Accordo di Parigi, il patto sul clima giuridicamente vincolante

Il 12 dicembre 2015 veniva alla luce l’accordo di Parigi, definito il primo accordo internazionale sul clima giuridicamente vincolante a livello globale. Ma cosa prevede esattamente questo documento, quali sono le sue implicazioni e perché è stato spesso criticato?
Sara Del Dot 7 novembre 2019

Il cambiamento climatico è un fenomeno in corso che va combattuto attraverso piccole azioni individuali, certo, ma anche e soprattutto a livello istituzionale. E i leader mondiali lo sanno bene, tutti. O quasi. Da più di vent’anni ormai, sono in corso tentativi internazionali di trovare un modo per affrontare la crisi climatica in modo collettivo, realizzando un percorso in cui ciascun Paese possa fare la propria parte. Nel 1997 ci hanno provato con il protocollo di Kyoto. Nel 2015 con l’accordo di Parigi. Che è quello di cui tutti, al momento, si ricordano a causa del ritiro degli Stati Uniti annunciato nel 2017.

L’accordo di Parigi è, in sostanza, il primo accordo internazionale sul clima ritenuto giuridicamente vincolante a livello globale. Si tratta di un documento che definisce un vero e proprio piano d’azione a livello mondiale per contrastare i cambiamenti climatici, attraverso soprattutto un impegno nella riduzione di emissioni di gas serra da parte di tutti i Paesi firmatari. Eppure non tutti pensano che rappresenti una vera soluzione.

Storia dell’accordo di Parigi

Dopo quasi dieci anni di confronti, il contenuto dell’accordo è stato discusso e redatto dal 30 novembre all’11 dicembre 2015, nel corso della Conferenza mondiale sul clima COP21 (vertice ONU) a Parigi e il documento finale è stato presentato definitivamente il 12 dicembre 2015, con alcune ore di ritardo rispetto al limite prefissato.

Sottoscritto inizialmente da tutti i 195 Paesi partecipanti alla Conferenza, l’accordo è stato depositato il 22 aprile 2016 a New York, a cui è seguito un anno per la ratifica da parte dei governi. Alla fine, il documento è entrato in vigore il 4 novembre 2016, esattamente trenta giorni dopo il raggiungimento del requisito minimo di 55 Stati firmatari, rappresentanti almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra che hanno ratificato, approvato e adottato il documento.

Cosa prevede

L’accordo di Parigi, la cui effettiva entrata in vigore è prevista per il 2020, prevede il raggiungimento di alcuni obiettivi:

  • Limitare l’aumento medio delle temperature sotto i 2 gradi, impegnandosi a mantenerlo entro 1,5 °C.
  • Raggiungere entro il 2050 le zero emissioni nette, ovvero arrivare a emettere una quantità di gas serra tale da poter essere completamente assorbita e quindi non lasciare in atmosfera residui dannosi.
  • Tenere monitorati i progressi e gli obiettivi presentando verifiche ogni cinque anni.
  • Fornire finanziamenti ai Paesi più poveri per aiutarli a effettuare una transizione energetica sostenibile.

Legalmente vincolante?

Sebbene la dichiarazione di essere legally binding (legalmente vincolante) sia uno dei punti per cui viene considerato il principale accordo per il clima mai realizzato, quello di Parigi è un documento che di vincolante ha ben poco. A partire dall’inesistenza di sanzioni per i Paesi inadempienti, la non obbligatorietà di rispettare tutte le disposizioni punto per punto e la possibilità di ritirarsene, il cui unico vincolo reale è l’obbligo di attendere quattro anni prima di sottrarsi definitivamente all’accordo. Situazione in cui al momento si trovano gli Stati Uniti, il cui attuale presidente Donald Trump nel 2017 ha annunciato il ritiro del Paese dall’accordo di Parigi sottoscritto dal suo predecessore Barack Obama. D’altra parte, la Russia ha ratificato formalmente l’accordo soltanto nel settembre 2019, durante lo svolgimento del Summit per il clima delle Nazioni Unite.