Morbo di Parkinson, scoperta una coppia di molecole che rallenta la malattia

Una coppia di molecole, legandosi a delle proteine fondamentali, può agire sul mantenimento della dopamina del cervello. Perché è importante? Perché questo meccanismo potrebbe essere la chiave per sviluppare un nuovo trattamento per il Morbo di Parkinson, in grado di rallentare il decorso della malattia.
Valentina Rorato 4 giugno 2020
* ultima modifica il 06/06/2020

La scienza e la ricerca non si fermano mai ed è stato compiuto un nuovo passo avanti nella lotta contro il morbo di Parkinson, malattia neurodegenerativa per cui non esiste una terapia risolutiva. Un team di ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore e dalla Harvard University ha identificato nei topi una coppia molecolare che potrebbe aumentare i livelli di dopamina, rallentando il decorso della malattia.

Questa coppia molecolare è composta dalla prostaglandina E1 (PGE1) e dalla prostaglandina A1 (PGA1), in grado di legarsi a una classe di proteine ​​fondamentali (note come Nurr1) per lo sviluppo e il mantenimento della dopamina nel cervello. È un traguardo importante perché da qui potrebbero partire dei nuovi studi per realizzare un trattamento del Parkinson che sia in grado consentire alle persone affette una vita migliore con sintomi che manifestano più lentamente.

Pare, infatti, che una ridotta presenza di dopamina nel cervello sia ciò che determina nei malati la difficoltà a controllare i propri movimenti motori. Il Parkinson, infatti, è proprio caratterizzato da tremore a riposo, rigidità, bradicinesia e instabilità posturale, cui spesso si aggiungono anche depressione e demenza.

Questo importante risultato è stato raggiunto grazie a ricerche di laboratorio e test condotti sui topi dal gruppo di ricerca coordinato dal professor Yoon Ho Sup della School of Biological Sciences della NTU e dal professor Kwang-Soo Kim del McLean Hospital e della Harvard Medical School negli Stati Uniti, che sulle pagine di Nature Chemical Biology hanno dichiarato: “Dato che tutti i farmaci candidati al Parkinson non hanno dimostrato capacità neuroprotettive negli studi clinici, i nostri risultati potrebbero offrire l'opportunità di progettare nuove terapie per trattare il morbo di Parkinson con scarsi effetti collaterali”.

Fonte | “PGE1 and PGA1 bind to Nurr1 and activate its transcriptional function” pubblicato su Nature Chemical Biology il 25 maggio 2020

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