La sperimentazione animale è necessaria? Ciò che devi sapere su un argomento che divide (ma che dovrebbe invece unire)

La normativa europea pone l’accento sulla ricerca di metodi alternativi, in linea con il principio delle 3R (Rimpiazzare, Ridurre, Rifinire), ma allo stesso tempo riconosce il carattere di necessità della sperimentazione animale per la tutela della salute umana. In Italia, dove il numero degli animali da laboratorio utilizzati è in diminuzione, la legge è più restrittiva. Per le associazioni animaliste non è abbastanza, mentre è vista come un ostacolo da una parte della comunità scientifica. E se superassimo l’opposizione animalisti-ricercatori?
Federico Turrisi 2 settembre 2020
* ultima modifica il 02/09/2020

Possiamo fare a meno degli animali per la sperimentazione in campo biomedico? Rispondere in maniera univoca sì o no rischia di portarci fuori strada. Per capire il perché, bisogna partire dal fatto che il tema della sperimentazione animale è molto complesso e sfaccettato. È impossibile rispondere sì, perché l'iter che porta all'immissione sul mercato di un farmaco o alla distribuzione di un vaccino è rigidamente regolato a livello internazionale e prevede come tappa obbligata il passaggio dal modello animale, prima dell'approdo alla fase di sperimentazione clinica (cioè agli esami sull'uomo).

Questo chiaramente per motivi di sicurezza e per verificare che la molecola chimica candidata non provochi effetti collaterali nei pazienti. La ratio è molto semplice ed è quella di evitare il ripetersi di casi come quello avvenuto tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta con la commercializzazione della talidomide, un farmaco che poi dimostrò di avere un elevato effetto teratogeno (le donne che la assumevano in gravidanza davano alla luce bambini con gravi malformazioni).

D'altro canto, dal 2013 in Europa vige il divieto di sperimentazione dei cosmetici sugli animali. Ciò è stato reso possibile dal fatto che sono stati sviluppati e validati dei metodi alternativi – parola chiave da tenere a mente – che permettono di valutare diversi parametri come l'irritazione oculare, la fototossicità e la sensibilità cutanea, garantendo gli stessi risultati del modello animale. Ecco che in questo caso possiamo dunque rispondere sì alla domanda che ci siamo posti all'inizio.

In generale, sono stati fatti passi in avanti nella riduzione e nell'ottimizzazione dell'uso degli animali da laboratorio. Ma è innegabile che l'argomento continui a suscitare un acceso dibattito. "Bisogna sfatare il mito dell’opposizione ricercatori contro animalisti. Il dibattito tra favorevoli al modello animale e sostenitori dei metodi alternativi è all’interno della stessa comunità scientifica", afferma Michela Kuan, biologa e responsabile Area Ricerca senza animali per la Lav (Lega Anti Vivisezione), associazione che si batte in difesa dei diritti degli animali.

Tuttavia, immaginarsi un campo di battaglia dove le fazioni opposte non si risparmiano duri attacchi rischia di farci perdere di vista i due elementi fondamentali della questione: il benessere degli animali e l'importanza di fare ricerca. Due concetti che sono, anzi devono essere conciliabili (lo stabilisce la legge, come vedremo fra poco). E allora non si tratta di prendere posizione per uno o l'altro schieramento, ma si tratta di capire quali sono gli aspetti su cui può migliorare il nostro Paese e perché, in fondo, si lavora tutti insieme a un futuro dove magari la sperimentazione animale non sarà più necessaria.

I numeri della sperimentazione animale in Italia e in Europa

In Italia il numero di animali adoperati per la sperimentazione è in costante diminuzione da circa un ventennio. Stando ai dati statistici raccolti dal Ministero della Salute e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale n. 28 del 2 febbraio 2019, nel 2017 il numero totale di animali utilizzati per scopi scientifici è stato di 580.073 (nel 2010 erano 777.731 unità). La maggior parte di questi sono roditori (topi, ratti, porcellini d'india, criceti): all'incirca l'85%.

Per quanto riguarda le finalità delle procedure, quasi il 39% è stato per uso regolatorio e produzione ordinaria, il 33% per la ricerca di base e il 26% per la ricerca traslazionale o applicata. Infine, nel 2017 si contavano 2.538 animali (ossia lo 0,4% del totale) tra topi e ratti allevati per il mantenimento di colonie geneticamente modificate.

