A dieci anni dalla Costa Concordia: gli interventi dei ricercatori fanno rinascere i fondali marini dopo i danni ambientali

L’incidente al largo dell’Isola del Giglio e i successivi lavori di rimozione del relitto della Costa Concordia provocarono anche una serie di gravi danni ambientali che nel giro di pochi mesi distrussero gran parte della vita vegetale dei fondali marini circostanti. Le operazioni di ripristino hanno fortunatamente dato risultati eccellenti, anche oltre le aspettative.
Kevin Ben Alì Zinati 13 Gennaio 2022

Non costò solamente la vita a 32 persone. Se possibile, il prezzo del naufragio della Costa Concordia, avvenuto esattamente dieci anni fa davanti all’isola del Giglio, fu ancora più alto.

L’incidente e i successivi lavori di rimozione del relitto provocarono anche una serie di gravi danni ambientali che nel giro di pochi mesi distrussero gran parte della vita vegetale presente sui fondali del mar Tirreno.

Dal 2016 i ricercatori e gli specialisti di ecologia marina dell’Università di Roma ”La Sapienza” di Roma e del Consorzio di Biologia Marina di Livorno avviarono progetti per recuperarli e ripristinare la biodiversità e oggi, un decennio dopo, sono stati valutati i risultati.

Che, seppur in piccolissima parte, fanno sorridere. I trapianti sperimentali di Posidonia oceanica iniziati cinque anni fa hanno portato addirittura a un raddoppio del numero di fasci trapiantati e, allo stesso modo, anche le gorgonie hanno riacquistato l’originale tridimensionalità e si stanno ritornando alla loro condizione naturale.

Il ripristino degli ambienti marini dell’Isola del Giglio, fortunatamente, ha avuto un successo superiore alle attese. Seppur non sufficiente a colmare il vuoto di un incidente così drammatico.

I danni ambientali

L’incidente stesso, insieme ai lavori per la rimozione del relitto della Costa Concordia e quelli di pulizia dei fondali hanno inevitabilmente comportato profonde modificazioni agli habitat della zona.

Due popolazioni in particolare furono colpite: quelli di Posidonia oceanica, una pianta marina endemica del Mediterraneo, e quella del Coralligeno caratterizzata da spugne e gorgonie.

Sotto al relitto erano presenti praterie di Posidonia che in breve tempo sono morte a proprio a causa dell’ombra proiettata dalla Concordia naufragata ma anche per via dall’attività delle imbarcazioni attorno al relitto e dai sedimenti provocati dai lavori di costruzione delle piattaforme per la rotazione della nave.

A sinistra puoi vedere l’originaria prateria di Posidonia presente nei pressi del relitto della Concordia prima dell’avvio dei lavori e, a destra, ciò che ne è rimasto e su cui sono stati avviati i trapianti per il ripristino delle condizioni. Photo credit: Mite.

Anche la biocenosi del Coralligeno, che devi intendere come un grosso habitat di diverse specie animali e vegetali, è stata letteralmente ricoperta da sedimenti sottili che hanno provocato la morte degli organismi presenti.

Gli interventi 

Come sai, venne subita fatta partire un’inchiesta relativa all’incidente, nella quale l’allora ministero dell’Ambiente si costituì parte civile.

Nel corso dei mesi di indagine riuscì a far valere in giudizio i danni ambientali causati dal naufragio e per di più fu in grado di avviare i progetti di rimozione e smaltimento del relitto e le attività di pulizia e ripristino ambientale dei fondali danneggiati senza spese a carico dello Stato.

A sinistra il fondale del Coralligeno in buone condizioni e a destra e ricoperto da uno strato di sedimento. Photo credit: Mite.

Per far ritornare i fondali alle condizioni originarie vennero messi in moto trapianti di organismi che potessero accelerare la ricostituzione naturale degli habitat marini e delle loro popolazioni.

“Essendo l’intervento richiesto totalmente nuovo e privo di esperienze scientifiche similari, per avere certezza dei risultati si è scelta la strada di procedere gradualmente per prove sperimentali su piccola scala e, una volta raggiunti i risultati prefissati, si è passati ad interventi su ampia scala” ha commentato il Ministero della Transizione Ecologica, spiegando così la necessità di un arco temporale di 5 anni.

Per quanto riguarda la Posidonia, gli esperti sono intervenuti con degli impianti di talee su substrati naturali dove la pianta marina viveva prima del naufragio e le cui condizioni qualitative fossero state recuperate.

Alcune operazione di fissaggio della Posidonia con picchetto. Photo credit: Mite.

Per non alterare il fondale con l’impiego di sostegni artificiali invasivi, poi, hanno scelto di trapiantare talee di 20-30 centimetri fissate con dei picchetti di ferro dolce che si sarebbero degradati in pochi anni non appena la pianta avesse raggiunto la fase di completa crescita.

Ancora più prudente è stato invece il lavoro di ripristino del Coralligeno. Anche in questo caso gli esperti hanno effettuato trapianti e innesti di rocce vive, substrati calcarei e gorgonie.

I substrati calcarei avrebbero dovuto favorire lo sviluppo degli organismi caratteristici del coralligeno ma a distanza di 3 anni aveva dato risultati poco soddisfacenti. I trapianti di rocce vive e gorgonie, invece, erano stati molto efficaci.

La rinascita 

Efficaci, sì. Ma quanto? A distanza di quasi cinque anni, i risultati sono andati anche oltre le aspettative.

Le talee di Posidonia oceanica trapiantate hanno rigenerato il cosiddetto “prato” che il relitto aveva distrutto aumentando addirittura del 190% il numero dei fasci rispetto a prima dell’incidente.

Al 2021, ha raccontato il Ministero, sono stati trapiantati 1500 metri quadrati di Posidonia, “con una densità di circa 27-31 fasci/m. Il successo del trapianto è testimoniato dalle numerose nuove radici che permettono l’attecchimento delle talee e dall’aumentare del numero di fasci fogliari, arrivato al 106% dopo tre anni e in costante crescita”.

Risultati molto simili anche sul fronte delle gorgonie. Ad oggi i ricercatori hanno misurato valori compresi tra 8 e 12 colonie per metro quadrato, molto superiori rispetto a quelli datati 2018 compresi tra 1 e 3 colonie/m.

Il ripristino di questi habitat ha avuto impatto positivi anche sulla fauna ittica delle acque dell’Isola del Giglio.

La morte degli organismi bentonici aveva provocato l’allontanamento di molte specie marine ma il graduale ripristino di questi ambienti ha dato il via a nuove colonizzazioni di pesci.

“È così facile vedere nell’area oggetto dell’intervento, specie quali murene, corvine, scorfani e aragoste, diventate rare nel resto dei fondali dell’isola. È quindi diventato normale per i subacquei che lavorano per i trapianti, fare immersioni in compagnia di branchi di saraghi di grandi dimensioni, oramai abituati alla presenza dell’uomo” ha concluso il Ministero.