La nuova potenziale terapia per il Covid-19? Secondo il presidente di Sis 118 Balzanelli potrebbe basarsi sulle cellule staminali

I ricercatori della Società Italiana Sistema 118 hanno sottoposto alla comunità scientifica internazionale una promettente terapia. Si basa, in sostanza, su cicli di autotrapianti di plasma lavorato in laboratorio e reinserito nello stesso paziente. Secondo il dottor Balzanelli, le staminali contenute al suo interno, una volta attivate, potrebbero contribuire a ridurre la mortalità, i tempi guarigione e gli strascichi del Long-Covid.
Kevin Ben Alì Zinati 25 Febbraio 2021
* ultima modifica il 22/03/2021
Intervista al Dott. Mario Balzanelli Presidente Nazionale Società Italiana Sistema 118

C’è una scena che è diventata famosissima sul grande schermo e che probabilmente avrai visto o sentito. Il protagonista guarda in camera, annuncia che no, “non c’è tempo per la cautela” e con una manovra eroica prima salva l’astronave da una catastrofe spaziale e poi salva pure l’intera umanità. In un momento delicato come quello, l’impossibile era necessario.

Quel film è tornato alla memoria parlando con il dottor Mario Balzanelli. In un certo senso, siamo in un momento simile. Oggi stiamo spingendo forte sulla campagna vaccinale e l’obiettivo è arrivare in fretta alla famosa immunità di gregge. Proteggere il maggior numero di persone possibile nel minor tempo possibile per togliere ossigeno al virus. Allo stesso tempo, cerchiamo di tenere a bada contagi e ricoveri dividendo l’Italia in zone colorate e isolando chirurgicamente i territori più a rischio, con la speranza che rallentando la vita freni anche la corsa di Sars-CoV-2.

Il dottor Balzanelli è il presidente nazionale della Società Italiana Sistema 118 e quando ci ha raccontato della promettente terapia anti-Covid che i suoi ricercatori hanno sperimentato, descritto e quindi sottoposto al vaglio della comunità scientifica internazionale, quella pellicola è tornata alla memoria. Perché nonostante l’urgenza, le sue prime parole quando ha risposta al telefono sono state esattamente all’opposto di quelle hollywoodiane: “Se il nostro lavoro sarà accolto e ritenuto meritevole di credibilità, daremo ulteriori dettagli. Ad oggi possiamo dire che il nostro studio è promettente, ma serve molta cautela.

Dottor Balzanelli, in che cosa consiste il nuovo potenziale trattamento su cui state lavorando?

Crediamo che nel trattamento di forme cliniche severe di Covid-19, caratterizzate da una grave insufficienza respiratoria acuta, l’impiego di plasma e cellule staminali autologhe possa avere un ruolo determinante al fine di ridurre la mortalità, le tempistiche di guarigione e le sequele del Long-Covid, particolarmente a livello di danni polmonari.

Il dottor Mario Balzanelli, presidente nazionale di Sis 118

Perché le staminali? 

Riteniamo che le staminali in esso contenute diano luogo a specifiche risposte di estrema importanza che le rendono uniche. Prima di tutto hanno una potente azione antinfiammatoria sistemica in grado di controbilanciare la cascata immuno-infiammatoria secondaria alla Covid-19, che uccide l’organismo precipitandolo in una sindrome da insufficienza multiorgano. Ma non solo. Nello specifico le staminali sono in grado di produrre una moltitudine di essenziali fattori riparatori che intervengono nel processo di rigenerazione, meglio conosciuti come fattori di crescita quali EGF (fattore di crescita endoteliale) o il TGF-b 1 (fattore di trasformazione tissutale beta). In aggiunta, le staminali sono cellule regolatrici e, come un playmaker, modulano le dinamiche della risposta infiammatoria anche dal punto vista dell’equilibrio degli assi endocrini dell’organismo. In concerto con i fattori di crescita giocano un ruolo chiave nella riparazione diretta delle lesioni a livello cellulare dei tessuti e degli organi. Crediamo, in sostanza, che siamo davanti a risorse terapeutiche uniche in grado di ricostruire i tessuti lesionati dal Covid-19 ripristinandone architettura e funzionalità originaria.

Avete sperimentato la nuova terapia in un punto di primo intervento di 118: com’è andata?

Abbiamo sottoposto all’innovativa terapia un paziente con polmonite bilaterale da Sars-CoV-2, somministrandogli plasma con staminali autologhe immediatamente prima del ricovero e subito dopo la dimissione ospedaliera, e da qual momento per due mesi continuativi, in parallelo alle cure da protocollo. Abbiamo quindi osservato e documentato che la negativizzazione del tampone molecolare è stata velocissima e, soprattutto, che la configurazione tissutale dei polmoni è tornata alla forma originaria: in tempi assai brevi il polmone si è completamente “pulito”, evento che non si verifica nella stragrande maggioranza delle forme cliniche simili di polmonite bilaterale. Un report di estrema e direi rivoluzionaria valenza scientifica. Vi è quindi da considerare la sua novità.

Cioè?