È interessante, anche per fare un confronto con gli altri Paesi europei, dare un'occhiata al rapporto pubblicato lo scorso febbraio dalla Commissione Europea. Emerge che nel 2017 nel territorio dell'Unione Europea (quella con 28 Stati membri) sono stati impiegati 9.581.741 animali per la sperimentazione. A questi vanno aggiunti 12,6 milioni di individui allevati per mantenere le colonie di linee stabilizzate di animali geneticamente modificati e/o soppressi per esubero e fornitura di tessuti. Il numero complessivo di animali coinvolti nella ricerca scientifica in ambito europeo supera dunque 22 milioni di unità.

Credits photo: Commissione Europea

I dati della Commissione Europea confermano che la maggior parte sono topi (61%) e ratti (12%). Cani, gatti, e primati non umani rappresentano insieme solo lo 0,3% del totale. Inoltre, più dei due terzi degli animali sono stati utilizzati per le attività legate alla ricerca di base e a quella traslazionale e applicata (rispettivamente il 45% e il 23%), mentre un altro 23% è stato coinvolto per la sperimentazione di farmaci e altre sostanze chimiche in ambito regolatorio.

L'Italia è al quinto posto nella classifica dei Paesi europei per quanto riguarda il numero di animali usati, dopo Regno Unito, Germania, Francia e Spagna. Ci sono però anche altri elementi che vale la pena prendere in considerazione. In Italia nel 2017 il 20% dei progetti (259 su un totale di 1.264) non è stato autorizzato, mentre in Paesi come Francia e Germania il 100% dei progetti presentati ha ottenuto il via libera. Nel nostro Paese c'è poi un problema di tempi: nel 74% dei casi la decisione relativa all’autorizzazione è arrivata oltre il limite previsto dalla normativa europea (40 giorni lavorativi dalla data di ricezione della domanda). Tra gli Stati membri più sviluppati, fa peggio di noi solo la Germania con il 79% dei progetti che hanno completato l'iter autorizzativo dopo 40 giorni.

Il contesto normativo

La riduzione del numero degli animali impiegati nella sperimentazione è frutto sicuramente dei progressi compiuti nel campo dell'ingegneria biomedica e dei metodi computazionali basati su modelli predittivi matematici, ma anche di una più rigorosa applicazione del cosiddetto principio delle 3R (Reduction, Replacement, Refinement: ossia riduzione, sostituzione e perfezionamento), che è stato inserito nella direttiva europea 2010/63/EU sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici.

In realtà, la prima formulazione del concetto delle 3R risale al 1959, con la pubblicazione del saggio "The Principles of Human Experimental Technique" di William Moy Stratton Russell e Rex Leonard Burch. Anche se la prima direttiva riguardante la protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali è del 1986 (direttiva 86/609/CEE), possiamo dire che ci sono voluti comunque diversi decenni affinché la normativa europea riconoscesse l'importanza di seguire tale principio.

In particolare, nel testo della direttiva 2010/63/EU si legge che "benché sia auspicabile sostituire nelle procedure l’uso di animali vivi con altri metodi che non ne prevedano l’uso, l’impiego di animali vivi continua ad essere necessario per tutelare la salute umana e animale e l’ambiente. Tut­tavia, la presente direttiva rappresenta un passo impor­tante verso il conseguimento dell’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientifica­mente possibile. A tal fine, essa cerca di agevolare e di promuovere lo sviluppo di approcci alternativi. Essa cerca altresì di garantire un elevato livello di protezione degli animali il cui impiego nelle procedure continua ad essere necessario".

In sostanza, si ribadisce che l'utilizzo degli animali sia ancora da considerare imprescindibile, ma vengono anche fissati come obiettivi prioritari l'attenzione al benessere degli animali (parola che ricorre molto spesso tra i "considerando" della direttiva) e il perseguimento di metodologie volte a ridurre o sostituire del tutto il modello animale.

Con il Decreto Legislativo n. 26 del 4 marzo 2014 l'Italia ha recepito la direttiva europea 2010/63/UE, e lo ha fatto introducendo norme ancora più stringenti. Ma di questo ne parleremo tra poco. In base alla legge italiana, tutti i progetti di ricerca che contemplano l’impiego di animali vertebrati e di alcuni invertebrati, come i Cefalopodi, devono essere autorizzati dal Ministero della Salute. L'intento del legislatore è quello di garantire la massima protezione degli animali: il loro impiego, infatti, è consentito soltanto quando il responsabile del progetto di ricerca è in grado di dimostrare e di documentare l’impossibilità di raggiungere il risultato ricercato utilizzando un altro metodo di sperimentazione scientifica che non implichi l’impiego di animali vivi.

