Parkinson, dalle concentrazioni di caffeina nella saliva si può definire lo stadio della malattia e seguirne la progressione

Un gruppo di ricercatori dell’Irccs Neuromed di Pozzilli e dell’Università Sapienza di Roma ha scoperto che nella saliva dei pazienti affetti dalla patologia in forma moderata o avanzata la sostanza risulta in concentrazioni minori. La caffeina potrebbe diventare quindi un vero e proprio biomarker.
Kevin Ben Alì Zinati 22 Luglio 2021
* ultima modifica il 22/07/2021

Un caffè contro il Parkinson. Sì, hai capito bene perché la caffeina potrebbe cambiare il nostro approccio alla patologia e rappresentare la soluzione per un metodo più rapido e meno invasivo per diagnosticarla e monitararla.

Secondo un nuovo studio condotto dall’Irccs Neuromed di Pozzilli e l’Università Sapienza di Roma, chi è affetto dal Parkinson in forma moderata e avanzata presenterebbe nella saliva un livello di caffeina inferiore rispetto alle persone sane.

Misurare la concentrazione attraverso un semplice tampone potrebbe dunque diventare lo strumento di medici e specialisti per diagnosticare con maggior precisione la stadio della malattia e seguirne la progressione senza esami più invasivi.

Partendo dalla consapevolezza scientifica, raccolta in anni di studi e ricerche, che l’assunzione di caffeina ridurrebbe davvero il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson, i ricercatori hanno voluto indagare un nuovo potenziale ruolo “predittivo” della sostanza.

Così hanno arruolato 86 pazienti colpiti dal Parkinson in gradi diversi e li hanno confrontati con un gruppo di controllo costituto da 83 pazienti sani della stessa fascia di età. In tutti i partecipanti è stato valutato il livello di assorbimento della caffeina, il relativo metabolismo e la quantità presente nella saliva.

I risultati dei campioni biologici, prelevati un po’ come si fa con i tamponi del Covid-19, hanno mostrato che l’assorbimento e il metabolismo della caffeina erano simili tra i due gruppi di pazienti.

Ciò che differiva erano le concentrazioni salivari della sostanza. Che erano più ridotti nei partecipanti con Parkinson in fase moderata e avanzata.

Gli scienziati non sanno ancora con chiarezza quali siano le cause dietro la diversa concentrazione di caffeina tra pazienti malati e sani. Dubbio poi amplificato dal fatto che non hanno osservato alterazioni nell’assorbimento o nel metabolismo della sostanza.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, ha però messo in evidenza un potenziale nuovo metodo diagnostico per il Parkinson.

La misurazione della caffeina nella saliva può diventare una sorta di biomarker per definire lo stadio a cui si trova la malattia e seguire la sua progressione.

Fonte | "Salivary caffeine in Parkinson’s disease" pubblicata il 10 maggio 2021 sulla rivista Scientific Reports

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