Peste suina africana: cos’è e quali sono i rischi dell’infezione animale che non contagia l’uomo

Ad inizio 2022 il Ministero della Salute e quello delle Politiche Agricole hanno firmato un’ordinanza che vieta le attività venatorie in 114 comuni italiani tra Piemonte e Liguria a causa di un focolaio di peste suina africana. Si tratta di un’infezione non trasmissibile all’uomo che colpisce solo i maiali e i cinghiali. Oltre alla salute degli animali stessi, in pericolo ci sarebbe poi tutto il comparto produttivo suinicolo italiano.
Kevin Ben Alì Zinati 18 Gennaio 2022
* ultima modifica il 18/01/2022

Con l’inizio del nuovo anno, un’altra malattia virale ha catturato la nostra attenzione accanto al Covid-19. Forse ne hai sentito parlare: si chiama peste suina africana.

Tutto è iniziato in Piemonte, dove ad inizio gennaio 2022 sono state ritrovate le carcasse di tre cinghiali morti a causa di una patologia che le analisi di laboratori hanno confermato essere la cosiddetta PSA.

Oggi, ancora alle prese con la pandemia da Sars-CoV-2, la notizia della diffusione di un nuovo virus ha creato preoccupazione e allarme. È inevitabile, ma posso subito dirti che puoi ridimensionare paure e timori.

La peste suina africa è un’influenza altamente trasmissibile e letale solo ed esclusivamente per gli animali, in particolare suini e cinghiali. Non è infatti trasmissibile agli esseri umani.

Vediamo insieme di cosa sto parlando.

Cos’è

Quando senti parlare di peste suina africana devi pensare a una malattia virale che si trasmette tra i suini e i cinghiali. È molto contagiosa e spesso può risultare anche fatale per questi animali.

La Psa, come ti dicevo all’inizio, non è una patologia pericolosa per l’uomo dal momento che non può essere trasmessa agli uomini.

A causarla è un virus della famiglia Asfaviridae, genere Asfivirus, che non è in grado di stimolare la produzione di anticorpi neutralizzanti. Questa sua caratteristica, secondo il Ministero della Salute, è l’ostacolo più grande sulla strada per lo sviluppo di una cura e di un vaccino: ad oggi, infatti, siamo sprovvisti di entrambi.

Se un maiale o un cinghiale venisse infettato dal virus della peste suina africana lo riconosceresti da alcuni sintomi specifici come:

  • febbre
  • debolezza degli arti posteriori e andatura incerta
  • perdita di appetito
  • difficoltà respiratorie
  • costipazione
  • emorragie interne
  • aborti spontanei
  • emorragie evidenti su orecchie e fianchi

Una sintomatologia che può condurre l’animale infetto alla morte in breve tempo. Secondo l’Efsa, il decesso avverrebbe entro 10 giorni dall’insorgenza dei primi sintomi.

Ci sono casi di animali che invece recono a sopravvivere alla malattia anche se restano tuttavia portatori del virus per dodici o anche diciotto mesi, diventando così una pericolosa fonte di contagio per altri esemplari.

Secondo l’identikit stilato dal Ministero, il virus della PSA è in grado di resistere all’esterno di un organismo anche per 100 giorni, sopravvivendo all'interno dei salumi per alcuni mesi e superando le alte temperature.

I processi di stagionatura o di affumicatura dei prodotti a base di carne di maiale, infatti, non sempre riescono ad eliminarlo.

Come si trasmette?

La peste suina africana è una malattia virale altamente contagiosa che si trasmette attraverso il contatto tra animali infetti oppure attraverso la puntura di zecche contagiate.

Sebbene non sia un pericoloso per noi, l’uomo ha comunque un ruolo nella PSA. Non di bersaglio quanto piuttosto come vettore del virus.

In questo caso di parla di trasmissione indiretta. Quando, cioè, un animale si contagia attraverso il contatto con attrezzature e indumenti contaminati oppure quando l’uomo somministra scarti di cucina contaminati (pratica vietata in Europa dal 1980) o smaltendo rifiuti alimentari in modo non corretto.

Tra i diffusori della malattia vanno considerati anche i cinghiali. A causa della facilità con cui riescono ad avvicinarsi a zone antropizzate, possono entrare in contatto con allevamenti non a norma in fatto di biosicurezza, con rifiuti alimentari abbandonati o con lavoratori del settore domestico potenziale infetti, contribuendo così alla diffusione del virus.

Nel mondo

La peste suina africana è una malattia virale diffusa in tutto il mondo. Sembrerebbe trovare origine in Kenya e nell'Africa sub-sahariana sarebbe endemica ormai da diversi anni: se te lo stai domandando, ti abbiamo già spiegato che differenza c’è tra pandemia ed endemia.

Nel 2007 sono stati registrati casi di PSA in Georgia, Armenia, Azerbaigian oltre a Russia europea, Ucraina e Bielorussia. Dai questi focolai attivi il virus si è poi diffuso in Unione europea. La Lituania ha segnalato casi di peste suina africana nei cinghiali selvatici per la prima volta nel 2014, cui hanno fatto presto seguito la Polonia, la Lettonia e l'Estonia.

