L’infettivologo Contini: “Ormai è inutile parlare genericamente di tampone positivo”

L’Oms ha pubblicato delle nuove linee guida sulla fine dell’isolamento dei pazienti affetti da Covid-19. Linee guida che possono far discutere, ma che ci mettono di fronte a degli interrogativi: le persone che non manifestano più i sintomi sono contagiose, anche se il tampone rimane positivo? O forse bisogna cominciare a qualificare i soggetti in base alla carica virale rilevata?
Federico Turrisi 25 Giugno 2020
* ultima modifica il 23/09/2020
Intervista al Prof. Carlo Contini Professore ordinario di malattie infettive e tropicali presso l'Università di Ferrara

Non è passata inosservata la pubblicazione da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità delle nuove raccomandazioni per il rilascio dei pazienti affetti da Covid-19 dall'isolamento. Non servono più due tamponi negativi consecutivi, ovvero eseguiti a 24 ore di distanza l'uno dall'altro, ma vengono introdotti due criteri distinti. Per i pazienti sintomatici, l'isolamento può terminare dopo 10 giorni dalla comparsa dei primi sintomi, con l'aggiunta di altri tre giorni di assenza di sintomi (inclusi febbre e difficoltà respiratorie); per i pazienti asintomatici invece, si può uscire dalla quarantena dopo che sono trascorsi 10 giorni dal rilevamento del coronavirus SARS-CoV-2 tramite il test diagnostico. Tutto ciò senza verificare la situazione con un ulteriore tampone.

Precisiamo subito che si tratta di linee guida, e non di regole vincolanti. Un Paese dunque può continuare a seguire il più prudente criterio del doppio tampone negativo per porre fine all'isolamento di un paziente Covid-19 e certificarne la guarigione virologica (e non la completa guarigione clinica). Di certo le nuove raccomandazioni dell'Oms si prestano a delle critiche e aprono a riflessioni più ampie sull'attuale emergenza sanitaria. Abbiamo chiesto un parere a Carlo Contini, professore ordinario di malattie infettive e tropicali presso l'Università di Ferrara e direttore della Unità Operativa Complessa (UOC) Universitaria di malattie infettive presso l'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara.

Professore, come commenta questa decisione abbastanza eclatante dell'Organizzazione Mondiale della Sanità?

Per molti pazienti del tutto asintomatici, giovani o anziani, rimanere in isolamento per tanto tempo, poiché il tampone è persistentemente positivo, può avere delle conseguenze psicologiche importanti. E queste nuove raccomandazioni sono state fatte in modo da allentare un po' la morsa dell'isolamento. C'è poi un altro aspetto da tenere in considerazione. Un paziente può dichiarare di non avere più sintomi, ma spetta al medico verificare la presenza di segni che facciano pensare che la malattia sia finita o sia ancora in corso. Qui entra in gioco la medicina territoriale.

C'è forse anche un discorso di disponibilità di mezzi, per cui l'Oms ha pensato ad alcuni Paesi che non riescono ad effettuare un numero elevato di tamponi?

Certamente. Fare tamponi di massa comporta comunque un grande dispendio di risorse.

La questione centrale sembra però essere un'altra: le persone con pochi sintomi, o senza sintomi affatto, sono contagiose o meno?

Questo ci riporta a un recente studio condotto dal Policlinico San Matteo di Pavia, che ha valutato i tamponi di 280 soggetti clinicamente guariti. Il materiale prelevato dai pazienti è stato messo in coltura ed è emerso che solo il 3% del campione presentava una carica virale alta ed era potenzialmente contagioso. Oggi nel nostro Paese abbiamo soggetti classificati come debolmente positivi. Ma come si fa a dire che sono debolmente positivi? Perché, se il paziente non è più sintomatico, e quindi è poco contagioso, si considera ancora come un «caso» e lo si deve isolare? La definizione va rivista, e i tamponi vanno allora qualificati in base alla loro carica virale. Tutto dipende dalla quantificazione del virus. L'Rna presente nel tampone dopo molto tempo è un residuo e non è più in grado di fare male a nessuno.

In più, adesso parliamo di un virus a bassa circolazione in Italia. Grazie al distanziamento interpersonale, all'uso delle mascherine e all'igiene delle mani lo abbiamo arginato. Attenzione però, il virus non è scomparso. Condivido quello che sostiene il professor Zangrillo sul fatto che dal punto di vista clinico è molto meno rilevante (basta osservare la discesa dei numeri riguardanti i pazienti ricoverati in terapia intensiva). Ma il virus c'è, anche se attecchisce di meno grazie alle misure di contenimento che abbiamo adottato.

Un fenomeno che però non si riesce ancora a spiegare è il motivo per cui un tampone rimane positivo anche per mesi.

Bisogna sottolineare che non abbiamo ancora a disposizione test di quinta o sesta generazione, come per l'Hiv o l'Hcv, in grado di quantificare esattamente la carica virale. Ci stiamo facendo l'esperienza piano piano. Per cui ritengo che quello che troviamo nei tamponi sono frammenti di Rna, materiale genetico non più contagioso ma comunque «fluttuante» nell'organismo dei pazienti.

Domanda finale d'obbligo: sono fondati i timori per l'arrivo di una seconda ondata in autunno?

Premesso che gli scienziati non hanno la sfera di cristallo, dico questo: non siamo ancora nella fase 3. Mi sento di dire che siamo in una fase 2 avanzata e che l'emergenza non è ancora terminata. Siamo arrivati a questo punto grazie alle tre norme che ho citato poco fa e che abbiamo seguito in maniera più o meno rigorosa in Italia. Aggiungiamoci anche il caldo, che fa evaporare rapidamente i droplets e quindi può limitare la trasmissione del virus.

Il virus però c'è, e per sopravvivere deve trovare le cellule umane. Sono preoccupanti quelle immagini di assembramenti, per esempio nelle località balneari. Così come non sono da sottovalutare i cosiddetti casi importati, ossia quelli provenienti dall'estero. Sono questi due, gli assembramenti e gli infetti dall'estero, i fattori che possono essere determinanti per una seconda ondata nel nostro Paese.

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