Infarto del miocardio, nuova terapia con anticorpo monoclonale studiata all’Università di Trieste

Un team di biologi molecolari dell’Università degli Studi di Trieste ha dimostrato l’efficacia di un nuovo farmaco biologico, ovvero un anticorpo monoclonale che può bloccare la fibrosi e proteggere il muscolo cardiaco.
Valentina Rorato 19 Gennaio 2022
* ultima modifica il 19/01/2022

Novità interessanti per la salute del cuore. Un nuovo anticorpo monoclonale pare essere in grado di bloccare la fibrosi e proteggere il muscolo cardiaco dopo un infarto del miocardio. È quanto è stato scoperto da uno studio, pubblicato su Nature Communications, e guidato da Serena Zacchigna, professoressa associata al Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute (DSM) di UniTS e responsabile del laboratorio di Biologia Cardiovascolare dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (ICGEB) di Trieste, che ha dimostrato l’efficacia di un nuovo farmaco biologico.

La ricerca ha verificato, attraverso un doppio meccanismo, l’effetto benefico dell’anticorpo, che da un lato riduce la deposizione di tessuto fibroso che limita la funzione di pompa del cuore e dall’altro promuove la sopravvivenza delle cellule muscolari cardiache.

"Le nuove terapie biologiche stanno trasformando le cure oncologiche o delle malattie ereditarie, mentre sono davvero pochi i farmaci biologici per il trattamento delle malattie cardiovascolari – spiega Zacchigna – La stragrande maggioranza delle terapie ad oggi approvate sono piccole molecole chimiche che generalmente hanno un unico bersaglio, bloccano ad esempio l'azione di un enzima o di un recettore. Al contrario, i farmaci biologici (proteine ricombinanti, prodotti di terapia genica e terapia cellulare) riproducono elementi che normalmente esistono nei nostri tessuti e hanno perciò la potenzialità di interferire con meccanismi complessi di terapia. Sono però più difficili da preparare e utilizzare, oltre che più costosi, e per questo complicati da traslare dagli studi sperimentali ai pazienti".

È dunque questo una vera e propria svolta per il settore delle terapie per le malattie cardiovascolari, che rappresentano la prima causa di morte in tutto il mondo e la principale fonte di spesa sanitaria. Solo in Italia, per esempio, si stimano oltre 20 miliardi di euro di costi annui per la cura di queste patologie. E i numeri sono purtroppo destinati a crescere nel prossimo futuro.

Lo studio, realizzato a cui hanno collaborato gli istituti triestini (ICGEB e UniTS) e l’Università di Zagabriaha rivelato il ruolo fondamentale di una famiglia di proteine, chiamate Bone Morphogenetic Proteins (BMPs), nell’evoluzione della fibrosi cardiaca dopo un evento ischemico.

Il team croato è da anni un centro di eccellenza per lo studio delle BMPs che, come dice il nome, hanno un ruolo chiave nella formazione dell’osso, ma che recentemente sono state implicate anche in altri processi, come appunto la fibrosi. Nell’ultima fase del progetto, all’asse Trieste-Zagabria si è unito anche un gruppo di cardiochirurghi di Innsbruck che ha portato le proprie esperienze e competenze nell’ambito dei meccanismi che sottendono al danno ischemico e allo sviluppo di terapie innovative. “La collaborazione con i colleghi austriaci – ha raccontato Andrea Colliva, primo autore del lavoro  – sarà fondamentale per validare i risultati di questo studio in altri contesti di ischemia e fibrosi e per avviare il percorso verso una possibile applicazione clinica di questi risultati”.

Fonte | UniTS

Le informazioni fornite su www.ohga.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.