Qual è il vero ruolo di cibo e alcol nel rischio di sviluppare un tumore?

Dopo la proposta della Commissione europea di introdurre indicazioni obbligatorie su ingredienti, dichiarazioni nutrizionali e avvertenze sanitarie nelle etichette di alimenti e alcolici, abbiamo approfondito con il professor Carlo La Vecchia che tipo di correlazione esiste effettivamente tra alimentazione e rischio di sviluppare un cancro.
Kevin Ben Alì Zinati 19 Febbraio 2021
* ultima modifica il 19/02/2021
Intervista al Prof. Carlo La Vecchia Ricercatore della Fondazione AIRC presso l’Università degli Studi di Milano

Il nuovo piano dell’Europa per vincere il cancro è pronto. La Commissione l’ha presentato nella giornata dedicata proprio alla lotta contro i tumori e tra le diverse iniziative che verranno messe in campo ti avevamo raccontato dell’Helping Children with Cancer Initiative per promuovere il diritto dei bambini di accedere a diagnosi precoci e cure efficaci. Ma non è tutto.

L’Europa sta pensando di rafforzare la prevenzione contro i tumori anche a partire dalla tavola. Quindi dall’alimentazione e dai prodotti che tutti i giorni compri al supermercato o consumi nei ristoranti.

Nell'“Europe's Beating Cancer Plan” ha così proposto un'etichettatura nutrizionale obbligatoria e “armonizzata” sulle confezioni per consentire ai consumatori di fare scelte alimentari informate, sane e sostenibili. E ha anche annunciato che rivedrà la propria politica di promozione delle bevande alcoliche, proponendo anche qui un'indicazione obbligatoria con l'elenco degli ingredienti e della dichiarazione nutrizionale sulle etichette entro il 2022 e delle avvertenze sanitarie entro il 2023.

La proposta aveva fatto storcere il naso a più d’uno e quando poi molti le avevano definite “etichette anticancro”, specialmente tra i produttori di vino o di carne si erano alzate non poche critiche.

A noi, però, le polemiche non interessano. Insieme al professor Carlo La Vecchia, ricercatore della Fondazione AIRC presso l’Università degli Studi di Milano, abbiamo puntato l’attenzione sull’altro lato della medaglia. Ci siamo chiesti, quindi, quali sono effettivamente gli alimenti che rischiano di aumentare il rischio di cancro e più in generale che tipo di correlazione c’è tra l’alimentazione e il rischio tumorale.

Professor La Vecchia, un cancro è davvero l’estremo risultato di ciò che mangiamo? 

L’alimentazione influisce sul rischio di sviluppare un tumore incidendo sull’aumento del peso: il sovrappeso e l’età anche in Italia sono tra le maggiori cause di cancro dopo il fumo di sigaretta. L’aumento di peso incide sui tumori dell’intestino e della mammella post menopausa, su quello della colecisti, della prostata e dell’endometrio. Ci sono poi altre condizioni conseguenti, come la sindrome metabolica, il diabete e l’ipertensione che incidono sulla salute cardiovascolare. Il consiglio, quindi, è di aumentare il proprio peso non più 5 kg rispetto al peso registrato a 18 anni.

Proviamo a stilare un menù: quali sono i cibi da evitare e quelli che invece dovremmo tenere nella nostra alimentazione?

Gli altri alimenti non sono “cancerogeni” in quanto tali, il problema sta nelle quantità. Alcuni tipi di carne o alcuni grassi saturi vanno consumati in quantità limitata. La dieta argentina, per esempio, abbonda di carne rossa: è il cibo tradizionale, eppure è associata a un eccesso di tumore dell’intestino. Se parliamo di alimenti che fanno bene al nostro organismo l'attenzione ricade sui vegetali. Frutta e verdura contengono micronutrienti e composti alimentari, come le vitamine, che agiscono con proprietà anti-neoplastiche sulle nostre cellule. Inoltre contribuiscono a ridurre l’utilizzo di elementi meno favorevoli come cereali raffinati e carni rosse.

Il Professor Carlo La Vecchia, ricercatore Airc presso l’Università Statale di Milano

Nel mirino, quindi, più di tutti c’è la carne rossa.

