Quello che sta succedendo in Israele può aiutarci a capire meglio l’effetto dei vaccini contro il Covid

Il primo giorno di campagna vaccinale è stato il 20 dicembre, dopodiché il Paese non si è più fermato e oggi circa un terzo della popolazione ha già ricevuto almeno la prima dose. Le ragioni di questo primato sono diverso, ma è indubbio che Israele sia diventato una sorta di laboratorio a cielo aperto per valutare sul campo l’efficacia dei vaccini. Resta poi la questione Palestina.
Giulia Dallagiovanna 27 Gennaio 2021
* ultima modifica il 17/02/2021

C'è uno Stato che ha cominciato la campagna vaccinale il 20 dicembre e da allora sta procedendo a ritmi serrati. Sto parlando di Israele che, con 2milioni e 700mila dosi somministrate e il 30% della popolazione già parzialmente immunizzata, è il Paese più avanti nella lotta contro il Covid-19. E sì, forse nella tua vita quotidiana fatta di mascherine e gel idroalcolico quello che accade in Medio Oriente ha poca influenza. Ma serve, in un certo senso, per provare a prevedere il futuro. Sono davvero efficaci questi vaccini? Sono in grado di ridurre la circolazione del virus o comunque di alleggerire la pressione sugli ospedali e di evitare centinaia di morti? Detto in poche parole: sono davvero l'arma che ci permetterà di uscire dalla pandemia? Ecco Israele con la sua corsa all'immunità è una sorta di laboratorio a cielo aperto. Anzi, non una sorta, lo è davvero: il governo ha infatti stretto un accordo riservato con Pfizer che prevede, in cambio di 8 milioni di dosi entro marzo, la fornitura di tutti i dati riguardanti le somministrazioni, compresi dettagli su ogni puntura, reazioni avverse, età, sesso e storia clinica delle persone che la ricevono. È stato il Corriere della sera a rivelare il patto. Di sicuro è un fatto straordinario, per questo proveremo a capire meglio cosa stia accadendo.

I dati promettenti

Partiamo dalle buone notizie, che sono poi quelle che ti interesseranno più da vicino. Sulla base dei primi dati che sono arrivati, parziali e non definitivi, le premesse per guardare al futuro con maggiore speranza ci sono tutte. Un risultato importante lo troviamo tra i sanitari che, come sai bene, sono le prime persone a ricevere il farmaco e anche quelle più esposte al contagio. Guardando il grafico qui sotto noterai due linee: quella azzurra corrisponde ai casi positivi registrati ogni giorno in Israele, mentre quella verde alle giornate di lavoro perse dai medici. Come potrai vedere tu stesso, mentre nella prima ondata le due curve sono sovrapponibili, nella seconda sono invece del tutto separate.

"Posto che correlazione non significa rapporto di causa-effetto, siamo autorizzati a sperare che questo calo possa essere dovuto al fatto che i medici sono i primi a risentire in modo benefico dell’effetto protettivo della vaccinazione, tenendo conto che generalmente dal contagio alla malattia, e quindi alla perdita di giornate di lavoro, passano 5-7 giorni. Niente di sicuro, ma un motivo concreto per essere molto cautamente ottimisti. Incrociamo le dita" ha commentato il virologo Roberto Burioni in un articolo su Medical Facts.

Ma se quei numeri risalgono al 22 gennaio, nel frattempo sono arrivati altri dati che confermerebbero le sensazioni positive. Uno studio realizzato per conto di Clalit, uno dei gestori dei servizi sanitari del Paese, ha preso in esame 200mila persone over60. Circa la metà di loro aveva già ricevuto almeno una dose di vaccino Pfizer-BioNTech. Hanno poi tenuto traccia di tutti i tamponi effettuati e di eventuali individui positivi con i quali i partecipanti potevano essere entrati in contatto. Dopo 14 giorni dall'inizio del monitoraggio, tra gli immunizzati, di cui per la maggior parte solo parzialmente, l'incidenza di nuove infezioni da Covid-19 era inferiore di un terzo rispetto a quanto emergeva tra i non vaccinati.

Infine, il tasso di ricoveri. Di nuovo, bisogna guardare alla fascia più anziana della popolazione, quella che ha già superato i 60 anni e che è quindi più a rischio di sviluppare complicanze da Covid-19. A partire dai primi giorni di gennaio circa il 40% di loro risultava aver già ricevuto almeno una dose. Prima delle iniezioni, la quantità di persone con sintomi gravi aumentava di circa il 30% ogni settimana. Dopo il vaccino, solo del 7%. E non abbiamo ancora dati che ci rivelino cosa accade a immunizzazione completata.

La campagna vaccinale in Israele

Ma come sta procedendo la campagna vaccinale in Israele? Come ti dicevo, la prima iniezione è stata fatta il 20 dicembre al primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha commentato parafrasando Neil Armstrong: "Una piccola iniezione per un uomo, e un grande passo per la salute di tutti noi". Da quel momento si può dire che il Paese non si è più fermato. Partendo con gli operatori sanitari, passando per la fascia over60 e iniziando a immunizzare anche quella over50. Nell'arco di un mese, aveva già ricevuto la prima dose più o meno un quarto della popolazione, che oggi è già diventato il 30%.

