I riflessi della pandemia nella vita dei ragazzi, Iacomini (Unicef Italia): “Oggi sono più consapevoli e responsabili. Così salveranno il mondo”

Come stanno i ragazzi dopo un anno di pandemia? Che impatto hanno avuto il lockdown, le distanze, i silenzi, la Dad e la paura a fiumi su tv e social? Ne abbiamo parlato con Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia.
Kevin Ben Alì Zinati 20 Novembre 2021
* ultima modifica il 21/11/2021

Nel viaggio c’è sempre il momento dell’ostacolo. Quel bastone tra i raggi, la gomma bucata, il serbatoio vuoto, l’incidente. Nel nostro viaggio, quello che tutti viviamo insieme su questo Pianeta, l’ostacolo si chiama pandemia.

Ci è piombata addosso e ci ha costretti a rallentare poi a fermarci, a studiare un modo per ripartire, a cadere e a rialzarci ancora. Ci ha colpiti tutti quanti, grandi e piccoli.

Per lunghi tratti però la popolazione dei ragazzi e degli adolescenti è stata quella meno direttamente colpita. I contagi erano pochi, le prognosi quasi sempre favorevoli e di fronte alle migliaia di anziani e nonni che pagavano al virus il prezzo più alto, la vita, è successo che i più piccoli li abbiamo messi da parte.

Non ce ne siamo dimenticati, questo mai. Ma molti sono finiti con il sottovalutare l’impatto che Sars-CoV-2, lockdown, distanze siderali, socialità azzerata, vagoni di bare in televisione, scuola a casa, fiumi di solidarietà miste paura e dubbio sui social potevano avere sulla popolazione più giovane.

Chi si è chiesto cosa tutto questo abbia significato per i ragazzi è stata Unicef. Nel nuovo rapporto“Vite a colori” ha parlato e ascoltato le esperienze di 114 ragazzi tra i 10 e i 19 anni di 16 regioni italiane, LGBTQI+, minori stranieri non accompagnati e adolescenti con condizioni socioeconomiche svantaggiate.

E quello che emerge dal report e dalle parole del portavoce di Unicef Italia Andrea Iacomini, con cui abbiamo chiacchierato in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia, è che non c’è nessun dito da puntare. La pandemia è come una grande onda anomala: bisogna imparare a leggerla per poterla cavalcare.

Iacomini, come stanno oggi i nostri ragazzi?

Si trovano in una condizione doppia. Da un lato vivono nella consapevolezza di stare dentro a un evento epocale. È la prima generazione dopo tanti anni, dopo quella della guerra, ad affrontare un evento più grande della propria quotidianità e questo dà loro forza e consapevolezza. Dall’altra parte però è innegabile che questa situazione abbia creato più di qualche disagio.

Partiamo dalla fine. Dove hanno sofferto di più? 

Dopo l’euforia iniziale, lo spazio sociale mutato e la scuola che non c’era che in qualche modo li ha fatti sentiti liberi da un contesto un po’ oppressivo e di routine, è arrivato il vuoto. Nel report abbiamo evidenziato la preoccupazione che la pandemia finisca con l’amplificare le disuguaglianze o la paura che se ne creino di nuove. Il timore del non ritorno alla normalità, che l’emergenza durerà lungo, che ne verranno delle altre e che l’economia si sconvolgerà. L’onda anomala ha interrotto abitudini e attività, ha limitato la socialità. Rinunciando a vedere amici, compagni e nonni, i giovani hanno accumulato stress e frustrazione, così come per le restrizioni, il ping-pong tra le aperture e le chiusure, le zone di rischio e i colori delle regioni.

La pandemia ha inciso sul nostro modo di interagire  con le persone che ci circondano. Tra lockdown e distanze com’è cambiato secondo lei il rapporto con amici e coetanei?

Credo che la socialità e il legame con il proprio mondo sia migliorato e che non ci siano state barriere. In questo il web li ha aiutati ma quello “virtuale” era un aspetto della socialità a cui erano preparati. Queste generazioni vivono sui social e sul web, sono i loro strumenti.

Molti dicono che il web, in pandemia, sia stata una sorta di salvezza.