I livelli consumati in Italia non sono così alti da costituire un fattore di maggior rischio ma è chiaro che un’alimentazione fortemente basata su carne rossa non è accettabile né dal punto di vista alimentare né da quello della sostenibilità: il consumo di risorse e di CO2 richiesto da un’alimentazione di carne rossa sarebbe intollerabile. Occorre, dunque, moderarne il consumo.

Che ruolo ha il sale nell’aumento del rischio di tumore? 

In passato era usato per la conservazione degli alimenti ed è stato associato allo sviluppo del tumore dello stomaco e, soprattutto, dell’ipertensione. Si tratta però di un problema largamente risolto grazie all’introduzione della refrigerazione e alla campagna di sensibilizzazione fatta negli anni.

E il glutine? 

Diciamo subito che non è cancerogeno. Il problema per quei soggetti che ne sono intolleranti è che può portare a una stimolazione immunitaria e quindi al rischio di sviluppare dei linfomi. Evitandolo, queste persone non infiammano l’intestino e riducono il rischio.

Secondo lei quindi come dovrebbe essere impostata la dieta “sana” per definizione? 

Un buon menù è la dieta mediterranea italiana che, in sostanza, è un’alimentazione vegetariana con qualche deviazione sulla carne e sul pesce. Si tratta però di una dieta molto ricca di carboidrati raffinati, quindi pane bianco e pasta: per migliorarla ancora di più ne conterrei l’uso. In particolare, il pane bianco lo sostituirei con quello integrale nero e al posto di questi carboidrati raffinati aggiungerei legumi come fagioli e ceci.

Della partita tra alimentazione e rischio di tumori fa parte anche l’alcol. 

Dopo il tabacco, è l’elemento più cancerogeno dal momento che causa circa un quarto delle morti per tumore. All’abuso di alcol si associano neoplasie alla faringe, alla laringe o all’esofago e in maniera minore è tra i responsabili del tumore del fegato, dell’intestino, dello stomaco e anche del pancreas. Senza dimenticare, seppur con un rischio basso, il tumore della mammella nelle donne. Va ricordato che noi, insieme alla Francia, da principali consumatori di alcol al mondo negli anni ’70-’80 siamo diventati i paesi in Europa che ne consumano meno. Se prima il consumo di etanolo era superiore ai 25 litri all’anno per adulto, adesso è sceso sotto i 4 litri.

Una riduzione quasi dell’80%, insomma. 

Questo enorme successo di salute pubblica è dovuto a due fattori. Nelle generazioni precedenti si utilizzava alcol a pranzo e cena mentre oggi la tendenza è meno diffusa perché c’è un orario di lavoro da rispettare. Bisogna poi considerare che i giovani, oggi, non bevono regolarmente anzi, tendono più al cosiddetto “binge drinking”: una sorta di abbuffata alcolica concentrata in un lasso di tempo breve e finalizzata fondamentalmente allo sballo.

Ma quanto è davvero pericoloso l’alcol? Non si dice spesso che un bicchiere di vino ai pasti fa bene? 

Il problema è la costanza. Il messaggio è quello di non superare i 2 bicchieri al giorno per gli uomini e 1 bicchiere per le donne. Così il rischio di sviluppare un tumore resta contenuto. Non sconsiglio l’alcol ai pasti, in effetti può dare benefici sulla salute vascolare, vanno però sempre rispettati i limiti per contenete il rischio.

Che ne pensa della proposta delle etichette con informazioni anche sul rischio per la salute? 

Credo che l’attuale sistema di etichettatura funzioni già molto bene. Più che direttamente sul rischio di cancro, l’alimentazione impatta sulla salute vascolare, sul peso corporeo ed è quindi legata al rischio di sindrome metabolica. Le indicazioni nutrizionali che già abbiamo sulle confezioni di alimenti sono importanti, danno informazioni sulla composizione e sul contenuto di calorie. Funzionano perché l’obiettivo primario è sempre quello di non aumentare il proprio peso.

E per quelle sugli alcolici?

Che l’alcol sia cancerogeno, dunque che aumenti il rischio di sviluppare un tumore, è indubbio. Non va tuttavia demonizzato a prescindere, bisogna distinguere tra uso e abuso.

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