"Nella presentazione di ciascun progetto di ricerca che preveda l'impiego di animali è necessario che il responsabile scientifico compili una specifica scheda nella quale è previsto anche un riferimento dettagliato all'applicazione del principio delle 3R nell'ambito del progetto stesso. Questo punto rappresenta una svolta rispetto al passato, in quanto pone il ricercatore nella posizione di svolgere la propria ricerca nel modo più corretto possibile, sia dal punto di vista scientifico sia etico. Infatti, la valutazione tecnico-scientifica richiesta dal decreto legislativo 26/2014 consente di avere tutte le informazioni utili per seguire un percorso allineato a quanto previsto dal principio delle 3R", spiega Silvia Dotti, responsabile del Centro di referenza nazionale per i metodi alternativi, benessere e cura degli animali da laboratorio, istituito nel 2011 dal Ministero della Salute presso la sede di Brescia dell’IZSLER (l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna).

Tutti i metodi alternativi proposti devono essere sottoposti ad un percorso di validazione internazionale

L'enfasi posta sul ricorso ai metodi alternativi, dove scientificamente possibile, ha senz'altro segnato un cambio di passo nel settore della sperimentazione animale. "È importante sapere che un metodo che non utilizzi animali e che preveda l'impiego in ambito regolatorio deve essere sottoposto ad un percorso di validazione internazionale che consenta di valutarne la reale applicabilità, sicurezza e ripetibilità, al fine di garantire l'affidabilità dei risultati ottenuti", prosegue Silvia Dotti.

La validazione di un metodo alternativo, ossia l'accertamento delle caratteristiche appena elencate, spetta all'EU-NETVAL (European Union Network of Laboratories for the Validation of Alternative Methods), una rete di laboratori europei altamente qualificati di cui fa parte anche l'IZSLER, insieme ad altri laboratori italiani. EU-NETVAL è coordinato dal Centro di riferimento dell’Unione Europea per i Metodi Alternativi alla sperimentazione animale (EURL ECVAM), che ha sede in Italia, e precisamente a Ispra (in provincia di Varese): il suo compito è quello di procedere alla convalida definitiva del metodo alternativo proposto per il suo utilizzo da parte dell'industria farmaceutica e della comunità scientifica.

Che cosa c'è che non va in Italia?

In un recente documento pubblicato dalla Commissione Salute dell'Accademia Nazionale dei Lincei si è posto l'accento su un aspetto in particolare: il non essersi allineati alla direttiva europea sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici costituisce un ostacolo per la ricerca biomedica in Italia, dal momento che il Decreto Legislativo 26/2014 "ha introdotto condizioni restrittive che, di fatto, costringono i ricercatori italiani ad operare in condizioni assai svantaggiate rispetto ai colleghi stranieri".

Si fa riferimento soprattutto al divieto di utilizzo di animali per studiare i meccanismi d'azione delle sostanze d’abuso e per sviluppare gli xenotrapianti. Di che cosa si tratta? Lo xenotrapianto è un particolare tipo di trapianto che utilizza cellule, tessuti e addirittura organi provenienti da un individuo di una specie diversa (per esempio un maiale) da quella del soggetto sul quale viene effettuato. Lo scopo della ricerca sugli xenotrapianti è quello di sopperire alla cronica carenza di donatori di fronte alla richiesta di organi. In Italia, mentre sono ammessi gli studi sugli xenotrapianti di tessuti (per esempio valvole cardiache) e di cellule (è il caso delle cellule tumorali umane trapiantate nei topi), il divieto si riferisce esclusivamente alle ricerche sugli xenotrapianti d'organo.

