Quale sarà il destino del bollettino dei numeri della pandemia? Sebastiani (Cnr): “È indispensabile ma migliorabile: ecco come”

Oggi le Regioni e diversi esperti chiedono che il bollettino dei dati venga modificato. Ma come? Secondo il matematico del Cnr Giovanni Sebastiani, una comunicazione chiara e puntuale è necessaria per descrivere una situazione sconosciuta e responsabilizzare le persone ma deve e dovrebbe essere migliorata. Con la logica di arricchire l’informazione anziché impoverirla.
Kevin Ben Alì Zinati 14 Gennaio 2022
* ultima modifica il 17/01/2022
Intervista a Giovanni Sebastiani Matematicodell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo 'M.Picone', del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Prima, forse, l'analisi dei numeri della pandemia era un po' più rassicurante. Sentire e vedere Angelo Borrelli, il capo della Protezione Civile, leggere e spiegare il bollettino giornaliero dei nuovi casi di Covid-19, delle persone finite in terapia intensiva e, purtroppo, anche dell'aumentare dei decessi in qualche modo ha aiutato a sentirci meno soli.

Certo alla lunga non sono mancate la confusione, la paura, la rabbia e nemmeno le polemiche su cosa veniva contato e come. Nei mesi più concitati e drammatici della pandemia, però, quell'appuntamento fisso con gli uomini e le donne della scienza è riuscito a fare la sua parte e a tenerci tutti un po' più uniti.

La pandemia poi abbiamo cominciato a conoscerla, abbiamo reagito, e con il tempo anche l'emergenzialità del punto stampa con la Protezione Civile ha lasciato spazio a una comunicazione meno urgente e impattante, affidata all'ormai famosissimo bollettino dei dati.

Quello a cui mi riferisco lo puoi vedere qui sotto. Si tratta di una grossa tabella che il Ministero della Salute fornisce tutti i giorni. Sul suo sito non si trova subito, ma smanettando tra le mappe e i report dei vaccini ecco che chiunque può trovare la fonte ufficiale dei dati diffusi ogni giorno dai giornali e dalle televisioni.

Questa è la tabella che il Ministero aggiorna quotidianamente con i dati sui positivi, i ricoveri, i tamponi e i decessi.

Anche se ora è passata alla "freddezza" dei numeri, il bollettino non ha perduto il suo ruolo. Per tutti noi è rimasto un appuntamento fisso, un'abitudine che neppure lo sblocco dei lockdown e la ripresa di uno stile di vita pressoché normale e dinamico sono riusciti a modificare.

Ancora oggi, quando sono le 17.30-18, un po' tutti ce lo chiediamo, "Come è andata oggi?", e che sia sullo smartphone oppure davanti al telegiornale cerchiamo risposte lì, in quei dati. Il bollettino è la nostra finestra sul mondo e, un pochino, anche sul futuro.

Come già era successo con gli interventi di Borrelli e degli esperti che portava al suo tavolo, anche oggi molti si stanno domandando se il bollettino vada bene così com'è. Se fornisca insomma i dati giusti: quelli di cui hanno bisogno i cittadini per capire come il Covid si sta muovendo tra le case e soprattutto i decisori politici per orientare le strategie di contenimento del virus.

Diversi Governatori hanno chiesto una "rivoluzione" del bollettino, sulla base di più di un dubbio sull'attuale sistema di conteggio, specialmente quello dei positivi e ricoverati. Insieme all'occupazione dei reparti è il dato che più di tutti funziona come una bussola e guida i passaggi di colore delle varie Regioni da bianco al giallo, all'arancione o al rosso.

Molti di loro sostengono sia necessario perlomeno distinguere tra contagiati sintomatici e asintomatici e che vadano eliminati dai conti i cosiddetti “Covid non Covid”, cioè tutte quelle persone positive e già ricoverate in ospedale ma non per le complicazioni del Covid-19. In questo modo, spiegano, nessuna Regione passerebbe più in zona arancione e molte tornerebbero in zona bianca.

