Una cura per l’infezione da Sars-Cov-2 con gli anticorpi monoclonali, la dottoressa Sala: “Darebbe anche immunizzazione passiva”

I ricercatori della Toscana Life Sciences stanno lavorando su un potenziale farmaco basato sugli anticorpi monoclonali. Secondo la dottoressa Claudia Sala, senior scientist del laboratorio che li sta testando, oggi i potenziali anticorpi candidati sono più di 60 e nel giro di 6-8 mesi, se tutto dovesse andare bene, potrebbero iniziare le sperimentazioni. La scienziata ci ha spiegato come funzionano queste tecniche di “clonaggio” e come potrebbe agire la cura.
Kevin Ben Ali Zinati 28 maggio 2020
* ultima modifica il 09/06/2020
Intervista alla Dott.ssa Claudia Sala Senior scientist del Monoclonal Antibody Discovery presso la Fondazione Toscana Life Sciences

Reinventarsi per adattarsi alle nuove circostanze e trovare una soluzione: è lo spirito che sta guidando la ricerca nell’emergenza Coronavirus. Uno degli esempi tricolori più riusciti è quello dei laboratori della Fondazione Toscana Life Sciences dove i suoi giovani ricercatori hanno cambiato pelle nel giro di tre mesi e dallo studio degli anticorpi monoclonali per possibili applicazioni contro i batteri sono passati a indagare l’impiego di queste molecole per costruire farmaci efficaci contro l’infezione da Sars-Cov-2. Ci sono la plasmaterapia, i trattamenti con farmaci antivirali o off label o la corsa al vaccino e quella degli anticorpi monoclonali è una delle tante strade che si sta percorrendo per riacquistare un po’ di quella normalità presa in ostaggio per troppo tempo. Ma se si sommano i costi, le prospettive e i vantaggi, appare uno degli approcci più promettenti. Ce ne ha parlato la dottoressa Claudia Sala, senior scientist del Monoclonal Antibody Discovery della Fondazione: ci ha spiegato come funziona la creazione in laboratorio di questi anticorpi e come potrebbe agire un potenziale farmaco.

Dottoressa Sala, che cosa sono gli anticorpi monoclonali?

Gli anticorpi sono molecole prodotte dall’organismo in risposta a un’infezione da virus o batterio e sono generate da cellule del sistema immunitario chiamate linfociti B. Nel caso degli anticorpi monoclonali, ogni cellula B produce uno e un solo tipo di anticorpo. Quando il linfocita B si espande forma un clone, un piccolo aggregato di cellule. Tutte queste, a loro volta, producono un solo tipo di anticorpo. Se nell’organismo abbiamo 100 linfociti B, ognuno di questi produrrà un anticorpo monoclonale diverso che riconosce un antigene diverso e specifico. Vengono chiamati così, dunque, perché derivano da un clone solo, ovvero da un gruppo di cellule prodotte da una sola cellule madre.

E voi li ricreate in laboratorio. 

Esatto. In pratica creiamo delle micro-fabbriche in grado di produrre gli anticorpi che vogliamo nelle quantità di cui necessitiamo.

Come fate? 

Preleviamo il sangue di pazienti convalescenti o guariti dal Sars-Cov-2, che è ricco di queste cellule B produttrici di anticorpi. Da questo sangue estraiamo le cellule B e le mettiamo in coltura in laboratorio, in modo che crescano, proliferino e producano altri cloni. A quel punto ogni clone produrrà un anticorpo monoclonale che testeremo in laboratorio.

La dottoressa Claudia Sala. Fonte: Toscana Life Sciences

In che cosa consiste la coltura? 

Una volta isolati dal sangue dei pazienti convalescenti, i linfociti B vanno inseriti in quello che viene definito un “terreno di coltura appropriato” in modo che vivano e possano proliferare. Affinché questo avvenga necessitano di molecole chimiche aggiunte artificialmente come le citochine, che sono già prodotte dal nostro organismo e stimolano la crescita cellulare.

Quindi la vostra tecnica non prevede la fusione con la molecola “bersaglio”?

Per produrre gli anticorpi in laboratorio ci sono diverse strategie. Si posso costruire quelli che si chiamano “ibridomi”: in pratica si fondono i linfociti B che producono gli anticorpi insieme a una cellula tumorale rendendo quella cellula “immortale”, capace di produrre anticorpi all’infinito. Noi però usiamo un’altra metodica detta “clonaggio degli anticorpi”.

Cioè?

Dopo la coltivazione in vitro delle cellule, recuperiamo gli anticorpi monoclonali prodotti e li mettiamo in contatto con l’antigene attraverso un meccanismo che possiamo definire “chiave-serratura”. In sostanza valutiamo se gli anticorpi che abbiamo prodotto sono specifici per il nostro antigene di interesse. Proviamo a identificare quali chiavi entrano nella serratura, cioè nel virus, e se la aprono, se quindi lo neutralizzano.

Una delle ricercatrici al lavoro con gli anticorpi monoclonali. Fonte: Toscana Life Sciences

Una volta trovata la “combinazione” giusta, come procedete? Dobbiamo cercare di esprimere questi anticorpi su larga scala per fare i test di laboratorio. Per farlo dobbiamo leggere la sequenza del Dna del linfocita B che ha prodotto quello specifico anticorpo: in questo modo possiamo estrarre le informazioni per poter ricostruire poi gli anticorpi in vitro.

