 ottobre l'Ats di Milano ha dovuto ammettere la sconfitta su questo punto.

Intanto venivano eretti ospedali da prefabbricati. Il 5 febbraio venivano aperti i primi tre e nelle settimane successive il numero è arrivato a 13, con 13mila posti letto in totale. Qui venivano ricoverati pazienti anche con sintomi lievi, in modo da favorire l'isolamento rispetto alle persone sane. Lo scopo era quello di non far trascorrere a nessun positivo la quarantena in casa propria, rischiando di contagiare anche i familiari. Per la verità, non è riuscito in tutti i casi e anche qui, come in alcune città italiane, alcune persone sono morte nella propria abitazione e altre hanno dovuto fare i conti gli ospedali intasati e l'impossibilità di venire curate per la patologia cronica dalla quale erano affette. Il 10 marzo comunque gli ospedali provvisori venivano chiusi: non erano più necessari.

La quarantena in ingresso

Nel frattempo, ci si organizzava per evitare la cosiddetta ondata di ritorno, ovvero contagi importati dall'estero che potessero dare origine a nuovi focolai. Le persone che entrano in Cina dunque dovevano e devono tuttora sottoporsi a tampone e trascorrere una quarantena di 14 giorni in alberghi messi a disposizione proprio a questo scopo. La misura è obbligatoria.

Gli anziani

Un'ultima ragione è di nuovo da ricondursi alla cultura del Paese. Le persone anziane vivono di norma con la propria famiglia o in case nelle vicinanze. Solo il 3% di loro è ospitato in RSA, cioè i luoghi dove si sono sviluppati focolai importanti durante la prima ondata in Italia.

I limiti alla libertà personale

Sicuramente, il caso cinese può essere da esempio. La diffusione del virus può essere tenuta sotto controllo: in tutto il Paese ieri si registravano solo 47 nuovi casi. La combinazione tra misure stringenti adottate dal governo e l'accettazione di queste da parte della popolazione ha fatto sì che oggi a Wuhan i negozi siano tutti aperti e in piena attività.

A margine di questo ragionamento, resta però una riflessione piuttosto importante da fare: quanta libertà personale siamo disposti a cedere in cambio della sicurezza? Se è vero che in Cina non vi è stata alcuna protesta da parte di gruppi negazionisti, no mask o no vax, bisogna anche dire che nessun cittadino avrebbe mai potuto dichiararsi contro i provvedimenti emanati dal governo. L'aderenza alle regole che è emersa in questa occasione è frutto anche (non solo) dei limiti che le autorità cinesi già ponevano alla libertà individuale dei cittadini e che continueranno ad esistere quando la pandemia sarà solo un brutto ricordo.

Fonte| "China's successful control of COVID-19", pubblicato su The Lancet Infectious Diseases l'8 ottobre 2020

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