Allevamento intensivo: scopri il significato di questa produzione industriale

Miliardi di animali ogni anno vengono cresciuti in spazi molto ristretti, nutriti e iper-sfruttati senza alcun contatto con il loro habitat naturale. Il prodotto che deriva da questo tipo di allevamento è spesso molto economico e non contiene tutti i nutrienti che dovrebbe. Eppure continuano ad acquistare carne, pesce e derivati prodotti a livello industriale. Ma sai cos’è esattamente un allevamento intensivo?
Sara Del Dot 2 dicembre 2019

Se compri carne, latte, formaggi e uova in un supermercato della grande distribuzione, è difficile che i prodotti che metti nel carrello non provengano da un allevamento intensivo. Questo perché, per produrre una quantità così elevata di petti di pollo, latte, nodini di mozzarella e uova fresche, sicuramente non è possibile rispettare i tempi naturali dei pochi animali da reddito presenti nelle fattorie e nelle aziende agricole, le cui produzioni poi sono solitamente a disposizione nei mercati rionali oppure acquistabili direttamente presso le aziende agricole, o ancora attraverso i Gas (gruppi di acquisto solidale).

Gli allevamenti intensivi sono tutto ciò che non puoi vedere mentre fai la spesa, ma che fa in modo che i banchi frigo e gli scaffali dei supermercati siano sempre carichi di prodotti a tua disposizione. Dalla bistecca avvolta nel cellophane, ai surgelati di dubbia provenienza, fino al cartone del latte a lunga conservazione e alle mozzarelle dalla forma perfetta avvolte in un packaging estremamente attraente.

Che la grande produzione di latte e carne non sia una realtà particolarmente rosea non è certo una novità. Dopo anni e anni di denunce, inchieste giornalistiche, documentari e richieste di normative adeguate, tutti noi ormai siamo perfettamente consapevoli che quella mucca sorridente disegnata sulla scatola non ha assolutamente nessun motivo per essere così contenta. Eppure, quasi sempre la pigrizia e la comodità di avere tutto a portata di mano a un prezzo decisamente basso superano l’indignazione per il trattamento subito dagli animali allevati in modo intensivo. Questi grandi allevamenti, che puoi vedere da lontano mentre attraversi in autostrada la pianura padana, non sono altro che grandi sistemi di produzione nati per sopperire all’eccessiva richiesta da parte della popolazione e, quindi, della grande distribuzione. Solo per darti un’idea della portata della realtà di cui stiamo parlando, ogni anno nel mondo sono circa 70 miliardi gli animali che vengono allevati intensivamente per le varie produzioni alimentari.

Ma non credere che produrre con questi ritmi e in queste quantità mantenga inalterata la qualità degli alimenti. Anzi. Un’industria che lavora in questo modo spesso implica l’utilizzo di sostanze chimiche, antibiotici e uno sfruttamento eccessivo e assolutamente anti-etico degli animali, sottoposti per una vita intera a violenza e pratiche crudeli. E questa situazione è proprio il motivo per cui la carne che compri costa così poco. Ma capiamo più nel dettaglio di cosa stiamo parlando.

Allevamenti intensivi

Miliardi di polli, mucche, vitelli, capretti, agnelli, maiali e galline sono allevati ogni anno in tutto il mondo per essere uccisi oppure per produrre latte o uova. Si tratta di numeri altissimi che non implicano soltanto una produzione altissima a costo ridotto, ma anche conseguenze ambientali e sanitarie importanti.

Gli allevamenti intensivi sono luoghi in cui gli animali vengono allevati solo ed esclusivamente per produrre alimenti che verranno poi venduti nei supermercati di tutto il mondo. Considerato il numero di popolazione mondiale, è naturale che la richiesta sia molto alta e quindi vada soddisfatta. Per rispondere in modo efficace alla domanda, quindi, serve una produzione molto alta e veloce. E per realizzarla, non è possibile aspettare i tempi naturali di crescita e sviluppo degli animali da reddito. Così, tutti questi animali vengono cresciuti rinchiusi gabbie o capannoni, nutriti con cereali e soia, curati con antibiotici per evitare eventuali epidemie e impediti in qualunque contatto con la terra o il loro habitat naturale. Si tratta di una vera e propria industria, in cui l’animale è ridotto a un semplice oggetto che deve essere gestito in modo da ottimizzare tempi, spazi e spese. Quindi, ad esempio, appena nati i piccoli vengono tolti alla mamma senza attendere i tempi di svezzamento e subito messi all’ingrasso per diventare nel minor tempo possibile carne da macello. I numeri di questa iperproduzione sono talmente alti che questi luoghi risultano quasi sempre sovra-affollati, con gli animali schiacciati gli uni sugli altri, in condizioni di stress e a rischio fratture e contusioni. Il cibo che viene dato loro favorisce lo sviluppo rapido e l’aumento della massa muscolare, e spesso la qualità del prodotto finale non è delle migliori. Ed è uno dei motivi per cui il prezzo è così basso. Ti faccio un esempio molto semplice: se un pollo al supermercato lo paghi tre euro e ti sembra un ottimo prezzo, prova a pensare a quanto potrebbe costare far crescere quel pollo per almeno un anno e mezzo, nutrirlo, curarlo e macellarlo. Trovi plausibile che il costo dell’intera vita di quell’animale possa essere così basso?