Possono sembrare freddi, i numeri, ma non sono muti. Il problema, semmai, è saperli leggere e ascoltare. Per questo abbiamo provato a studiare il bollettino dei dati della pandemia insieme a Giovanni Sebastiani, matematicodell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘M.Picone', del Consiglio Nazionale delle Ricerche. "Il bollettino è una buona comunicazione ma andrebbe migliorato – spiega Sebastiani – E il problema della comunicazione dei dati si gioca su tre livelli: governo, media e ricerca".

Sebastiani, partiamo dal primo punto, il Governo. Il bollettino diffuso dal Ministero della Salute in questi giorni è stato messo sotto la lente d’ingrandimento. Qualcuno l’ha pure ritenuto inutile. Secondo lei lo è?

Assolutamente no. Un’informazione chiara e puntuale è importante per descrivere una situazione sconosciuta che nei numeri può diventare più significativa e comprensibile. Lo scopo finale ritengo sia fornire un’idea chiara di cosa sta accadendo, in modo che, al di là delle norme imposte o suggerite dal governo, le persone possano attuare scelte razionali con l’obiettivo del bene della collettività. È come con gli studenti e i teoremi.

Cioè?

Se gli studenti hanno fatto la fatica di comprendere un teorema e ora gli è del tutto chiaro come stanno le cose, sono più proni a utilizzare quel teorema in futuro perché lo sentono come un loro bagaglio e una loro conquista. La comprensione è una delle chiavi del progresso. Per spiegare cosa intendo posso fare un esempio molto concreto sulla pandemia in corso.

Prego.

Il Friuli Venezia Giulia e la provincia autonoma di Bolzano sono state le prime nella storia recente a passare dalla zona bianca a quella gialla. Le ulteriori norme della zona gialla vengono introdotte per limitare la diffusione del virus e tipicamente gli effetti si osservano dopo un arco di tempo tra i 10 e i 14 giorni. Analizzando i dati ogni giorno posso dire però che, ben prima di questo tempo dopo il passaggio in giallo, nel Friuli si vedeva la frenata della crescita. Perché? Io la spiego con la reazione della popolazione che, informata dal peggioramento della situazione, si è messa in moto. I singoli hanno attuato un certo tipo di comportamento virtuoso che ha generato un cambiamento a livello macroscopico. L’informazione ha responsabilizzato al punto che il comportamento individuale spontaneo ha innescato effetti macroscopici positivi prima di quelli indotti dalle misure istituzionali.

Quindi i dati che il Ministero diffonde sono sufficienti?

Il report è abbastanza dettagliato e lo manterrei su base giornaliera. Personalmente però apporterei dei cambiamenti con la logica di arricchire l’informazione anziché impoverirla.

Per esempio?

Prima di tutto lo snellirei togliendo del tutto i casi totali positivi ai molecolari e ai rapidi, stesso discorso per i test, e li sostituirei con il numero di positività di nuovi soggetti con test molecolari, affiancato a quello analogo relativo ai test rapidi. Inoltre, fornirei separatamente il numero di nuove persone testate con molecolari e con test rapidi escludendo dal totale chi si è già testato nei giorni precedenti, altrimenti andiamo incontro al problema dei conteggi ripetuti. È importante poi dare i trend della positività e più che gli antigenici, è fondamentale la percentuale dei positivi ai test molecolari.

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Perché? 

Fotografano la circolazione del virus in maniera più precisa. Sono poi più affidabili, i rapidi invece hanno una sensibilità più bassa. Ricordiamo anche che fino a prima di Natale moltissimi soggetti si testavano per questioni molto spesso non legate al Covid-19 inteso come malattia ma ai fini del Green pass e questo abbassava ulteriormente la percentuale di positività.

Altre modifiche?

Sempre nell’ottica di dare più informazione questi nuovi positivi ai molecolari giornalieri sarebbero da scorporare a seconda della sintomatologia: asintomatici, sintomatici di livello medio e alto. Questo mostrerebbe in maniera più fedele il peso dell’infezione da Sars-CoV-2.

Poi ci sono i dati della pressione sul sistema sanitario.