Alla fine del 2019, la malattia era presente in nove Stati europei: Belgio, Bulgaria, Slovacchia, Ungheria, Polonia e Romania. A settembre 2020 il virus è stato rilevato anche in alcune carcasse di cinghiale nelle zone a ridosso del confine tra Germania e Polonia.

Oltre all’Europa, all’Africa e alla Russia, la PSA è presente in Moldavia, Cina, India, Filippine e diverse aree dell’Estremo Oriente.

In Italia

Nel novero dei paesi alle prese con la peste suina africana devi tener presente anche l’Italia. Fino agli ultimi rilevamenti avvenuti in Piemonte di cui dopo ti parlerò, la PSA era principalmente diffusa in Sardegna.

A partire dal 1978, sull’isola si sono registrati diversi focolai di peste suina africana, sempre però con incidenze variabili: a ondate epidemiche pesanti e critiche si alternavano anni di apparente “silenzio epidemiologico”.

Nell’analisi fatta dal Ministero della Salute riguardo la persistenza dell’infezione nel territorio sardo sarebbero emersi alcuni fattori determinanti. Su tutti, la diffusione di allevamenti di tipo familiare e di pratiche tradizionali come l’allevamento brado, che avrebbero favorito il contatto tra animali selvatici e domestici.

Nei decenni la Sardegna ha comunque messo in campo una serie di iniziative di eradicazione del virus e grazie alla collaborazione con il Governo e la Commissione Europea dal 2018 non ha più registrato focolai di PSA nel settore degli animali domestico e solo un numero molto basso di focolai in quello selvatico.

Il 2022

La peste suina africana è tornata a far parlare di sé ad inizio 2022, quando il Centro di referenza nazionale per le pesti suine dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e delle Marche ha dato conferma di un caso di PSA in una carcassa di cinghiale ritrovata nel Comune di Ovada, in Provincia di Alessandria (in Piemonte) e di altri due nei territori dell'Isola del Cantone (in provincia di Genova, Liguria) e di Fraconalto (zona Alessandria).

Secondo quanto ha riferito il Ministero della Salute, il profilo genetico del virus isolato mostra somiglianza con quello già circolante in Europa ma sarebbe completamente diverso da quello sardo e per questo il punto di origine della diffusione sembra lo spostamento di branchi di questi animali selvatici.

Subito dopo la conferma della PSA, il Governo si è messo in moto per arginare la diffusione. Nonostante non fosse stato riscontrato nessun caso di contaminazione nella popolazione suina italiana, il ministro della Salute Roberto Speranza insieme al ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli ha firmato un’ordinanza per vietare le attività venatorie nelle zone infette del Piemonte e della Liguria.

Le disposizioni, che saranno in vigore per sei mesi, coinvolgono un’area che di ben 114 comuni italiani.

Nelle stesse zone sarà vietata anche la raccolta di funghi e di tartufi, oltre alle attività di pesca, al trekking e a quelle di mountain bike. Stop, insomma, a tutte quelle attività che possono comportare interazioni con gruppi di cinghiali infetti e che potrebbero dunque favorire la diffusione del virus.

I rischi

Parliamo di rischi legati alla peste suina africana. Come hai avuto modo di capire, si tratta di una malattia con un grande potenziale di danno per la salute animale.

Un’epidemia di PSA può portare alla decimazione di allevamenti di suini e di popolazioni di cinghiali dovuta sia alla morte diretta degli animali sia all’abbattimento obbligatorio degli esemplari malati e sospetti tali.

La PSA, di riflesso, può avere impatti negativi anche sull’uomo, nei termini di pesanti ripercussioni sul comparto produttivo suinicolo e sull’esportazione di animali vivi e dei prodotti derivati.

Come puoi facilmente intuire, l’esportazione e la commercializzazione dei suini vivi e dei loro prodotti dai Paesi infetti è ovviamente vietato.

Nonostante l’infezione da peste suina ad inizio 2022 fosse stata riscontrata solo nei tre cinghiali e non vi fosse traccia di una contaminazione nella popolazione suina italiana, sono state comunque attivate misure precauzionali alle frontiere di Cina, Giappone e Taiwan, Serbia e Vietnam.

L’importazione di carni e salumi italiani è stata dunque temporaneamente sospesa, creando non pochi disagi al comparto produttivo. L'Associazione industriali delle carni e dei salumi, riporta l’Ansa, avrebbe già stimato i danni dovuti alle mancate esportazioni quantificabili in almeno 20 milioni di euro per ogni mese di sospensione.

Cifre non indifferenti seppur inserite in un contesto in cui, ogni anno, le esportazioni italiane di suini e prodotti derivati creando indotti per 1,5 miliardi di euro, di cui oltre 500 milioni destinate fuori dai confini dell'Unione europea.

Fonti | Ministero della Salute; Efsa; Izsum

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