Israele corre anche perché lo può fare. Prima di tutto, grazie all'accordo tra il governo e la Pfizer, di cui ti parlavo prima, ha ricevuto tutte le dosi di cui aveva fatto richiesta e non ha invece sofferto di ritardi, come sta accadendo in questi giorni all'Italia e al resto dell'Unione europea. Inoltre, il suo sistema sanitario è tra i più efficienti al mondo. Altamente digitalizzato, viene gestito da quattro assicurazioni, tutte a carico dello Stato. E in questa partnership tra pubblico e privato, la corsa ad accaparrarsi l'ultimo cliente ha stimolato la formazione di un circolo virtuoso in cui la concorrenza si gioca su chi sa offrire i migliori servizi. E quindi su chi sa rendere più semplice e fluido l'accesso alle vaccinazioni. Nella maggior parte dei casi, la prenotazione è avvenuta tramite app, snellendo buona parte della burocrazia e rendendo più rapida l'intera operazione.

Il caso di Israele è utile per capire se la realtà confermi i risultati degli studi clinici

C'è però un dato fondamentale di cui bisogna tenere conto, mentre si guarda con un po' di invidia a quello sta accadendo: la popolazione è poca. Si parla di 9 milioni, due in meno degli abitanti della sola Lombardia. Va da sé che le operazioni diventano più semplici quando i numeri sono ridotti. Ed è per questo motivo che non dovremmo guardare a Israele nella speranza di riuscire a copiare l'efficienza nella campagna vaccinale, ma per capire se la realtà confermi gli studi clinici e se i vaccini sono davvero efficaci contro la pandemia.

Lo studio sugli anticorpi

La somministrazione della seconda dose in Israele è iniziata il 9 gennaio (in Italia il 18, ma il numero delle prime dosi elargite era inferiore). Da quel momento è cominciato uno studio sierologico condotto all'Ospedale Sheba di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv. I ricercatori hanno preso in esame 120 campioni di sangue e li hanno analizzati dopo una settimana dall'ultima iniezione, ovvero quando una persona dovrebbe aver raggiunto la famosa immunità del 95%. I risultati hanno confermato le aspettative: rispetto alla prima inoculazione, gli anticorpi erano fino a 20 volte di più.  Si tratta di dati parziali e lo studio proseguirà prendendo in esame un numero sempre maggiore di persone, ma sono pur sempre molto incoraggianti.

Il lockdown in Israele

Nonostante tutti i numeri positivi elencati fino a questo momento, la situazione nel Paese è tutt'altro che idilliaca. I contagi continuano ad aumentare e così anche i ricoveri, nonostante l'età media si sia abbassata coinvolgendo la fascia di popolazione tra i 40 e i 50 anni. Si è inoltre diffusa la variante inglese, più contagiosa. Per questo motivo, il 28 dicembre il governo ha imposto un lockdown piuttosto rigido, che potrebbe terminare il 31 gennaio. Questo non significa che i vaccini non funzionino. Sono "solo" 300mila le persone che hanno ricevuto la seconda dose e che quindi possono considerarsi completamente immunizzate. Bisognerà attendere che la platea si ampli, prima di poter verificare se il farmaco sia in grado di ridurre la circolazione del SARS-Cov-2 oltre che di prevenire l'insorgenza dei sintomi e dunque il Covid-19.

E in Palestina?

Mentre Israele procede spedito, un'altra nazione viene letteralmente abbandonata a se stessa. Sto parlando della vicina di casa Palestina e in particolare dei territori occupati della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Naturalmente, i coloni israeliani hanno diritto a ricevere il vaccino dal proprio Stato, ma chi si deve occupare del resto della popolazione che abita in queste zone? Non è una domanda semplice: secondo la Convezione di Ginevra, chi occupa un territorio deve anche provvedere all'assistenza sanitaria di chi ci vive e che in questo caso coincide con la prevenzione del Covid attraverso i vaccini.

L'ONU e l'Unione europea considerano Striscia di Gaza e Cisgiordania territori occupati, appunto, ma Israele lo nega e non sembra voler provvedere a una campagna vaccinale in queste regioni. L'Autorità palestinese intanto sta provando a muoversi con le proprie forze, autorizzando il vaccino russo Sputnik V, che arriverà entro marzo, e acquistando circa due milioni di dosi da AstraZeneca, anch'esse previste per quel mese. E poi la popolazione complessiva conta 5 milioni di persone, dunque le iniezioni assicurate in questo momento non sono sufficienti per raggiungere l'immunità di gregge. La speranza arriva dunque dal programma Covax dell'Organizzazione mondiale della sanità, che vuole rifornire i Paesi più poveri.

Ma perché ti sto dicendo tutto questo? Perché sarà importante capire se uno Stato, per quanto interamente immunizzato, riuscirà a tenere a bada la pandemia all'interno dei suoi confini, se le nazioni attorno a lui sono ancora in preda alle ondate di contagi. Anche perché noi stiamo riproducendo la stessa identica situazione, ma più in grande: poco sotto di noi c'è un intero continente che potrebbe essere immunizzato solo in minima parte. Sto parlando naturalmente dell'Africa subsahariana, dove i governi sono troppo poveri per partecipare al mercato dei vaccini come sta facendo, ad esempio, l'Unione europea. Ma se ignoriamo questo problema, siamo sicuri di poterci davvero lasciare alle spalle la pandemia?

Fonti| Medical Facts; Eran Segal

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