Oltre alle staminali, l’altro grande protagonista del trattamento è il plasma. Come è noto, il plasma è oggetto di analisi e sperimentazioni nel contrasto alla Covid-19 ma si tratta, in ogni caso, di plasma eterologo, ossia proveniente da un donatore diverso dal ricevente. Nel caso del nostro trattamento, invece, il paziente viene trattato con il suo stesso plasma, appunto autologo. È scientificamente confermato che nel plasma umano vi siano concentrazioni importantissime, ai fini terapeutici, non solo di cellule staminali ma anche di fattori di crescita propri quali il PDGF (fattore di crescita piastrinico), il VEGF (fattore di crescita vascolare-endoteliale), il FGF (fattore di crescita dei fibroblasti) e l’IGF-1 (il fattore di crescita insulinico-like) il corrispettivo epatico del GH o ormone della crescita. In pratica una volta prelevato il plasma, si procede ad attivare il composto e reiniettarlo sottocute: da qui le staminali possono esercitare la loro azione benefica che verrebbe poi gestita, in modo integrato, dai sistemi immunologico e neuroendocrino dell’organismo stesso. Il trattamento si basa, dunque, su autotrapianti multipli di plasma e cellule staminali autologhe.

Finora, il plasma è stato utilizzato come veicolo per il trasporto nel sangue di un malato di anticorpi in grado di sconfiggere l’infezione. 

La scienza ha pensato di recuperare gli anticorpi contenuti nel sangue di persone guarite e di utilizzarli per curare forme cliniche specifiche della Covid-19. Sappiamo, però, che proprio le forme più severe di Covid-19 tendono a determinare una riduzione importante di linfociti, ossia delle cellule che contribuiscono alla risposta immunitaria dell’organismo. Abbiamo contestualmente verificato, nei nostri studi, che tra i sottotipi linfocitari più colpiti nelle forme cliniche severe della Covid-19 vi sono, in modo significativo, proprio i linfociti B, ossia i linfociti specificamente deputati alla produzione di anticorpi. Ciò comporta che un paziente guarito possa avere, nel proprio plasma, una quota molto bassa di anticorpi e che, quindi, la somministrazione di plasma eterologo nei pazienti gravi affetti dalla Covid-19 possa avere risultati meno efficaci rispetto a quanto atteso. Riteniamo che con questo nuovo trattamento, tale problema non si presenti più: il nostro plasma è una risorsa preziosissima di staminali dormienti che vanno, sostanzialmente, risvegliate. E soprattutto, si tratta di plasma prelevato direttamente dal paziente che viene prontamente restituito al paziente stesso.

Una volta estratto, il plasma arriverebbe in laboratorio: a quel punto come verrebbe trattato?

Quando ci sarà la validazione da parte degli esperti internazionali a cui abbiamo sottoposto il lavoro andremo più nello specifico. Per ora posso dire che il plasma viene estratto dal paziente, trattato al fine di riattivare le staminali dormienti e quindi reinserito nell’organismo con autotrapianti multipli. Siamo certi in merito al fatto che nel plasma sono presenti più tipi di cellule staminali, non solo le mesenchimali ma anche le neuronali e le ematopoietiche: queste, una volta attivate, rientrerebbero,in un circuito di amplificazione sinergica regolatrice e riparatrice omeostatica sistemica, contrastando dinamicamente gli scompensi immunologici, bioumorali, neuroendocrini che producono i danni tissutali e spostando nettamente la bilancia in favore della rigenerazione cellulare, tissutale, organica e sistemica dell’organismo. In sostanza, riteniamo che le cellule staminali “attivate” e reiniettate nello stesso paziente riequilibrerebbero la risposta infiammatoria dell’organismo indirizzandola contro il virus e non più contro se stesso, riducendo così le probabilità di andare incontro a eventi avversi, accelerando le tempistiche di guarigione, evitando danni strutturali e funzionali d’organo residui.

Per chi potrebbe funzionare la nuova terapia?

Le cellule staminali autologhe attivate potrebbero, a nostro parere, essere efficaci nei pazienti con la Covid-19 severa, nelle forme meno gravi della stessa e quindi nei pazienti affetti dalla sindrome del Long-Covid, prima però che il danno tissutale sia diventato irreversibile. Significherebbe quindi intervenire sui pazienti con polmonite bilaterale già nel momento della primissima terapia effettuata in ospedale ma anche subito dopo, seguendoli nel decorso, per evitare, in particolare, che possa insorgere la fibrosi polmonare, anche detta alveolite fibrosante, per cui un alveolo, che è una celletta vuota, si riempie di collagene e non scambia più aria. Il nostro trattamento potrebbe essere, però, somministrato anche a domicilio nelle forme paucisintomatiche della Covid-19, quando compaiano tosse e febbre: sarebbe un trattamento da iniziare subito, insomma, al comparire dei primi sintomi “di allarme” sia perché bisogna evitare che il soggetto si deteriori dal punto di vista respiratorio sia perchè, al contempo, è di determinante importanza ridurre il più possibile i ricoveri in ospedale.

Può darci qualche anticipazione sulle tempistiche della guarigione che caratterizzerebbe questo trattamento?

Il paziente verrebbe sottoposto a un autotrapianto che dura circa un’ora e mezza. Dovrebbe poi effettuarne mediamente uno alla settimana, per un paio di mesi circa.

Dottor Balzanelli, se tra tre mesi il vostro studio dovesse essere confermato, approvato e pubblicato, come pensa che potrebbe cambiare il nostro approccio alla pandemia? 

Se fosse confermata la bontà dello studio, le staminali e il plasma potrebbero rappresentare una svolta terapeutica determinante in merito alla gestione clinica integrata della Covid-19. I costi del trattamento sono, peraltro, minimi o nulli, sperando che questo non rappresenti, paradossalmente, un problema. E alleggerirebbero notevolmente il peso che grava sui reparti di terapia intensiva, sulle pneumologie o le medicine interne. Ma soprattutto, quello che unicamente ci interessa, le staminali potrebbero concretamente aiutare a salvare e a recuperare pienamente numerose vite.

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