La situazione della peste suina africana a Roma e in Piemonte e quali misure stanno prendendo le Regioni

Sono 131 i casi segnalati finora, tra sospetti e accertati, e la maggioranza di questi si trova tra Piemonte e Liguria. Ma la PSA sta emergendo anche a Roma, tanto che la Regione ha istituito una “zona rossa” per contenere la diffusione del virus. Quali sono i rischi a cui andiamo incontro?
Giulia Dallagiovanna 10 Maggio 2022
* ultima modifica il 10/05/2022

A Roma è stata istituita una zona rossa per limitare la diffusione della peste suina. Si torna quindi a parlare di epidemia, ma questa volta per maiali e cinghiali. Di pericolo per l'uomo, infatti, non ce n'è. Il virus non attacca l'essere umano, il quale può però diventare veicolo di trasmissione per altri animali. Il tasso di mortalità è del 90%, tanto che Confagricoltura Piemonte, regione dove a gennaio è stato rinvenuto il primo caso italiano, teme già che possa venire danneggiata l'intera produzione italiana di insaccati e di prodotti Dop.

Mentre un'infezione virale ci ricorda per l'ennesima volta come il nostro rapporto di sfruttamento della natura sia da rivedere, avendo tra l'altro pure conseguenze negative per l'economica, l'unica risposta che sappiamo dare è l'abbattimento preventivo nelle aree dove sono state rinvenute le carcasse di cinghiali infetti. Proviamo a capire meglio cosa stia accadendo e cosa c'entri la mancata esistenza di un sistema efficace di gestione e smaltimento dei rifiuti.

La zona rossa a Roma

Sabato 7 maggio, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha firmato un'ordinanza per l'istituzione di una zona rossa a Roma. L'area si trova all'interno del Grande Raccordo Anulare e comprende anche parti del parco dell'Insugherata, del Parco di Veio, del Parco del Pineto e della Riserva di Monte Mario. Lo scopo è appunto quello di contenere il diffondersi del virus della peste suina tra i cinghiali. Entro questi confini è attiva una sorveglianza da parte degli Enti di gestione dei parchi, dei Servizi veterinari e delle Asl, in collaborazione con l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale. Si procede quindi al campionamento dei cinghiali sospetti e allo smaltimento delle carcasse secondo procedure di massima sicurezza.

Oltre a queste misure, chi si trova a passare da quelle parti non potrà in alcun modo avvicinare o dare da mangiare ai cinghiali, non potrà organizzare o partecipare a eventi all'aperto, fossero anche solo pic-nic, e troverà i cassonetti recintati per prevenire l'arrivo degli animali. Saranno infine controllati anche i suini presenti nelle aziende e i cosiddetti pet pigs, ovvero i maiali da compagnia.

Campionamenti e controlli saranno effettuati anche nella più estesa "zona di attenzione", che arriva a comprendere tutto il territorio dell'ASL di Roma 1, a ovest del Tevere.

Quanti casi in Italia

Proprio questa mattina sono stati segnalati altri due casi sospetti. Sono stati rinvenuti nel Parco dell'Insugherata, dove era stato individuato quello che potremmo chiamare il "paziente zero". Il primo animale trovato è finora anche l'unico caso certo, ma il commisario straordinario per la peste suina, Angelo Ferrari, ha riferito ad ANSA che all'Istituto zooprofilattico di Perugia sono in corso le analisi su altre 14 carcasse di cinghiali morti ritrovate nei giorni scorsi. Potrebbero quindi salire a 17 i casi totali di PSA nella capitale.

Ben peggiore al momento sembrerebbe essere la situazione in Piemonte, dove i casi sono già saliti a 114. Il primo ritrovamento risale al 7 gennaio nel comune di Ovada, seguito poi da altre due carcasse nel comune di Faconalto, sempre in provincia di Alessandria, e poi in quello di Isola del Cantone, a Genova. L'Istituto Zooprofilattico di Piemonte e Valle d'Aosta ha realizzato una mappa con tutte le zone "infette" e il conteggio degli animali colpiti. Il problema, però, è che l'ultimo aggiornamento risale al 16 febbraio, quando il totale era fermo a 39.

In Piemonte e Liguria i casi segnalati sono 114, mentre e Roma c'è un caso certo e altri 16 sotto indagine

Confagricoltura ha chiesto in diverse occasioni di costruire delle reti metalliche che possano isolare la zona colpita tra Piemonte e Liguria (dove i comuni interessati sono 36), in modo da impedire la fuoriuscita degli animali.

Da dove arriva il virus

Un elemento importante in questo scenario è che non sembrerebbe esserci collegamento tra le due zone in cui si è diffuso il virus. Lo ha confermato anche il commissario Ferrari, che per Roma ha parlato piuttosto di "orgine alimentare, dovuta ai rifiuti". Ci si scontra di nuovo con il medesimo problema: le difficoltà nella gestione del ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti.

Lo stesso sindaco, Roberto Gualtieri, ammette che la situazione è migliorata, ma non è ancora a un livello accettabile. Tra gare d'appalto che vanno a rilento e poche risorse investite nello spazzamento stradale, i cassonetti rimangono pieni per giorni, circondati da sacchi della spazzatura mai raccolti. La situazione si complica ulteriormente nelle periferie e vicino a locali serali, come pub, ristoranti e bar. L'odore dei resti di cibo attira gli animali, cinghiali compresi, che l'ultima volta sono stati visti circolare ai Parioli. Si creano così i giusti presupposti per la diffusione del virus.