Per quanto riguarda invece il divieto di studiare sugli animali gli effetti delle sostanze d'abuso, il ragionamento di chi si oppone al ricorso al modello animale è legato al fatto che non sarebbe etico indurre negli animali i vizi che sono propri dell'uomo. "Il punto è che per sostanze d'abuso non s'intendono soltanto le droghe, l'alcol eccetera, ma anche un qualsiasi farmaco che supera la barriera emato-encefalica di cui un paziente potrebbe fare abuso. Non si capisce per quale motivo il legislatore ha inserito tale divieto", afferma Giuliano Grignaschi, responsabile del Benessere Animale presso la Direzione servizi per la ricerca dell’Università degli Studi di Milano e Segretario generale di Research4Life.

In seguito alle contestazioni dei ricercatori, i due veti (quello sulle sostanze d'abuso e quello sugli xenotrapianti) hanno subito una deroga triennale scaduta il 31 dicembre 2019. Con il decreto “Milleproroghe” è stata autorizzata un'ulteriore deroga, questa volta annuale, che scadrà alla fine del 2020. L'attuale misura viene pertanto ritenuta insufficiente, dati anche i lunghi tempi dell'iter autorizzativo nel nostro Paese, come accennavamo prima.

Per l’impiego di un singolo topo, è necessario riempire questionari e avere l'approvazione di quattro comitati di valutazione

"Rispetto agli altri Paesi europei, in Italia c'è una burocrazia incredibile", sostiene Silvio Garattini, presidente dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Milano. "Per fare approvare la sperimentazione su un singolo topo, bisogna prima compilare una serie di questionari e ottenere l’approvazione di quattro comitati di valutazione: il comitato etico animale, il comitato del benessere animale e altri due comitati facenti capo l'uno all'Istituto Superiore di Sanità e l’altro al Ministero della Salute. Se si utilizzano cani, gatti o scimmie ci vuole anche il parere del Consiglio Superiore di Sanità. Tempo richiesto, tra i 4 e i 6 mesi. Come si fa a fare ricerca in queste condizioni? Non ci possiamo stupire se poi le multinazionali della farmaceutica spostano i loro laboratori dall’Italia in altri paesi. In questo modo si rendono inoltre complicate le collaborazioni con i colleghi stranieri, si scoraggia il rientro dall'estero di brillanti ricercatori italiani e se ne spingono altri a lasciare il nostro Paese".

Non è finita qui. La legge italiana vieta l'allevamento di cani, gatti e primati non umani per fini scientifici, ma non il loro utilizzo nei laboratori del nostro Paese. "Questo significa che i ricercatori italiani possono fare sperimentazione per esempio sui primati non umani, una volta ottenute tutte le autorizzazioni del caso, ma sono costretti a importarli dalla Cina. Che cosa ha a che fare questo con il benessere animale? Chi controlla come vengono allevati gli animali in Cina?", si chiede Grignaschi.

Di tutt'altro avviso è Michela Kuan, per cui il problema dell'Italia è di tipo culturale: "All’estero i metodi alternativi sono considerati qualcosa di innovativo, attendibile, economico, rapido, e quindi si investe molto in questa tipologia di sperimentazione. In Italia invece si tende ancora a difendere il modello animale che è un metodo antiquato, costoso e non predittivo per l'uomo: oltre il 90% dei farmaci sperimentali non supera infatti le prove cliniche, ossia i test sull’uomo che seguono ai test sugli animali. Nella mentalità comune la sperimentazione animale è vista ancora come un male necessario, ma quanto spazio viene invece dedicato dall’informazione italiana sui metodi alternativi? Pochissimo. Anche nella stessa università se ne parla troppo poco. Questo è un gap culturale che l’Italia paga nel momento in cui va a confrontarsi con l’estero. Investire sui metodi alternativi non è un chiodo fisso degli animalisti, ma è un'indicazione stabilita dalla legge che contribuisce all’avanzamento della scienza".

Insomma, secondo la responsabile Area Ricerca senza animali per la Lav uno dei problemi italiani è che i metodi alternativi non abbiano abbastanza appeal e facciano più fatica ad ottenere finanziamenti. Forse perché, come ogni "novità", non sono ancora visti di buon occhio? In realtà, i metodi alternativi sono solo apparentemente una novità, dal momento che se ne parla ormai da decenni e dal 2010 l'Unione Europea ha, per così dire, istituzionalizzato – come ha anche ricordato Michela Kuan, per l'appunto – l'esigenza di andare verso una direzione diversa, invitando gli Stati membri a sviluppare nuovi approcci per ridurre (e sostituire laddove è scientificamente possibile) sempre di più l'uso degli animali da laboratorio. Per questo sarebbe meglio parlare di una lenta evoluzione.

