Una terapia per tornare a sperare: quali prospettive ha aperto l’immunoterapia per chi ha un tumore

Una cura non è efficace solo se sconfigge la malattia, ma anche se aiuta a vivere meglio. Purtroppo non abbiamo ancora vinto la battaglia contro il cancro, ma l’immunoterapia ha portato una svolta davvero importante. Proviamo a vederla con gli occhi di Paolo e Simonetta, che qualche anno fa hanno scoperto di soffrire di melanoma e la loro vita è sembrata fermarsi.
Giulia Dallagiovanna 25 luglio 2020
* ultima modifica il 25/07/2020

"Chi se la dimentica la diagnosi? Era un venerdì di settembre, io e mia moglie ci stavamo preparando per andare a ballare. Ho aperto la mail con il referto della biopsia e mi è cascato il mondo addosso. Non fumavo da non so quanti anni, ma ho acceso una sigaretta e poi l'ho spenta subito. Il responso era chiarissimo: melanoma maligno". Paolo oggi ha 68 anni, vive in Sicilia, in provincia di Agrigento, e ha una vita normale. Da poco in pensione, si dedica al giardino e ai suoi cani, mentre aspetta di poter tornare a ballare. Ma se due anni fa non avesse avuto a disposizione l'immunoterapia forse ora la storia da raccontare sarebbe ben diversa.

E come la sua, anche quella di Simonetta che a 51 anni ha scoperto che quel neo che si era dimenticata di far controllare in realtà era un tumore. Sono decine di migliaia i pazienti che ogni anno in Italia ricevono questo trattamento e nella maggior parte dei casi testimoniano benefici importanti a fronte di effetti collaterali limitati rispetto a quanto accade per altre cure oncologiche. Purtroppo, ciò non vuol dire che possiamo già lasciarci la chemioterapia alle spalle, ma l'arrivo dell'immunoterapia ha segnato un momento di svolta importante nella lotta contro il cancro. E oggi permette ai malati e alle loro famiglie di sperare.

Un ribaltamento di prospettive

"Il concetto di immunoterapia va prima di tutto compreso", ci spiega il professor Filippo de Marinis, direttore dell'Oncologia medica toracica allo IEO (Istituto Europeo di Oncologia) di Milano. "Non si tratta di sottoporsi a un trattamento contro il tumore, ma di creare le condizioni per cui questo non possa più eludere i controlli da parte del sistema immunitario. I farmaci si legano al recettore PDL-1, che inibisce la risposta immunitaria, e fanno invece in modo che l'organismo si riattivi con le proprie armi per combattere il cancro".

A differenza della chemioterapia, dove i medicinali hanno lo scopo di colpire il tumore uccidendo le cellule, nell'immunoterapia è il sistema immunitario che, messo nelle condizioni di poter finalmente guardare in faccia il suo nemico, arma l'esercito di anticorpi e lo attacca.

Ma non può farsi trovare impreparato. Se il paziente versa in condizioni fisiche già seriamente compromesse, oppure è gravemente sottopeso o, ancora, si tratta di una persona anziana e fragile, il sistema immunitario non risponderà all'immunoterapia e sarà necessario tentare altre strade.

Un responso che cambia la vita

"Se per immunoterapia intendiamo l'impiego dei farmaci attuali, ovvero gli inibitori del check point immunitario, allora possiamo dire che esiste da 6 o 7 annichiarisce Massimo di Maio, Segretario Nazionale AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica). "In realtà, stiamo parlando di un capitolo più vasto e che comprende trattamenti più vecchi che però avevano applicazioni limitate nel campo dell'oncologia, come l'impiego dei BCG in caso di tumore alla vescica per stimolare la risposta immunitaria ed evitare una ricaduta".

Guardando quindi all'accezione più odierna di questa pratica, sappiamo che i primi risultati importanti sono avvenuti nell'ambito del melanoma. Ed è proprio di questo tumore della pelle che hanno scoperto di soffrire sia Paolo che Simonetta, in tempi diversi.

"Lo scorso anno a fine gennaio ho deciso di farmi un bagno caldo", inizia a raccontare lei. "Di solito scelgo sempre una doccia veloce, ma quel giorno volevo prendermi un po' più di tempo per me stessa. Non ho notato nulla di diverso sul mio corpo. Il giorno dopo invece avverto un bruciore accanto a un neo che sapevo di dover tenere controllato, ma che per cinque anni ho dimenticato di far vedere. Mio marito lavora in ospedale e siamo riusciti a ottenere rapidamente un appuntamento dalla dermatologa che mi seguiva. Mi ha detto subito che, solo a vederlo, era chiaro fosse un melanoma. Presa dal panico, ho prenotato una visita privata all'IDI (Istituto Dermopatico dell'Immacolata) di Roma, dove me lo hanno asportato".

