Un colorante biologico per valutare l’efficacia del trapianto di fegato: l’Università di Udine lo prova in uno studio pilota

I ricercatori stanno verificando se il verde di indocianina – ICG, innocuo per l’organismo, possa funzionare per valutare e monitorare la funzionalità del fegato pre e post innesto e se dunque può aiutare a capire come sta l’organo trasferito e quale sia stato l’impatto sul ricevente.
Kevin Ben Alì Zinati 10 Settembre 2021
* ultima modifica il 10/09/2021

La fase difficile di un trapianto di fegato non è solo quella in sala operatoria. Pensa ai giorni e alle settimane prima, quando si deve capire con estrema certezza se l’organo del donatore sarà compatibile con il ricevente.

Oppure, prova a immaginare le ore immediatamente successive all’intervento, quando il paziente trapiantato non può fare altro che aspettare che il fegato nuovo si adatti al suo organismo e cominci a funzionare regolarmente.

Tutte queste valutazioni pre e post intervento di solito vengono effettuate attraverso esami e test di funzionalità epatica o biopsie. Che, però, possono risultare invasivi.

E se invece potesse bastare un solo semplicissimo esame con un colorante biologico?

Da sinistra Luigi Vetrugno, Vittorio Cherchi, Umberto Baccarani, Giovanni Terrosu: autori del progetto pilota. Photo credit: Uniud

Se lo sono chiesti gli esperti del Dipartimento di Area Medica UniUD e dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale quando, nel 2018, hanno avviato un pionieristico progetto pilota per valutare se il verde di indocianina – ICG potesse diventare utile anche per le analisi su donatori e riceventi d’organo.

L’idea di partenza dello studio pubblicato sulla rivista PlosOne è tanto semplice quanto ambiziosa: questo colorante biologico, innocuo per l’organismo, può funzionare per valutare e monitorare la funzionalità del fegato pre e post innesto? Può, dunque, aiutare a capire come sta l’organo trasferito e quale sia stato l’impatto sul ricevente?

La risposta sembra affermativa. Per confermarlo i ricercatori hanno prima iniettato il colorante endovena nel donatore, circa 6 ore prima del trapianto, per poi misurarlo attraverso il pulsi-ossimetro. La stessa operazione l’ano poi ripetuta sul ricevente, 24 ore dopo che gli è stato trapiantato l’organo.

Comparando i dati tra il donatore e il ricevente attraverso la cosiddetta scala Meaf (ovvero Model for Early Allograft Function) sarebbero così in grado di capire velocemente se l’organo innestato stia funzionando bene oppure no.

Si tratta di una procedura semplice e assolutamente poco invasiva che garantirebbe dunque di valutare lo stato di salute e la funzionalità di un fegato pre e post trapianto riducendo al minimo gli esami invasivi.

La procedura garantirebbe però anche minori rischi per il paziente destinato ad accogliere il nuovo organo, perché favorirebbe una pronta e sicura ripresa e scongiurando anche le eventuali complicanze dovute ad un possibile rigetto.

Fonte | "Association between the donor to recipient ICG-PDR variation rate and the functional recovery of the graft after orthotopic liver transplantation: A case series" pubblicato il 27 agouti 2021 sulla rivista PlosOne

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