Cos’è e come si affronta un problema sanitario come l’antibiotico-resistenza: intervista ad Andrea Luppi dell’Istituto Izsler

La presenza di batteri multiresistenti rappresenta una minaccia, in quanto tali agenti patogeni potrebbero causare infezioni nell’uomo per cui non è efficace alcun trattamento. La strada maestra per contrastare il fenomeno rimane un uso razionale e mirato degli antibiotici, soprattutto negli allevamenti intensivi.
Federico Turrisi 6 aprile 2020
* ultima modifica il 07/04/2020
Intervista al Dott. Andrea Luppi Dirigente Responsabile Struttura Semplice di Parma dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna

Li chiamano superbatteri, ceppi di batteri resistenti a più antibiotici, che possono provocare infezioni impossibili da trattare. Chi non sarebbe spaventato da tali nemici? Non è la prima volta che ti parliamo dell'antibiotico-resistenza, un problema che riguarda tutti e su cui è bene non abbassare mai la guardia.

Certo, attualmente l'attenzione della comunità scientifica e dei media è concentrata sul nuovo coronavirus SARS-Cov-2, che da Wuhan si è diffuso in tutto il mondo, diventando una pandemia. Non si possono fare parallelismi tra antibiotico-resistenza e Covid-19, per quanto siano entrambi problemi di sanità pubblica: sono due fenomeni completamente diversi. Nel primo caso si parla di batteri, nel secondo di virus. E già questa è una differenza sostanziale.

Tuttavia, il problema dell’antibiotico-resistenza preoccupa l’opinione pubblica anche per quel che riguarda il possibile ruolo degli animali e dei batteri da questi veicolati, potenzialmente resistenti a diverse molecole antibiotiche per effetto di trattamenti terapeutici. Tra i principali fattori di rischio, sia nell'uomo sia in campo veterinario (allevamenti intensivi e animali da compagnia), c'è l'abuso di antibiotici. Ma è corretto ritenere quello dell'antibiotico-resistenza un fenomeno che potrebbe assumere i connotati di un'epidemia?

"Considerare il problema legato all'antibiotico-resistenza come la prossima epidemia è qualcosa di superato in questo momento storico, a mio avviso", afferma Andrea Luppi, dirigente responsabile della sezione di Parma dell'Izsler, l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna. "Una valutazione del genere poteva essere valida qualche anno fa. Ma quando ci si è accorti che la situazione stava sfuggendo di mano e che la percentuale di batteri multiresistenti a un numero elevato di antibiotici era in aumento, sono state messe in atto delle misure a livello internazionale e nazionale che stanno permettendo di mantenere sotto controllo il problema".

L'antibiotico-resistenza non è stata dunque sottovalutata. Sono state emanate delle linee guida dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e, a livello europeo, dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) che indirizzano verso un uso prudente delle terapie antibiotiche. In Italia è stato lanciato il Piano nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza (PNCAR), sia in campo veterinario sia in campo umano.

Questo si è reso necessario perché l'Italia era tra i paesi europei quello con i dati di consumo di antibiotici più preoccupanti, come ci ricorda anche il dottor Luppi: "se andiamo a vedere i dati di acquisto degli antibiotici, che sono espressi in milligrammi di principio attivo per chilo di biomassa di animali da reddito, notiamo che l'Italia, sebbene con un trend in calo, è tra le prime tre posizioni in Europa per consumo di antibiotici in ambito zootecnico".

Ora, sappiamo che l'insorgenza di alcuni ceppi di batteri resistenti è favorita proprio dall'uso massiccio di antibiotici. C'è però anche una notizia positiva: è stato dimostrato scientificamente che con un utilizzo più mirato delle terapie antimicrobiche si può tornare a una condizione preesistente, con una riduzione dei ceppi multiresistenti presenti nella popolazione animale. La domanda a questo punto è come si può favorire la riduzione dell'uso di antibiotici. Ci sono diversi approcci.

"Per esempio, attraverso la vaccinazione negli allevamenti, che riduce il rischio di infezione negli animali e quindi le probabilità di ricorrere in seguito agli antibiotici. O ancora, con il miglioramento delle condizioni di benessere degli animali", prosegue Luppi. "Un passaggio fondamentale è poi la limitazione dei cosiddetti antibiotici critici, ossia quelli che risultano essere spesso salvavita nell'uomo. In sostanza, viene raccomandato «attenzione, usate questi antibiotici sugli animali solo se strettamente necessario, perché servono per l'uomo»".

Ci sono poi altri aspetti da tenere in considerazione nell'azione di contrasto all'antibiotico-resistenza. "Uno di questi è la biosicurezza, che raggruppa una serie di misure che evitano per quanto possibile l'introduzione di agenti patogeni dall'esterno nell'allevamento intensivo e una loro eventuale diffusione, in caso di ingresso nell'allevamento stesso. È bene poi sensibilizzare sull'importanza della diagnosi tutti gli attori coinvolti, ossia tutti coloro che prescrivono e somministrano un antibiotico: medici, veterinari, allevatori".

Ciò significa, per quanto riguarda le persone, ricorrere all'antibiotico solo se viene prescritto dal medico, dopo che questi ha fatto la sua diagnosi. Questo vale anche per gli animali, alla luce del fatto che l’antibiotico è da considerarsi talvolta necessario al trattamento di questi negli allevamenti intensivi.

"In passato però non è stato fatto un uso razionale dell'antibiotico. Spesso è stato utilizzato in maniera profilattica, ossia preventiva; una pratica che adesso non è più ammessa essenzialmente per due motivi. Primo, perché comportava un uso esagerato di antibiotici. In secondo luogo, perché prevedeva la somministrazione per via orale, tramite il mangime e l'acqua da bere, che rischiava molto spesso di essere imprecisa in termini di dosaggio. Le indicazioni delle istituzioni scientifiche e politiche sottolineano invece l'esigenza di un uso più mirato, e quindi terapeutico, prediligendo, quando possibile, la terapia individuale a quella di massa e cercando di dare spazio alla somministrazione per via parenterale (ossia tramite iniezione, ndr) e non orale".

Insomma, si sta facendo un grande sforzo per ridurre, contenere e controllare il problema. Anche in Italia. Merita di essere menzionato, in conclusione, il progetto ClassyFarm, realizzato dal Ministero della Salute e l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna, in collaborazione con l'Università di Parma.

"Si tratta di un sistema integrato che raccoglie i dati degli allevamenti di bovini, di suini e di altre specie da reddito su biosicurezza, benessere degli animali e consumo di antibiotici, grazie alla recente introduzione della ricetta veterinaria elettronica. Con questi dati le varie aziende vengono classificate in base al rischio di insorgenza e mantenimento dell'antibiotico-resistenza. Si permette così di fare delle valutazioni da parte sia del veterinario che esegue i controlli sia del veterinario aziendale, di osservare quali sono i punti critici e dove occorre intervenire. Un'iniziativa tutta italiana nata proprio con lo scopo di monitorare e migliorare la situazione relativa all'uso dell'antibiotico".

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