Ad oggi quanti anticorpi/chiavi avete trovato? 

Siamo già oltre i 17 di cui si parlava nelle scorse settimane, ora quel numero è triplicato. È importante perché maggiore è il numero di quegli anticorpi (o chiavi specifiche per la serratura) e maggiore è la possibilità di trovarne uno sufficientemente efficace per inattivare il virus.

Dunque, quali sono i prossimi step? 

Ora siamo nella fase di lettura di queste sequenze del Dna per poter capire come produrre gli anticorpi in vitro senza più bisogno dei linfociti B. Il passo successivo sarà valutare quanto sono potenti questi anticorpi. Lo faremo con un esperimento in laboratorio in cui li metteremo in contatto con il virus vivo: la speranza è che lo inattivino rendendolo innocuo, possibilmente a concentrazioni basse. Infatti, qualora l’anticorpo sia efficace a bassa concentrazione, questo significherebbe che può, potenzialmente, essere dato a basse dosi come terapia, semplificando quindi la logistica di produzione e di somministrazione. Quegli anticorpi che saranno capaci di neutralizzare il virus in modo efficace diventeranno i candidati per le fasi successive di produzione su larga scala e test.

Tempistiche? 

Siamo arrivati a questo punto in quasi 90 giorni, ora abbiamo tra i 6 e gli 8 mesi per poter individuare gli anticorpi più potenti e produrli su larga scala per i test clinici. Se tutto andrà bene, un’azienda con base in Toscana li produrrà in modo da poter iniziare la fase dei test clinici.

Il gruppo di giovani ricercatori del Monoclonal Antibody Discovery. Fonte: Toscana Life Sciences

E per il farmaco vero e proprio quanto bisognerebbe aspettare? 

Serve passare prima dalla clinica e dalle fasi di validazione. Molto dipende dalle agenzie regolatrici, ci sono dei criteri e standard da rispettare. Dipenderà anche dall’accelerazione e dalla priorità che sarà data a questi progetti. In tutto il mondo, però, c’è l’interesse a spingere affinché si arrivi a soluzioni concrete quindi mi aspetto che tutte le agenzie regolatrici giochino a favore di una tempistica più rapida. Questo, però, non significa che verranno bypassati i controlli di sicurezza.

Che tipo di farmaco sarebbe?

L’anticorpo monoclonale ha davanti tre sfruttamenti possibili. Il primo potrebbe portare allo sviluppo di una cura, una sorta di farmaco biologico che possiamo somministrare come terapia a una persona che è stata infettata. Allo stresso tempo, il potenziale farmaco potrebbe agire come “immunizzazione passiva”, un po’ come avviene con il siero (o le immunoglobuline) somministrato alle persone che rischiano di aver contratto il tetano: somministrarlo in via preventiva a persone a rischio contagio come medici e infermieri potrebbe proteggerli da un’esposizione pericolosa.

La profilassi che potrebbero garantire questi farmaci ha una scadenza? 

Rispetto al vaccino, la durata è limitata, stimiamo intorno a settimane o mesi. La sua applicazione dovrebbe essere legata al rischio immediato, quando i tempi sono stretti.

Diceva che c’è un terzo sfruttamento possibile degli anticopi. 

Si può pensare di usare l’anticorpo monoclonale come un’esca in grado di pescare l’antigene corrispondente. E questo può diventare parte di un vaccino. Provo a spiegarmi meglio.

Prego. 

La stragrande maggioranza degli anticorpi sono diretti contro la famosa proteina Spike. In altre situazioni, causate da infezioni di tipo diverso, possono essere prodotti anticorpi monoclonali diretti verso proteine diverse. Quindi è possibile che un anticorpo monoclonale potente neutralizzante non agisca contro la proteina X, in questo caso la Spike, ma contro altre. Se si riuscisse a capire qual è l’esatto bersaglio del nostro anticorpo neutralizzante, questa proteina bersaglio potrebbe diventare un componente di un vaccino.

Ma in casi estremi il potenziale farmaco creato dagli anticorpi monoclonali potrebbe esser usato come un vaccino? Magari più volte nell’arco dell’anno? 

Non confondiamo una cura con un vaccino. I potenziali anticorpi non indurranno nessuna memoria nel sistema immunitario che possa proteggere a distanza di anni. L’anticorpo monoclonale è una risposta all’esigenza immediata.

Dottoressa, a proposito di cure, sembra che la plasmaterapia stia già dando ottimi risultati. Che differenza c’è con l’approccio a base di anticorpi monoclonali?

L’assunto di base è lo stesso, ovvero che il sangue del donatore contiene gli anticorpi. Quando si fa ricorso al plasma, però, bisogna averne una fornitura costante, serve quindi una disponibilità costante di donatori che, però, dipende dalle persone o dai volumi di plasma che possono donare. Nel nostro caso, invece, possiamo costruire piccole “fabbriche” che producono anticorpi in base al bisogno che abbiamo. Ogni strategia efficace sarà utile, la soluzione al problema del Coronavirus Sars-Cov-2 non risiede in un solo approccio.

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