Considera che stiamo parlando di un patogeno molto resistente, in grado di sopravvivere fino a 100 giorni in ambiente esterno, o in insaccati e carne cruda, seppur congelata.

Dall'Europa al Piemonte

In Piemonte e in Liguria, invece, i contagi sono legati a una variante del virus che che circola in Europa dal 2014. Ha iniziato a diffondersi a partire dai Paesi dell'Est, arrivando poi in Belgio, Germania e altri stati membri. In Italia la PSA è stata presente per diversi decenni in Sardegna, ma la situazione appare ora sotto controllo e, in ogni caso, si tratta di un virus geneticamente diverso rispetto a quello rinvenuto a gennaio nel comune di Ovada.

Le misure di contenimento

Vista la situazione europea, da due anni l'Italia ha elaborato un piano di soverglianza nazionale, co-finanziato dall'UE, con misure che hanno come scopo l'eradicazione del virus dal nostro territorio. Oltre all'istituzione di zone rosse e aree di attenzione, le azioni da intraprendere comprendono anche l'abbattimento di animali infetti e di altri capi a scopo preventivo.

Il 15 marzo, ad esempio, il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha emanato un'ordinanza che contiene un piano per il "depopolamento della popolazione di cinghiali". In una deroga, si prevede di effettuare la caccia anche durante le ore notturne. L'ok all'abbattimento è arrivato poi anche dalla Regione Lazio. Lo ha reso noto il capo gabinetto, Andrea Napoletano: "Il sottosegretario alla Salute Andrea Costa ha sottolineato l'esigenza del depopolamento e quindi degli abbattimenti selettivi dei cinghiali. A Roma si dovrà procedere a questo per creare un'area di vuoto e non permettere che l'epidemia di peste suina possa espandersi".

La paura è naturalmente quella che raggiunga gli allevamenti di suini, provocando un danno economico. Inoltre, c'è da aspettarsi che in situazioni di allevamenti intensivi, il virus possa diffondersi con maggiore facilità. Contro questa decisione è però insorta la LAV, sottolineando il rischio che questi provvedimenti aprano la strada a "una deregulation venatoria", specificando poi: "Il contenimento della peste suina africana non può essere lasciato nelle mani dei cacciatori e dei loro interessi personali".

E in effetti ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) in un approfondimento sulla peste suina africana ha chiarito che la comparsa di questa malattia non è legata alla densità di popolazione del cinghiale in una specifica area. "La comparsa dell’infezione nel cinghiale in Piemonte e Liguria è sicuramente dovuta all’inconsapevole introduzione del virus da parte dell’uomo – spiegano. – La densità del cinghiale non ha effetti significativi sulla persistenza in natura della Peste suina africana. La notevole resistenza del virus nell’ambiente fa sì che la malattia continui a circolare per anni, anche in popolazioni di cinghiale a densità bassissime".

Dunque il depopolamento in questo caso potrebbe sortire l'unico effetto di uccidere animali, senza trarne alcun vantaggio per la salute dell'essere umano. Al contrario, costruire un sistema efficiente di gestione dei rifiuti potrebbe risolvere entrambi i problemi.

Esiste un rischio per l'uomo?

La peste suina africana, come ti dicevamo a inizio articolo, non contagia l'essere umano. Dunque al momento non esiste nessun rischio per la nostra salute, nemmeno se lavori a stretto contatto con suini o se hai scelto di adottarne uno come animale da compagnia. Detto questo, l'uomo gioca un ruolo importante nella diffusione del virus, che può trasmettersi da un animale all'altro anche attraverso dei vestiti o degli oggetti infetti.

A tal proposito, è bene che chi lavora in ambito agricolo osservi tutte le norme di prevenzione, come cambiarsi spesso gli indumenti o non introdurre nuovi animali in azienda senza che prima abbiano ricevuto tutti i controlli necessari. Chi va a caccia, poi, non dovrebbe entrare in un recinto senza prima aver indossato scarpe e vestiti diversi. Anche per questo motivo, viene consigliato di disinfettarsi spesso le scarpe. L'EFSA, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha pubblicato un video per diffondere informazioni sui corretti comportamenti da tenere:

I sintomi della PSA

I sintomi della peste suina africana possono risultare anche molto differenti da animale ad animale. Per questo motivo, non sempre il sospetto che si tratti del virus è immediato. Può, ad esempio, manifestarsi febbre alta, vomito, diarrea, perdite di sangue, una colorazione tendente al rosso o al bluastro della pelle, soprattutto vicino alle orecchie e sul muso. Nel 90% dei casi, l'infezione si rivela mortale.

Come comportarsi

Anche se non lavori a contatto con gli animali, ma sei semplicemente un turista o una persona che abita da quelle parti, ci saranno alcuni comportamenti che dovrai osservare per evitare di contribuire alla diffusione del virus:

  • Non portare con te carni o salumi di suino non certificati
  • Smaltisci gli avanzi di carne e salumi di suino in contenitori chiusi
  • Se ti imbatti in una carcassa di cinghiale o maiale, avvisa subito la Asl o i Carabinieri forestali
  • Evita in generale il contatto con gli animali selvatici
  • Non dare da mangiare ai cinghiali

La peste suina è solo un altro modo in cui la natura ci mostra che non possiamo controllarla. E di come politiche non efficaci sui temi dello smaltimento dei rifiuti e della raccolta differenziata si possano ripercuotere sull'economia anche passando per vie indirette.

Fonti| Ministero della Salute; IZPS Umbria e Marche; Efsa; Regione Piemonte;Regione Lazio; LAV

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