Qui andrei più nel dettaglio. Per ciascuna regione e, separatamente per i reparti ordinari e per quelli di terapia intensiva, oltre al numero di persone che si trovano ad essere ricoverate fornirei la capienza dei reparti e gli ingressi giornalieri. In questo modo si dà conto della pressione in ingresso e della capacità di risposta del sistema e si vedono anche cose che la gente non sa. Come il fatto che la Lombardia in 3 settimane (dal 5 al 26 dicembre 2021) ha aumentato di quasi 4mila posti la capienza dei reparti ordinari su circa 6700 disponibili in partenza. Il 31 dicembre è stata dichiarata zona gialla, nel frattempo il 12 gennaio è arrivata al 31% di occupazione ma il numero di posti letto è rimasto invariato.Poi si potrebbe inserire la percentuale di saturazione e il trend degli ultimi sette giorni. Lo stesso vale per le terapie intensive.

E sui decessi? 

Qui la questione è già critica perché bisognerebbe capire quanto ha inciso il Covid. La famosa differenza dei morti “con Covid o per Covid”. Questo chiaramente richiede un certo sforzo quindi dare solo i decessi può bastare. Posso dire però che andare più nello specifico si potrebbe anche fare.

Come?

Propongo un criterio, seppur con un certo grado di errore. Prendiamo un soggetto con una sua aspettativa di vita che, da dati statistici storici, si può calcolare a partire da variabili come ad esempio l’età, il genere e il numero di comorbidità. Quando questo soggetto risulta positivo e poi muore, si deve capire se la causa sia stato il Covid o meno. Se il tempo trascorso tra la positività e la morte è significativamente inferiore all’aspettativa di vita che quel soggetto aveva, allora per me è sensato dire che è morto per Covid. Se invece l’aspettativa di quel soggetto è confrontabile con il tempo passato tra la positività e la morte, allora il virus non è stata la causa del decesso.

Oltre al numero di positivi totali, cos'altro toglierebbe dal bollettino? 

Il numero delle persone in isolamento domiciliare, così come quello dei dimessi/guariti.  Questo tipo di dati è utile ai ricercatori per modellizzare l’andamento dell’epidemia, ma non ha un impatto significativo sulla comprensione della popolazione generale. Lascerei invece il dato degli attualmente positivi.

All’inizio diceva che un lato del problema dei dati della pandemia riguarda anche la ricerca, affamata di dati. Cosa intende? 

Qualunque sia la decisione presa al riguardo del bollettino, mi auguro che non ci sia nessuna riduzione dei dati pubblici che ogni giorno la Protezione Civile, l’Istituto Superiore di Sanità e Agenas mettono sui siti dedicati a disposizione della comunità scientifica. Anzi, auspico che dopo questa “rivoluzione” del bollettino diffuso al Ministero vengano messi a disposizione di noi ricercatori dati più disaggregati. Vorrei una fotografia maggiormente dettagliata, capace per esempio di rendere conto non solo del livello regionale ma anche provinciale, dove ora abbiamo a disposizione solo i positivi totali.

Ultima faccia del problema: i media.

Tv, radio e giornali generalisti raggiungono la maggior parte della popolazione ma nella stragrande maggioranza, quando comunicano i dati della pandemia, lo fanno nel modo sbagliato. Forniscono variabili troppo soggette a variazioni giornaliere e che, come il numero totale di positivi, non misurano in modo adeguato la circolazione del virus perché sono influenzate dal numero e dal tipo di test.

Secondo lei dunque, che effetto fa questa comunicazione, fatta così, sulla gente?

A parte un esiguo numero di programmi televisivi specifici (uno è diretto da un matematico), molto spesso crea confusione. Devo dire che la confusione massima non è raggiunta attraverso i telegiornali, ma attraverso i talk-show che sono quasi tutto dei pollai con dei galli che si azzuffano. Capisco che è quello che aumenta lo share, ma qui stiamo parlando di un fenomeno che finora in Italia ha comportato quasi 140mila decessi. Comunque, la soluzione del problema non è limitare l’informazione o semplificarla con il rischio di azzopparla ma eliminare il superfluo e di contro dettagliare, e fornire indicazioni ai giornalisti su quali sono le informazioni più adatte da trasmettere: educare i giornalisti alla scienza. Questo è doppiamente importante perchè a loro volta svolgeranno la funzione di educare la popolazione.

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