La virtualità ha permesso di mantenere relazioni che così non si sono interrotte. Però attenzione: per alcuni ha avuto un effetto esplosivo, per altri no. Alcune relazioni sono nate online ma altre non sono mai partite. La salvezza di questi ragazzi non è stato il web. Forse durante la pandemia hanno capito invece che oltre il web ci sono delle relazioni umane che fanno la differenza. Credo che uno dei messaggi positivi di questa pandemia sia stato il fatto che il web non cura e non salva la vita. Credo che i ragazzi abbiano capito che è stringendo la mano che si fa la differenza.

E con i genitori invece cos’è cambiato?

Dobbiamo distinguere tra relazione con l’adulto e con il genitore. Partiamo dall’adulto. Purtroppo abbiamo avuto evidenza che spesso in contesti particolari, di povertà, di esclusioni sociali e di famiglie in situazioni complesse molte ragazze hanno denunciato un aumento della violenza domestica. Nella relazione con l’adulto l’aumento di episodi di questo genere è stata una preoccupazione dei ragazzi. Dall’atra parte però hanno scoperto i genitori. Padri e madri hanno trovato la possibilità di parlare e dialogare con i figli. Questa pandemia ha messo tutti seduti sul divano e ha fatto sì che tutti trovassero un luogo di confronto. Non era importante che finisse con uno scontro o in maniera estremamente positiva: era decisivo che ci fosse perché sviluppa capacità dialettica e comprensione del mondo. Ma soprattutto ha aiutato i ragazzi a riconoscersi. Molti hanno avuto la possibilità di chiedere conto delle proprie fragilità e fare le proprie rimostranze rispetto a un mondo che li tiene sempre un po’ distanti.

Diceva all’inizio che la pandemia ha reso i ragazzi più consapevoli. Cosa intende?

Ha permesso loro di capire quanto si possa essere consapevoli del proprio futuro. Hanno avuto il tempo di pensare a cosa va e non va e a quanto si possa disegnare in meglio la propria vita. Sono consapevoli perché hanno riscoperto le proprie risorse interiori, hanno avuto il tempo di acquisire nuove competenze. E poi sono portatori di una grande esperienza. Molti di noi sono cresciuti con i racconti dei nonni sulla guerra, sul loro sacrificio e sulla sofferenza. Credo che questa generazione sarà quella che racconterà di questo periodo storico con una consapevolezza e una forza che solo i nostri nonni avevano e che per questo li rende una generazione straordinaria sulla quale contare.

Nel vostro report emerge chiaro che la pandemia, per tanti giovani, è stata anche un’occasione di responsabilizzazione. 

Per alcuni è stata l’occasione per sviluppare maggiore senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Tanti ragazzi hanno capito di essere stati fragili e piccoli ma di avere anche grandi risorse interiori. Hanno capito che serve investire sulle politiche pubbliche che garantiscono un sistema di più attenzione per la salute mentale, ambito in cui l’Italia spende poco. Sanno che bisogna assicurare che tutti i bambini accedano alle campagne di sensibilizzazione, chiedono di dare attenzione alla tutela dei dirti Lgbt e di mettere in campo strategie per l’infanzia, contro il razzismo e la xenofobia. Vogliono che le loro voci stiano dentro i piani di attuazione dei governi. Vogliono essere ascoltati. Questa generazione oggi è consapevole e responsabile: i ragazzi hanno visto sulla loro pelle il disagio in diverse forme e sanno che arriverà il loro momento per costruire un’identità comune. Ma a consapevolezza e responsabilità bisogna aggiungere anche un’altra parola.

Cioè?

Temerarietà. C’è bisogno di giovani temerari perché la temerarietà non è affatto negativa. È una parola bellissima che unisce il coraggio alla sfida e alla consapevolezza.

Quello che vuole dirci, insomma, è che dobbiamo guardare il bicchiere mezzo pieno?

Ho fiducia in questa generazione e penso che il bicchiere sia quasi colmo. Questa pandemia ha rappresentato una specie di fermi tutti, poggiate i cellulari a terra, guardatevi attorno e dentro, guardate i genitori. È stato un percorso di formazione e credo che questa generazione, dai 14 ai 18 anni, sia già pronta e matura per quelle che saranno le sfide tra 20 anni, quando saranno loro la spina dorsale di questo paese. Anzi: sono sicuro che i figli della pandemia saranno quelli che salveranno il pianeta.

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