La diagnosi vera e propria arriva qualche giorno dopo: la dottoressa aveva ragione. Purtroppo, Simonetta soffre già di un'altra neoplasia della pelle, un carcinoma basocellulare sviluppatosi nel condotto uditivo. Questa sfortunata congiunzione la porterà a dover affrontare sei interventi chirurgici nell'arco di un anno. Dopo essere tornata sotto i ferri per rimuovere alcuni residui del carcinoma che erano rimasti, viene colpita da un'embolia polmonare che la costringe a una nuova operazione. E infine l'ultima, il 30 marzo di quest'anno, quando è emerso un altro linfonodo infiammato all'inguine.

Quando gli è stato diagnosticato il tumore, Paolo aveva già più di 50 metastasi

Anche la storia di Paolo è travagliata. "Tutto è cominciato con quella che sembrava una cisti alla testa – ricorda, – ma l'esame istologico che hanno fatto dopo l'asportazione ha rivelato il tumore. Mi sono sottoposto subito a tutti gli accertamenti strumentali e la situazione è apparsa immediatamente seria. Mia moglie a mia figlia hanno cercato di nascondermi per un po' i risultati dei referti. Ero pieno di metastasi, anche quella cisti era una di loro. La Tac mostrava più di 50 lesioni in tutto il corpo".

La speranza

"Cominciavo a guardare ogni cosa con gli occhi di chi sa che non ci sarebbe più stato, mi ero reso conto di questo" prosegue Paolo. "Tra le varie visite siamo finiti all'ospedale La Maddalena di Palermo che a loro volta ci hanno indicato lo IEO come centro di riferimento. A Milano, il professore che mi ha visitato mi ha subito chiarito che la situazione era seria. Però mi ha anche infuso coraggio e speranza parlandomi di una possibilità che non conoscevo: l'immunoterapia".

Fin dai primi controlli, emerge che la terapia è efficace. Le metastasi si riducono, molte di queste fino a scomparire del tutto. Ancora oggi, Paolo lascia la Sicilia ogni 20 giorni per raggiungere Milano e ricevere la sua somministrazione periodica. Simonetta invece le ha terminate il 3 giugno scorso. Nel suo caso infatti il trattamento era di tipo adiuvante, pensato cioè per un determinato lasso di tempo e allo scopo di evitare recidive.

"Conoscevo già questa cura perché la seguiva la badante di mia madre, anche lei affetta da melanoma. Purtroppo è deceduta nell'agosto del 2019", spiega. E forse è anche per questa ragione che all'inizio si sentiva piuttosto scettica, sia rispetto alla sua storia che all'idea di farsi aiutare da un gruppo di persone che stavano affrontando la stessa battaglia. "È stato mio marito ad attivarsi subito e a cercare informazioni. Mi ha messo in mano il telefono e mi ha detto ‘ora tu le devi parlare".

Dall'altra parte della cornetta c'era Monica Forchetta, fondatrice di APaIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma), una rete che mette in contatto chi ha ricevuto una diagnosi di melanoma per condividere le informazioni importanti, sostenersi e promuovere una cultura della prevenzione. Nessuno vuole sostituirsi a un medico, anzi, è proprio con i professionisti che l'associazione è in costante dialogo per aiutare chi è malato a fare chiarezza rispetto a tutte le notizie che può reperire via internet o per sentito dire. "All'inizio si hanno tante domande, tanti dubbi. Quando arriva la diagnosi, non capisci più nulla. Il gruppo è diventato il mio porto sicuro, un po' come una grande famiglia".

Cosa cambia con l'immunoterapia

L'immunoterapia non è una cura miracolosa e purtroppo non è la scoperta che risolve tutti i problemi. E questo è importante metterlo in chiaro. Però si è dimostrata molto efficace, soprattutto nei confronti di alcuni tipi di tumore, e meno tossica per l'organismo. "Rispetto ai trattamenti precedenti, ci sono più chance di avere un beneficio e in un numero consistente di pazienti questo si mantiene anche molto a lungo", spiega Di Maio. "Parliamo di mesi o anni in cui la malattia resta sotto controllo, un risultato molto raro con la chemio. Oggi ci sono persone con melanoma che hanno iniziato il trattamento addirittura 9 anni fa e che tuttora sono in risposta".

