Tumore del polmone, del rene e dell’esofago: l’Asco svela le nuove frontiere per trattamenti sempre più efficaci

Durante l’annuale incontro dell’American Society of Clinical Oncology sono stati presentati i risultati di alcuni nuovi studi che potrebbe aprire nuovi promettenti scenari per la lotta contro tre delle neoplasie più diffuse e aggressive che conosciamo.
Kevin Ben Alì Zinati 7 Giugno 2021
* ultima modifica il 07/06/2021

Si aprono nuove promettenti frontiere nel trattamento di alcuni dei tumori più aggressivi con cui medici, pazienti e famigliari devono confrontarsi ogni giorno. Lo suggeriscono alcuni dei risultati appena presentati durante l’annuale congresso dell’American Society of Clinical Oncology. Le novità riguardano in particolare il tumore dell’esofago, tra quelli con la prognosi peggiore, il diffusissimo tumore del polmone non a piccole cellule e, infine, il carcinoma renale, tipicamente silenzioso nelle prime fasi di crescita e soggetto a frequenti recidive. Qui di seguito ti spiegherò i passi in avanti.

Il tumore dell’esofago

Uno dei tratti distintivi del tumore dell’esofago è la sua capacità di crescere e svilupparsi velocemente e in modo silenzioso, quasi asintomatico, per palesarsi quando ormai si trova in uno stadio ormai già avanzato.

Il trattamento standard per questo tipo di tumore prevede cicli di chemioterapia anche se, come ti accennavo all’inizio, la prognosi è spesso poco rassicurante. Secondo le stime, a cinque anni dalla diagnosi sopravvive il 13% dei pazienti e la maggior parte difficilmente supera i 10 mesi.

I risultati di due tipi di terapie innovative, presentati durante il congresso virtuale della Asco, potrebbero tuttavia aprire a scenari un po’ più rassicuranti.

I 970 pazienti coinvolti nello studio e colpiti dal tumore al fegato nella sua forma a cellule squamose avanzato o metastatico e mai trattati in precedenza, sono stati divisi in tre gruppi. Ciascuno è stato sottoposto alla chemioterapia standard, uno alla combinazione di immunoterapia a base di nivolumab e chemioterapia e uno alla doppia somministrazione di nivolumab e ipilimumab.

Ebbene, l’immunoterapia con nivolumab unito alla chemioterapia si è dimostrata in grado di migliorare nettamente la sopravvivenza rispetto alla sola chemioterapia: sto parlando di 15,4 mesi di vita post diagnosi contro i 9,1.

Non solo: anche il trattamento doppio con nivolumab e un’altra molecola immuno-oncologica, l’ipilimumab, avrebbe sortito lo stesso effetto, portando la sopravvivenza a 13,7 mesi.

Tumore del polmone

Risultati promettenti anche quelli dello studio CheckMate -9LA, mirato contro il tumore al polmone. Si tratta di una delle patologie più diffuse in Italia, con oltre 40mila casi ogni anno e tra quelle più difficili da individuare in fase iniziale.

La malattia si muove silenziosa e più del 70% dei pazienti ricevono la diagnosi in ritardo mentre a cinque anni di distanza, uno scarso 20% sopravvive.

Lo studio ha sottoposto 700 pazienti a due diverse sperimentazioni. I ricercatori hanno voluto testare l’efficacia dell’associazione tra l’immunoterapia e due soli cicli di chemioterapia rispetto ai quattro cicli standard di chemio.

E i risultati avrebbe dato ragione all'ipotesi iniziale. La sopravvivenza a due anni era infatti migliorata nel 37% di chi aveva ricevuto la combinazione di chemio e immunoterapia a base di nivolumab e ipilimumab rispetto al 22% della sola chemioterapia.

Necessitando soltanto di due cicli di chemio, dunque, le due molecole immuno-oncologiche sarebbero anche in grado di ridurre l’aggressività della terapia e gli effetti collaterali.

Tumore del rene

Nuove prospettive sul fronte del tumore del rene arrivano, invece, dallo studio Keynote-564. In questo caso, i grandi vantaggi derivano dall’impiego dell'immunoterapia dopo la nefrectomia, ovvero l’intervento chirurgico di rimozione di un rene colpito da tumore.

Dopo aver arruolato 994 pazienti, i ricercatori li hanno divisi in due gruppi somministrando rispettivamente l'immunoterapia a base di pembrolizumab oppure un placebo.

I risultati avrebbero lasciato poco spazio ai dubbi: a oltre due anni di distanza, la terapia avrebbe portato una forte riduzione non solo del rischio di una recidiva della malattia ma anche a una diminuzione significativa del rischio di morte, pari al 32% rispetto al placebo.

Fonte | Asco

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