Bovini da carne

L’allevamento dei bovini da carne riguarda principalmente due filoni. Ci sono i manzi, ovvero i maschi adulti che sono quelli cresciuti e allevati per la carne rossa (quindi quella che trovi dentro il tuo hamburger o nel filetto). E poi ci sono i vitelli, che sono i cuccioli delle mucche da latte allevati per pochi mesi e poi macellati perché non possono essere utilizzati per la produzione di latte. In Europa si stima che i vitelli allevati siano circa 6 milioni ogni anno.

Mucche da latte

La vita delle mucche da latte è forse quasi la peggiore, perché prevede che questi animali vivano un’intera (breve) vita all’insegna dello sfruttamento più estremo. Fino a che saranno in grado di produrre latte, infatti, verranno tenute in vita, fatte partorire e, una volta nato il vitello, il loro latte verrà utilizzato per la produzione mentre il cucciolo sarà avviato alla crescita e all’ingrasso per essere destinato all’industria della carne. La vita delle mucche da latte si riduce a uno spazio ristretto, una gravidanza ogni anno e circa 28 litri di latte prodotto al giorno contro i 4 che produrrebbe in condizioni naturali. In Italia sono presenti circa 2 milioni di mucche da latte, mentre nel mondo si stima ne siano allevate circa 250 milioni.

Suini

In Italia i maiali cresciuti e macellati sono circa 12 milioni ogni anno sui 250 milioni complessivi in Unione europea. Si tratta di milioni di capi nati, cresciuti e uccisi senza mai aver visto il cielo o aver respirato aria pulita. Le scrofe vengono fatte partorire e subito separate dai cuccioli, che alla ricerca del contatto con la mamma spesso rimangono schiacciati. E non è tutto. Entro i primi sette giorni di vita, i cuccioli vengono sottoposti a una crudele pratica di castrazione chirurgica senza anestesia e mutilazione di denti e code, operazione permessa per legge e che non necessita di essere effettuata da un veterinario.

Polli da carne

Quella del pollo è la carne più consumata in tutto il mondo. Secondo le stime della Fao, nel 2018 sono state prodotte più di 120 milioni di tonnellate di pollo. Per questo tipo di allevamento, le gabbie sono state definitivamente abbandonate, consentendo ai polli di essere cresciuti a terra, ammassati in spazi spesso privi di finestre e quindi relativamente liberi di muoversi. Solo nell’Unione Europea, sono 7 miliardi e 200 milioni i polli che vengono allevati per produrre carne. In Italia, il numero raggiunge i 560 milioni.

Galline ovaiole

Secondo i dati LAV, solo nell’Unione europea ogni anno vengono allevate circa 400 milioni di galline ovaiole, il 70% delle quali vengono allevate in batteria. anche in Italia, dei 42 milioni di galline allevate l’80% vivono in luoghi ristrettissimi, ammassate le une sulle altre senza aver mai avuto contatto con la terra o con l’erba e senza la possibilità di aprire le ali. Negli ultimi anni si è assistito, grazie anche a una richiesta maggiore e alle campagne condotte dalle associazioni, a una graduale spinta verso un sistema di allevamento privo di gabbie (ad esempio allevamento a terra) o con l’ausilio di gabbie più etiche, definite “arricchite”, che prevedono maggiore spazio per ciascuna gallina e un abbeveratoio. Una soluzione comunque lontana dal naturale sviluppo della vita della gallina e quindi dell’uovo che produrrà.

Implicazioni ambientali e sanitarie

Gli allevamenti intensivi non fanno male solo agli animali. Le conseguenze di questo sovra-sfruttamento infatti ricadono anche sull’ambiente e sulla nostra salute. Vediamo come:

  • Inquinamento: liquami, feci e altre sostanze di scarto vengono fatte fluire dagli enormi capannoni insieme a sostanze chimiche di lavaggio come l’ammoniaca, inquinando le falde acquifere e il territorio circostante.
  • Emissioni: gli allevamenti intensivi si trovano nella top 3 per le emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, ancora prima di auto e moto. Si tratta infatti dei principali responsabili di emissioni di ammoniaca nell’aria.
  • Mangimi e foraggi: la gran parte delle monocolture mondiali di cereali e soia vengono destinate al foraggio degli animali da allevamento intensivo. Si tratta di miliardi di tonnellate di cibo che potrebbero sfamare gran parte della popolazione mondiale, e invece non fanno altro che provocare deforestazione e uno spietato consumo di suolo destinato alle fasce più abbienti della popolazione mondiale.
  • Consumo di acqua: Gli animali da allevamento devono bere. E non un bicchiere d’acqua ogni tanto. Un solo manzo può arrivare a consumare fino a 80 litri di acqua al giorno. Fai un rapido calcolo.
  • Antibiotici: gli spazi ristretti in cui gli animali allevati in modo intensivo sono rinchiusi favoriscono spesso la trasmissione di malattie e patologie, per questo spesso vengono loro somministrati degli antibiotici per impedire che si ammalino. Queste sostanze farmaceutiche, poi, non svaniscono in seguito alla macellazione e finiscono nel nostro organismo rendendo noi stessi più resistenti agli antibiotici.