"Ognuno di noi ha pazienti che continuano a vivere liberi da malattia da 4 o 5 anni", conferma il professor de Marinis. "Si creano insomma le condizioni per avere una speranza e per vivere meglio. Mentre la chemio non lascia aperto uno spiraglio così grande e la qualità della vita è decisamente peggiore".

L'immunoterapia permette soprattutto di vivere bene, al di là della malattia

Il professore è specializzato in tumore primitivo al polmone, campo in cui l'immunoterapia è stata approvata come trattamento di prima linea, cioè come intervento subito dopo la diagnosi. Per l'adenocarcinoma, può essere somministrata da sola quando la biopsia rileva che l'espressione della proteina PDL-1 è superiore al 50%, mentre viene accompagnata dalla chemioterapia quando la percentuale è più bassa.

Altre neoplasie per le quali si ricorre a questo approccio, da solo o in combinazione, sono quelle al rene, alla vescica, alcune forme di carcinoma mammario, alcuni tipi di cancro al collo e testa collo.

Fare progetti

Dopo una diagnosi di tumore, sembra che la vita si fermi. Ma la verità è che non è cosi. Il tempo continua a scorrere, familiari e amici non sono scomparsi e persino il lavoro o gli interessi personali non sono stati inghiottiti da quel referto. Al di là della malattia, si può ancora vivere. Le cure per un tumore però sono pesanti da affrontare per l'organismo.

"La chemioterapia uccide le cellule, anche quelle sane – precisa il professor de Marinis, – poi il corpo le riforma. Ma in quelle ore o quei giorni in cui le produce, si soffre degli effetti collaterali tipici, come nausea, vomito, anemia, stanchezza e ci sono anche dei rischi, legati a gravi tossicità. Inoltre, non si può essere certi che in tutti i casi vadano a riformarsi le cellule soppresse".

Per l'immunoterapia, invece, il discorso è diverso. Non che non vi possano essere conseguenze al trattamento, ma di norma sono molto più limitate. "Attaccando il tumore attraverso dei mediatori dell'infiammazione, cioè i linfociti, abbiamo la possibilità che si creino nuove infiammazioni, come polmoniti o tiroiditi – prosegue il professore, – che possono essere più o meno gravi, ma oggi un oncologo sa come gestirle e capita di rado che si debba interrompere il trattamento".

Simonetta con il marito e il figlio

Immunoterapia, dunque, è tornare a vedere un domani. A fare progetti, sebbene piccoli e non troppo in là nel tempo.

"Sembra incredibile, ma ho scoperto una forza fisica che pensavo di non avere più" conferma Simonetta. "Nell'ultimo anno ho affrontato due traslochi, uno per svuotare l'abitazione di mia madre che purtroppo è venuta a mancare e l'altro perché abbiamo comprato casa nuova. Non solo, ma avrei potuto proseguire con lo smart working e invece ho deciso di rientrare in ufficio. Non ho mai fatto un giorno di malattia, se non per gli interventi. Sono stata fortunata? Sicuramente".

E l'Italia?

Anche la comunità scientifica italiana ha partecipato alla ricerca sull'immunoterapia e il nostro Paese non rimane per nulla in secondo piano. Gli studi vengono finanziati da aziende farmaceutiche con sede all'estero, ma quando si passa allo sviluppo clinico dei farmaci, e quindi al coinvolgimento di un numero sempre maggiore di pazienti, entrano nella sperimentazione anche i centri d'eccellenza presenti sul nostro territorio.

"In questo modo, chi è seguito da quelle strutture, e sono diverse in Italia, può fare esperienza anche di farmaci che non sono ancora disponibili nella pratica clinica", spiega Di Maio.

Una possibilità in più insomma. Mentre ancora per qualche anno non potrà essere messa da parte la chemioterapia, la ricerca prosegue lungo una strada la cui meta finale dovrebbe proprio essere il trattamento della maggior parte dei tumori solo con l'immunoterapia. Almeno, per quelle persone le cui condizioni di salute lo permettono.

Le prospettive sono soprattutto quelle di vivere meglio, perché nessuno di noi può dire con certezza quanti anni ha ancora davanti a sé, ma tutti sappiamo come li vogliamo trascorrere. "Oggi, considerando anche la mia età, non vivo affatto male. Al mattino mi dedico a 40 minuti di cyclette, al pomeriggio faccio lunghe passeggiate all'ombra. Andrei volentieri a ballare, mi manca tantissimo. Spero riaprano presto", conclude Paolo.

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