Sviluppata una molecola che blocca le metastasi: il dottor Ibrahim, che guida la ricerca, spiega di cosa si tratta

Perché una cellula tumorale possa sopravvivere, ha bisogno di un microambiente favorevole. Negli ultimi anni, si è scoperto come la cellula non solo dialoghi con l’ambiente attorno a lei, ma anche con quelli a distanza, per preparare il terreno a eventuali metastasi. Partendo da questa base, all’Istituto Tumori della Romagna hanno sviluppato in innovativo approccio terapeutico.
Giulia Dallagiovanna 16 settembre 2020
* ultima modifica il 23/09/2020
Intervista al Dott. Toni Ibrahim direttore del centro di Osteoncologia Tumori rari e Testa-Collo e direttore del gruppo di Immunoterapia, Terapia cellulare e Biobanca

Capire come le cellule tumorali parlino con il microambiente che permette loro di sopravvivere. È quello che hanno fatto i ricercatori dell'Istituto tumori della Romagna Irccs, guidati dal dottor Toni Ibrahim, direttore del centro di Osteoncologia Tumori rari e Testa-Collo e direttore del gruppo di Immunoterapia, Terapia cellulare e Biobanca, in collaborazione con il Centro di ricerca statunitense Methodist Hospital Research Institute di Houston, in Texas. Grazie alla codifica di questo scambio che permette al cancro di crescere e di formare metastasi, hanno potuto realizzare in vitro una nuova molecola nanotecnologica il cui scopo è portare il farmaco chemioterapico direttamente all'interno del microambiente tumorale. In poche parole, si prova a distruggere la casa dall'interno, in modo che l'inquilino cancerogeno non sia più protetto.

Ma per capire meglio l'importanza di questa nuova molecola e soprattutto come mai il bersaglio diretto non sia la patologia in sé, ma quello che le sta attorno, ne abbiamo parlato proprio con il dottor Ibrahim.

Prima di tutto le chiederei di spiegarci cosa significhi di preciso "microambiente tumorale"

La cellula tumorale ha bisogno di un microambiente dove vivere, per potersi stabilizzare all'interno del tessuto. Sono cioè tutte quelle molecole che forniscono supporto alla cellula per permetterle di sopravvivere. Una sorta di casa, che protegge e custodisce il tumore. Per tanti anni ci siamo focalizzati solo sulla cellula tumorale, ma ci siamo dimenticati che non potrebbe esistere senza quello che ha attorno.

Si instaura un vero e proprio dialogo tra lei è il microambiente e ci siamo accorti che questo crosstalk può avvenire anche a distanza, con altri ambienti. In questo modo prepara il terreno per altre cellule tumorali, che possano staccarsi e andare a formare delle metastasi. Di recente quindi abbiamo iniziato a dirigere la nostra attenzione sul linguaggio che utilizzano, per decifrarlo e capire come si venga a creare questo rapporto duraturo.

Il team di ricerca che ha sviluppato la molecola. Da sinistra: il dott. Alessandro De Vita, la dott.ssa Laura Mercatali, il dott. Toni Ibrahim,  la dott.sa Chiara Liverani. Credits photo: Ufficio stampa Isituto Tumori della Romagna IRCCS

La molecola che avete studiato riguarda proprio il microambiente, è corretto?

Assieme al mio team, stiamo lavorando per trovare le tecnologie che ci permettano appunto di decifrare questo linguaggio in vitro. Abbiamo costruito un sistema di colture 3D, quindi migliore di quelli 2D, che permette di riprodurre più fedelmente l'ambiente che si trova nel corpo di un paziente. Questo strumento ci ha portato a identificare alcune molecole utilizzate dal tumore per potersi "agganciare" al microambiente. Così siamo partiti dal cancro al seno e abbiamo trovato la molecola che permette alla forma più aggressiva di creare delle metastasi. Quando poi siamo passati all'analisi sulle pazienti, abbiamo trovato conferma del fatto che quelle che presentavano una ricaduta avevano anche questa molecola.

E a questo punto avete quindi elaborato un possibile nuovo approccio terapeutico?

Siamo partiti proprio dalle potenzialità di questa molecola, che ha un ruolo importante nel microambiente tumorale per favorire la sopravvivenza della cellula tumorale. Abbiamo selezionato un anticorpo contro la molecola e lo abbiamo associato a una nanoparticella, che serve per fare arrivare le terapie all'interno dell'ambiente. C'era quindi un farmaco chemioterapico che si utilizza contro il tumore al seno, un guscio di lipidi per proteggere il composto e, sulla superficie, l'anticorpo anti-A, contro la molecola del microambiente.

Il chemioterapico quindi arriva dritto nell'ambiente tumorale, grazie all'anticorpo, e non viene liberato prima. In questo modo possiamo agire sia sul microambiente che sulla cellula tumorale.

Quali vantaggi può avere per un paziente questo nuovo approccio?

Dal punto di vista dei pazienti, i benefici riguardano soprattutto dosaggio dei farmaci e gli effetti collaterali. L'intervento è più mirato e trasportato direttamente all'interno del microambiente, perciò la quantità di chemioterapico può essere inferiore. Lo scopo comunque è quello di non permettere la formazione di metastasi, né a livello locale, né a livello sistemico.

A quale punto della sperimentazione siete arrivati?

Al momento lo studio è in fase di revisione, nell'attesa di essere pubblicato. La nanoparticella invece è stata consegnata alle autorità sanitarie competenti europee per ottenere il brevetto e poi iniziare con lo studio di fase 1.

Avete collaborato anche con un centro di ricerca degli Stati Uniti, crede sarebbe stato possibile portare a termine l'intero lavoro in Italia?

Questo studio è sicuramente un orgoglio italiano. Negli ultimi anni però i ricercatori che lavorano con me hanno iniziato a girare il mondo per aggiornarsi sulle nuove tecniche e le hanno imparate soprattuto in tre centri, tra cui quello che ha collaborato con noi, il gruppo del dottor Ennio Tasciotti al Methodist Hospital Research Institute di Houston in Texas. Grazie a loro, i ricercatori Alessandro De Vita e Chiara Liverani andando negli Stati Uniti hanno potuto costruire i sistemi 3D di cui avevamo bisogno per identificare la molecola, oltre alla nanoparticella. Ora potremmo svolgere l'intera ricerca in Italia, perché abbiamo le tecnologie necessarie.

Bisogna anche dire che i nostri ricercatori hanno trascorso un periodo di tempo all'estero, ma poi sono tornati, perché ne hanno avuto l'opportunità. Abbiamo fatto di tutto per poter portare avanti lo studio nel nostro istituto e dare opportunità di crescita ai nostri ricercatori in Italia e non solo all’estero.

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