Perché ci spaventa di più il nuovo coronavirus rispetto all’influenza stagionale (che fa migliaia di morti)?

La risposta è molto semplice: perché del nuovo agente patogeno non abbiamo ancora informazioni sufficientemente dettagliate e al momento non esiste un vaccino in grado di contrastarlo. Ci siamo fatti spiegare dal virologo Giovanni Maga la differenza tra coronavirus cinese e normale influenza e per quale motivo è ancora presto per fare confronti precisi.
Federico Turrisi 13 febbraio 2020
* ultima modifica il 13/02/2020
Intervista al Dott. Giovanni Maga Virologo e Direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia

Si stima che le malattie respiratorie legate all'influenza stagionale uccidano ogni anno nel mondo fino a 650 mila persone. A dirlo è l'Organizzazione Mondiale della Sanità; non proprio una casa farmaceutica in cerca di fare profitto per commerciare i suoi prodotti. Dallo scorso gennaio un nuovo nemico sta tenendo in apprensione il mondo intero: stiamo parlando del coronavirus Sars-Cov-2, causa della sindrome Covid-19 che ha ucciso finora più di 1300 persone. Tutte nella Cina continentale, salvo un caso a Hong Kong e un altro nelle Filippine. La provincia più colpita è quella di Hubei, dove si trova la città di Wuhan, indicata come punto di partenza del contagio. In Europa i casi registrati sono al momento 44, di cui 3 in Italia. Numeri modesti se confrontati con quelli dell'epidemia influenzale. Ma allora perché sono così forti le proccupazioni legate al nuovo coronavirus? Che cosa lo distingue dall'influenza a cui siamo tutti abituati? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Maga, virologo e Direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia.

Qual è la differenza tra il nuovo coronavirus partito da Wuhan e l'influenza stagionale?

Partiamo da una definizione di base: sono due virus completamente diversi dal punto di vista biologico. Appartengono cioè a famiglie di virus che non sono correlate tra di loro. Ora, bisogna essere molto cauti quando si parla delle stime riguardanti i casi confermati di infezione. Le persone che hanno contratto il virus sono molte di più. Se comunque stiamo ai numeri ufficiali e guardiamo all'interno della provincia di Hubei, la più colpita dall'epidemia, il tasso di letalità al momento è di poco superiore al 2%. Ma in tutte le altre zone in Cina fuori dall'Hubei il tasso di letalità si aggira intorno allo 0,2-0,3%. Vuol dire che le stime che si possono fare mentre è in corso un'epidemia sono spesso imprecise, perché non abbiamo a disposizione il conteggio totale né delle infezioni né dei decessi.

Che cosa possiamo dire in questo momento? Le persone che hanno delle complicanze, e che quindi sviluppano una polmonite e altre forme gravi della malattia che necessitano della terapia intensiva, hanno un rischio elevato di morire. Una percentuale esigua delle persone ricoverate nella provincia di Hubei è in condizione gravi: la stima approssimativa è del 5% sul totale. E poi dipende se si tratta di persone anziane o con patologie pregresse, che hanno dunque un rischio maggiore. In conclusione, questa infezione è potenzialmente in grado di dare più complicanze dell'influenza normale, ma lo dobbiamo ancora verificare. La letalità globale non è sicuramente del 2%, ma è inferiore.

Prendiamo l'esempio dei tre casi registrati in Italia: i due turisti cinesi sono finiti in terapia intensiva con la polmonite, mentre il ricercatore italiano di 29 anni ha presentato solo una lieve febbre e un arrossamento degli occhi. Come si spiega?

È una cosa assolutamente normale. Spieghiamo meglio. Siamo nel picco dell'epidemia influenzale. Dall'inizio della sorveglianza (ottobre 2019, ndr) a oggi ci sono state in Italia circa 5 milioni di infezioni e sono stati segnalati 98 casi gravi di influenza, con pazienti ricoverati in terapia intensiva. Di questi 19 sono morti. Questo ci dice che la risposta a un virus dipende dalle condizioni in cui si trova il paziente. Tutte le persone che sono state ricoverate in terapia intensiva erano affette da patologie croniche e presentavano fattori di rischio. Ciò ha fatto sì che rispondessero in maniera più grave all'infezione.

La stessa cosa si nota con questo coronavirus. Nel senso che la maggior parte delle persone infette guarisce e si stima che circa l'80% non abbia sintomi gravi. Il ragazzo giovane in salute ha un sistema immunitario che reagisce molto meglio all'infezione rispetto ai due cinesi che hanno 65 anni. Tale quadro si colloca in un tipico spettro di sintomatologia che può dare questo tipo di virus respiratori. Che, ripetiamo, somigliano all'influenza, ma sono diversi. Dipende poi anche dalla natura del virus stesso. Per esempio la Sars, che è un parente prossimo del nuovo coronavirus, tendeva a dare sintomi gravi perché era molto più aggressiva. Bisogna considerare la combinazione tra il virus, che ogni volta può essere diverso, e le condizioni del paziente.

Possiamo dire che il nuovo coronavirus è più pericoloso dell'influenza?

Difficile fare un confronto. Noi sappiamo che in questo momento abbiamo un'epidemia limitata a una zona precisa. Ma chi lo sa come sarebbe la situazione se, anziché 60 mila casi, avessimo 600mila o 600 milioni come la normale influenza. Per quest'ultima è disponibile il vaccino antinfluenzale, mentre per il nuovo coronavirus non è ancora stato sviluppato un vaccino. Qua entra in gioco il discorso della percezione.

L'influenza è qualcosa con cui abbiamo sempre avuto a che fare, la gente sa che nella stragrande maggioranza dei casi, se si ammala, guarisce. C'è difficoltà a far capire però che ci sono fasce della popolazione che potrebbero avere delle conseguenze più serie e che la vaccinazione non è solo una misura di prevenzione personale, ma protegge anche gli altri. Del nuovo coronavirus invece non abbiamo ancora un'idea precisa di quale possa essere il suo impatto. È un fenomeno nuovo, per l'appunto. Ed è giusto dunque che si mettano in campo tutte le misure per contenere la sua diffusione, come per ogni virus che ci tormenta, dall'Hiv al morbillo.

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