In silico, in vitro, in vivo

Ma se quello animale è un modello appartenente al passato, che per di più presenta diversi limiti, perché è ancora utilizzato nella ricerca di base, senza contare che è reso obbligatorio in fase di approvazione di un farmaco? Per rispondere a questa domanda dobbiamo chiarire che cosa s'intende per metodi alternativi più nel dettaglio, e per farlo dobbiamo servirci anche di alcune locuzioni latine ben conosciute da chiunque operi in ambito scientifico.

Partiamo da una distinzione fondamentale: quando i fenomeni biologici vengono studiati su un organismo vivente usiamo l'espressione in vivo, mentre se vengono studiati in provetta usiamo l'espressione in vitro, e infine se vengono riprodotti al computer attraverso simulazioni matematiche e modelli computazionali usiamo l'espressione in silico. Bene, quando parliamo di metodi alternativi ci riferiamo a ricerche che non vengono compiute in vivo.

"Un metodo alternativo può ricoprire differenti ruoli: sostituzione completa di un test sugli animali (replacement), riduzione del numero di animali necessari in un test (reduction) o perfezionamento di una procedura effettuata sugli animali per ridurre il dolore e la sofferenza (refinement)", spiega Silvia Dotti. "Si dovrebbe, in modo più appropriato, parlare di metodiche con differenti modalità applicative, sviluppate per ridurre, sostituire e/o migliorare gli esperimenti che prevedano l'impiego di animali e che si basano su sistemi in vitro, modelli computerizzati (in silico) o su una combinazione di questi due approcci. È importante sottolineare che ci sono metodiche in vitro che utilizzano le colture cellulari che si sviluppano in modo tridimensionale e che mimano in maniera ottimale la fisiopatologia di tessuti e organi animali".

"Non abbiamo ancora sufficienti conoscenze tecnologiche da poter ricostruire in maniera fedele la complessità di un organismo vivente in provetta"

Se questo discorso vale per esempio per lo studio di diversi parametri per la valutazione dei cosmetici (ragion per cui i test sugli animali in questo ambito sono banditi in Europa dal 2013, come abbiamo detto nell'introduzione), non sono ancora disponibili metodi alternativi validati a livello internazionale in grado di ottenere gli stessi risultati che si avrebbero sperimentando sugli animali in molti altri campi della ricerca, tra cui per esempio quella oncologica.

"Il modello animale è ancora da considerare insostituibile perché purtroppo non abbiamo ancora sufficienti conoscenze tecnologiche da poter ricostruire in maniera fedele la complessità di un organismo vivente con sistemi in vitro. Ci sono ancora molti aspetti relativi al funzionamento delle nostre cellule e dei nostri sistemi biologici che non conosciamo, motivo per cui facciamo ancora tantissima ricerca di base", sottolinea Grignaschi.

Per quanto non siano affidabili al 100%, le osservazioni in vivo vengono generalmente considerate più complete e più attinenti alla realtà fattuale rispetto alle riproduzioni in vitro, che pure sono molto utili per ottenere maggiori informazioni sui fenomeni e sulle molecole che si vanno a studiare.

"Il modello più affidabile, e neanche al 100% visto che ci sono differenze tra singoli individui, sarebbe l’uomo, ma possiamo tornare a sperimentare direttamente sull’essere umano, come facevano nei campi di concentramento nazisti? Non credo proprio", continua Grignaschi. "C’è una gradualità di precisione dei modelli: quelli in silico e in vitro sono validi, ma in molti casi sono troppo distanti dalla realtà dell’organismo vivente. I modelli in vivo sono un po’ più validi perché si avvicinano alla nostra realtà. Ciò rispecchia quello che facciamo tutti i giorni nell’ambito della ricerca biomedica: si parte dalle simulazioni in silico, si prosegue con le riproduzioni in colture di cellule con sistemi più complessi, e soltanto in una fase successiva quello che si è dimostrato promettente e sembra aver funzionato passa al modello animale e infine all'uomo".

"In vivo possiamo studiare soprattutto eventuali effetti collaterali. Se per esempio una sostanza si rivela tossica o cancerogena in un animale da laboratorio a una dose molto bassa, abbiamo degli elementi importanti prima di procedere con la sperimentazione sull’uomo. Passeremo a quest'ultima fase con tutte le attenzioni del caso e con una serie di informazioni in più. Ma questo non lo dicono i ricercatori, lo stabilisce la legge", aggiunge Garattini.

