Un boot camp per diventare futuri climate shapers

A Pollica, una settimana di incontri ed esperienze sui temi della sostenibilità, della biodiversità e della crisi climatica, organizzata dal Future food institute.
Gianluca Cedolin 22 settembre 2020

Dal 6 al 12 settembre a Pollica, nel Cilento, il Future food institute, in collaborazione con la Fao, ha organizzato un boot camp con l'obiettivo di formare i nuovi climate shapers, ambientalisti del futuro che con le loro idee dovranno guidare la transizione verso una vita sostenibile e rispettosa delle risorse. Una settimana di confronti, incontri, esperienze sul campo, nel luogo simbolo della dieta mediterranea, a dieci anni dalla nomina di quest'ultima come patrimonio intangibile dell'Unesco. «Vicino a Pollica ci sono il parco archeologico di Velia, culla della scuola eleatica di Parmenide», spiega Sara Roversi, fondatrice di Future food institute, ma anche Pioppi, il villaggio di pescatori dove «il biologo americano Keys ha per primo parlato di dieta mediterranea, provando i benefici sulla salute di quel regime alimentare». E poi il parco nazionale del Cilento, scrigno di una biodiversità senza eguali nel Mediterraneo.

I 18 studenti del boot camp hanno ascoltato scienziati del Cnr, professori e relatori, discutendo con loro sulla crisi climatica, sulla perdita di biodiversità, sullo spreco alimentare e su molti altri temi, ma soprattutto hanno partecipato in prima persona a moltissime attività: «Dopo i primi due giorni di ispirazione, con degli speaker pazzeschi, siamo andati sul campo, a contatto con la comunità, gli agricoltori. Siamo stati a mungere le bufale alle quattro di mattina, abbiamo fatto il formaggio tutto il giorno. Altri sono andati in mare all'alba a sperimentare dei metodi di pesca sostenibile», racconta Roversi, entusiasta dell'esperienza, al pari dei partecipanti. Questi ultimi erano diversi per età, provenienza e inclinazioni, perché è «fondamentale integrare culture diverse, contaminare e contaminarsi».

Ci sono stati anche degli incontri con chi coltiva il pomodoro e lotta contro la siccità, la scoperta delle erbe con un'esperta di botanica, i contatti con delle start-up attive nel mondo della sostenibilità; sempre cercando di concentrarsi non solo «sugli aspetti tecnici della dieta mediterranea, ma sulle dimensioni valoriali e sociali. Vivendo in quel territorio – rivela Roversi – ci siamo resi conto che gli ingredienti della dieta mediterranea sono la socialità, la reciprocità, la commensalità. Valori che portano al centro l'equilibrio tra uomo e ambiente». Un'esperienza «unica», anche perché in questo momento storico per molti era la prima occasione di reincontrarsi in presenza, fondamentale in un boot camp dove la condivisione tra le persone e la connessione con la storia e con il territorio sono la chiave.

Nell'ambito del percorso Future food for climate change, da due anni con la Fao vengono organizzanti questi corsi di formazione per climate shapers, dei «training multiculturali e multingenerazionali», come li definisce la fondatrice di Future food institute, dove giovani e adulti, scienziati e studenti, si uniscono senza pregiudizi, con la volontà di co-progettare. L'anno scorso sono stati a New York, a Tokyo, in Islanda, quest'anno doveva esserci in dieci paesi: «Il nostro è un progetto di respiro internazionale, perché gli ecosistemi da rigenerare sono potenzialmente infiniti». Sara Roversi è ottimista che questo percorso di formazione per climate shapers sia esportabile su scala più larga: «Quest'anno alle superiori hanno reinserito l'educazione civica, dove si approfondirà anche lo sviluppo sostenibile, la cittadinanza attiva. Noi puntiamo a far diventare il nostro un modello per la scuola italiana». Non bisogna solo a dar voce ai giovani, ma lavorare insieme a loro, perché hanno tantissimo da darci.