Medicina nucleare, quando la radioattività aiuta nella diagnosi e nella terapia

La medicina nucleare si basa sull’utilizzo di particolari sostanze radioattive contenute nei radiofarmaci. Oggi ha assunto un ruolo di primo piano per la diagnosi e la cura dei tumori. Ma oltre a quello oncologico, trova applicazioni in molti altri ambiti: dalla cardiologia alla neurologia, passando per l’ortopedia.
Federico Turrisi 28 Gennaio 2020
* ultima modifica il 28/01/2020

Nell'immaginario collettivo le sostanze radioattive fanno paura. Probabilmente le colleghi di primo acchito agli incidenti nucleari avvenuti alle centrali di Chernobyl o di Fukushima, due nomi diventati sinonimo di disastro ambientale, due località trasformate in terra di nessuno, dove l'uomo non può mettere piede. E invece le sostanze radioattive possono rivelarsi anche degli strumenti indispensabili in ambito medico per ottenere informazioni che senza di esse non sarebbero ricavabili in nessun altro modo. Di questo si occupa la medicina nucleare, una branca della diagnostica per immagini che utilizza radiazioni ionizzanti.

Differenza tra medicina nucleare e radiologia

Fai attenzione a non confondere la medicina nucleare con la radiologia. Entrambe le discipline utilizzano radiazioni ionizzanti per produrre immagini ma con una sostanziale differenza: nel caso della radiologia (ossia di ecografie, Tac o risonanze magnetiche tomografiche, per fare qualche esempio) le apparecchiature utilizzate producono un fascio di radiazioni che, dopo aver attraversato il corpo del paziente, vengono registrate su una particolare pellicola. Nella medicina nucleare, invece, le radiazioni vengono emesse dai radiofarmaci che si somministrano (molto spesso tramite iniezione endovenosa) al paziente, distribuendosi in tutto il corpo e concentrandosi negli organi e nei tessuti che si intendono studiare. In questo caso l'apparecchiatura (detta gamma camera) non emette radiazioni, ma le rileva, acquisendo l'immagine dell'organo esaminato.

C'è poi un'altra importante differenza: se le immagini radiologiche forniscono informazioni sulla morfologia degli organi studiati, mostrano cioè "come sono fatti", evidenziando eventuali alterazioni nella loro struttura, la medicina nucleare fornisce immagini che mostrano il comportamento degli organi esaminati, ossia mostrano "come funzionano". Tutto chiaro? Come potrai avere già intuito, si tratta di un argomento molto complesso. La medicina nucleare si avvale di attrezzature sofisticatissime; la preparazione dei radiofarmaci è un'operazione molto delicata e viene svolta da personale specializzato, in base alle caratteristiche del paziente e della patologia che si vuole andare a indagare.

A che cosa serve la medicina nucleare?

L'imaging nucleare svolge un ruolo fondamentale nella diagnosi e nel trattamento di molte malattie. I principali ambiti in cui viene applicata la medicina nucleare sono:

  • Oncologia
  • Cardiologia
  • Reumatologia
  • Ortopedia
  • Neurologia

Di questi il più importante è senza dubbio l'oncologia. Una scintigrafia o un esame SCEPT (Single Photon Emission Computed Tomography, ossia tomografia computerizzata a emissione di fotone singolo) o un esame PET (Positron Emission Tomography, cioè tomografia a emissione di positroni), oltre a costituire uno strumento per la diagnosi precoce di patologie oncologiche (come il carcinoma polmonare o il tumore del colon-retto), sono molto utili per caratterizzare un tumore. Osservare il comportamento funzionale di un organo o di un tessuto o ancora di un vaso sanguigno può essere determinante per valutare se e come il paziente sta reagendo effettivamente alle terapie. In alcuni casi consente un supporto informativo imprescindibile nella costruzione dei piani di radioterapia, identificando in maniera più precisa l'area tumorale con maggiore aggressività.

A fare la differenza è il radionuclide (ossia un atomo radioattivo) contenuto all'interno del radiofarmaco utilizzato per acquisire le immagini delle diverse parti del corpo. Vediamo qualche esempio. Il tallio viene usato per mostrare il flusso sanguigno attraverso le arterie e le vene che trasportano il sangue al cuore e aiuta i medici nella valutazione delle coronaropatie. Il tecnezio invece si raccoglie nelle ossa e permette l’acquisizione di immagini diagnostiche dello scheletro; serve anche a marcare i globuli rossi, mettendo i medici nelle condizioni di individuare un sanguinamento intestinale. L'acido imminodiacetico tende ad accumularsi dove si raccoglie la bile, il liquido prodotto dal fegato, e si utilizza per verificare eventuali blocchi dei dotti biliari, perdite di bile e disturbi della cistifellea. Infine, l'esame con il fluoro 18 consente di verificare la presenza nel cervello di placche amiloidi, ossia degli accumuli di una particolare proteina, la beta-amiloide, che caratterizzano la malattia di Alzheimer.

La medicina nucleare è sicura?

La risposta è: sì, la medicina nucleare è sicura. La quantità di radiazioni ionizzanti a cui è esposto il paziente durante un esame di medicina nucleare è molto piccola e non supera quella di una tac o di una radiografia. Al giorno d'oggi la quasi totalità dei radiofarmaci ha un'emivita molto bassa: questo significa che perdono la loro radioattività rapidamente e vengono eliminati dal corpo senza problemi. Inoltre, gli esami di medicina nucleare non sono affatto dolorosi. L'unico fastidio che potresti provare è dato dalla puntura dell'ago per l'iniezione del radiofarmaco. Ricordati che le scintigrafie e gli altri esami di medicina nucleare non possono essere effettuati durante la gravidanza. Per quanto riguarda l'allattamento invece è quasi sempre sufficiente interromperlo per un tempo che varia a seconda del radiofarmaco impiegato ma che, nella maggior parte dei casi, non supera le 24 ore.

Fonte | Humanitas

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