A questo punto potrebbe sorgere spontanea una domanda: ciò vuol dire che i metodi alternativi in vitro non sono altrettanto efficaci in confronto a quelli che fanno uso di animali? Occorre anche qui fare una puntualizzazione. "Il termine «efficace» non esprime in modo completo ciò che viene valutato quando si utilizza un modello non animale o human based", chiarisce Dotti. "Quando si vuole studiare un principio attivo, un effetto tossico metabolico, cinetico eccetera, i parametri presi in considerazione non possono essere espressi da un singolo metodo non animale. Il modello in vivo consente di valutare un insieme di parametri che forniscono un panorama completo di ciò che avviene in un essere vivente, mentre per ottenere le medesime informazioni con un modello in vitro è necessario associare più test che valutino singolarmente i parametri di interesse in modo tale da garantire lo stesso livello di informazioni. Questo non significa che un metodo non animale non sia efficace, ma che può non essere completo e/o sufficiente per garantire lo stesso livello di informazioni di un metodo in vivo".

È proprio grazie alla combinazione dei diversi approcci in vitro (biochimici, in silico, cell-based eccetera), il multi-approach come direbbero gli anglosassoni, che è possibile arrivare all'animale, cioè al modello in vivo, con meno molecole da testare. Per questo motivo le aziende farmaceutiche si stanno muovendo verso i metodi alternativi: per legge devono passare dal modello animale, ma è nel loro interesse farlo con più informazioni possibili a disposizione provenienti dalle ricerche in vitro, così da poter ridurre l'utilizzo degli animali stessi e ottenere un notevole risparmio economico. Già, perché la sperimentazione sugli animali costa parecchio.

Un esempio di innovazione promettente

Abbiamo capito che le speranze per un futuro senza test sugli animali sono riposte soprattutto nella ricerca di metodi alternativi in vitro sempre più raffinati e precisi. In Italia non mancano gli studi che vanno in questa direzione. Un esempio è il progetto "Organi in scatola", portato avanti dalla professoressa Adele Papetti e dalle ricercatrici Raffaella Colombo e Mayra Paolillo, tutte e tre del dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università degli Studi di Pavia.

Il progetto è partito nel 2018 e tra i suoi frutti c'è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Food &Function sugli effetti del metilgliossale esogeno (cioè introdotto con gli alimenti, in seguito a digestione), valutati attraverso un nuovo sistema millifluidico che riproduce in vitro il funzionamento del tratto gastrointestinale umano. Niente paura se ti sei perso tra questi termini tecnici: vediamo di che cosa si tratta.

Siamo nel campo della tossicologia, che nell'ambito generale dei metodi alternativi è quello che presenta le maggiori applicazioni e offre gli spunti più interessanti per il prossimo futuro. "Il nostro progetto ha scelto una molecola, il metigliossale per l'appunto, che si può introdurre nell'organismo attraverso l'alimentazione. Volevamo andare a vedere la sua citotossicità, sia da sola sia in seguito a reazioni che possono dare origine a composti, causa di patologie ben note (diabete e malattie legate all'invecchiamento), studiando come veniva assorbita e metabolizzata. Abbiamo quindi creato un sistema gastro-intestinale in vitro scegliendo un metodo cell-based, cioè con l’utilizzo di cellule, in particolare umane", spiega Raffaella Colombo.

"La novità è stata quella di approntare un metodo dinamico. Che cosa s’intende? Significa che il sistema ha due piccole pompe con alcune tubature che fanno flussare la molecola di interesse su linee cellulari interconnesse, piastrate in due camere differenti: una per simulare ciò che avviene nello stomaco (transizione), l’altra per simulare ciò che avviene nell'intestino (assorbimento). Una volta messo a punto, il sistema diventa versatile. In futuro vorremmo aggiungere anche la «camera» del fegato, creando così un sistema più completo".

La strumentazione a cui fa riferimento la dottoressa Colombo si chiama Liveflow, ed è stata sviluppata da un gruppo di fisici e ingegneri di un'azienda toscana, la IVTech Srl, specializzata in tecnologie per le ricerche in vitro. Strumentazione, tra l'altro, di dimensioni ridotte: stiamo parlando di un macchinario grande nel complesso quanto una scatola di scarpe.

Il progetto che vede come protagoniste le tre ricercatrici pavesi rappresenta senz'altro un interessante esempio di come sia possibile indirizzarsi verso un’alternativa alla sperimentazione animale nella ricerca di base, o comunque verso un approccio in grado di ridurre l'utilizzo di animali da laboratorio almeno nelle fasi iniziali di test dei composti. "Si può testare tutto ciò che viene ingerito: farmaci, sostanze da abuso come l’etanolo, contaminanti contenuti nel cibo e via discorrendo. Simulando il processo di digestione su molecole potenzialmente tossiche o attive presenti negli alimenti e analizzando con differenti tecniche il fluido circolante, è possibile seguire la quantità delle molecole presenti, ma anche la formazione di nuove molecole e il destino delle varie sostanze, e valutare così come vengono assorbite e in che cosa vengono trasformate", conclude Colombo.

Verso un obiettivo comune

Quali conclusioni dobbiamo trarre dopo questa lunga traversata nel mondo della sperimentazione animale? Quello che ormai dovrebbe essere chiaro è che risulta fuorviante ricondurre la discussione su questo complesso tema a una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Per gli scienziati non è piacevole utilizzare gli animali: se si trova qualcosa di alternativo ben venga. Per inciso, la legge 413/93 riconosce a chiunque si opponga alla violenza sugli esseri viventi la possibilità di "dichiarare la propria obiezione di coscienza ad ogni atto connesso con la sperimentazione animale". E poi i ricercatori non sono neanche così ingenui da pensare che il modello animale sia infallibile (ci arriviamo tutti a capire che un uomo e un topo sono biologicamente diversi).

D'altro canto, è più che legittimo che le associazioni animaliste spingano verso lo sviluppo di metodi alternativi. "Occorre formare i ricercatori, lavorare per un traguardo comune che sia fatto di tecnologie e metodi scientificamente riconosciuti e controllati che vadano a garantire sicurezza e risultati nell’uomo. Nessuno di noi si sogna di fermare la ricerca, ma non possiamo continuare a difendere un modello che continua a fallire in oltre il 90% dei casi", ribadisce Michela Kuan.

Quello che però non deve sfuggire è che l'applicazione del principio delle 3R non è un'ossessione degli animalisti, ma rappresenta ormai un faro per tutti gli uomini e le donne che fanno ricerca. Tant'è che, quando si presenta un progetto che coinvolge degli animali, bisogna essere in grado di dimostrare alle autorità competenti che non c’è nessun altro modo scientificamente valido per rispondere a un determinato quesito scientifico se non con l’utilizzo dell’animale da laboratorio. "È molto importante capire i limiti che sono legati sia ai metodi che utilizzano gli animali sia a quelli che non li prevedono, in quanto il ricercatore deve poter svolgere il proprio lavoro basandosi su una scienza etica e, nel contempo, sicura e valida", commenta Silvia Dotti.

Se si vuole lavorare sia per il bene della scienza sia per il bene degli animali, non possiamo più sentire parlare di tagli ai fondi della ricerca

Nella ricerca di base non ci sono percorsi dettati dalla legge che obbligano a seguire un metodo anziché un altro, e la sperimentazione animale è considerata quasi come se fosse l'ultima spiaggia. "Qual è il grande equivoco? Si crede, da parte degli oppositori, che ci sia una difesa a oltranza della sperimentazione animale. Non è assolutamente vero", sottolinea Garattini. "I ricercatori sono i primi a voler ridurre l’uso degli animali o abolirlo quando non è necessario per svariate ragioni: innanzitutto perché anche noi abbiamo un’etica, e poi perché ci costa tantissimo". Insomma, se la comunità scientifica potesse fare a meno degli animali sarebbe solo contenta.

Forse il punto centrale della questione è un altro: se si vuole lavorare sia per il bene della scienza sia per il bene degli animali, non possiamo più sentire parlare di tagli ai fondi della ricerca. Su questo dovremmo essere tutti d'accordo. Per sperare di raggiungere l'obiettivo comune di un domani senza sperimentazione animale è necessario investire di più e creare le condizioni affinché i nostri ricercatori possano operare al meglio. Punto. Perché, ricordiamocelo, è proprio l'avanzamento della ricerca a dare il contributo più importante alla diminuzione dell'utilizzo degli animali.

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