Un team di ricercatori della Brown University (Stati Uniti) ha identificato un nuovo segnale elettrico nel cervello che potrebbe anticipare la diagnosi di Alzheimer fino a 2 anni e mezzo prima della comparsa dei sintomi.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Imaging Neuroscience, si concentra sull’attività cerebrale a riposo, registrata con una tecnica non invasiva chiamata magnetoencefalografia (MEG).
Il segnale rilevato è legato alla banda beta, una frequenza associata ai processi di memoria, e si è dimostrato capace di distinguere i pazienti destinati a sviluppare Alzheimer da quelli che non progrediranno verso la malattia.
La ricerca ha analizzato 85 pazienti con lieve deterioramento cognitivo, monitorati per 2,5 anni. Durante le sedute MEG, i partecipanti erano a riposo con gli occhi chiusi.
I ricercatori hanno utilizzato uno strumento avanzato, lo Spectral Events Toolbox, che scompone l’attività cerebrale in eventi discreti: frequenza, durata e intensità. È proprio l’analisi degli eventi beta ad aver rivelato un pattern specifico nei futuri pazienti Alzheimer.
“Abbiamo osservato eventi beta meno frequenti, più brevi e meno intensi già due anni e mezzo prima della diagnosi”, spiega Danylyna Shpakivska, prima autrice dello studio.
Le aree cerebrali maggiormente coinvolte sono risultate il precuneo e la corteccia cingolata anteriore, zone chiave nella memoria e nella cognizione.
A differenza dei tradizionali biomarcatori Alzheimer, basati su analisi di sangue o liquido cerebrospinale (come beta-amiloide e tau), questo nuovo segnale deriva direttamente dall’attività dei neuroni, offrendo un’indicazione più diretta della degenerazione in atto.
“Misurare l’attività cerebrale significa osservare ciò che accade nei neuroni in tempo reale”, sottolinea David Zhou, ricercatore coinvolto nello studio.
Secondo Stephanie Jones, co-autrice principale, questo tipo di segnale potrebbe diventare uno strumento utile per monitorare l’efficacia dei trattamenti e guidare la ricerca di nuove terapie mirate.
Il prossimo passo sarà la modellazione computazionale dei meccanismi cerebrali che generano questi segnali alterati. Comprendere cosa non funziona a livello neurale potrebbe aprire la strada a nuove strategie terapeutiche e a strumenti diagnostici ancora più precoci.
L’obiettivo è rendere disponibile un sistema non invasivo e affidabile per diagnosticare l’Alzheimer nelle fasi iniziali, offrendo ai pazienti maggiori possibilità di intervento tempestivo.
La scoperta di un nuovo segnale cerebrale predittivo dell’Alzheimer rappresenta un passo avanti nella diagnosi precoce della malattia. Un’analisi semplice, non invasiva e accurata potrebbe cambiare il modo in cui affrontiamo una delle sfide sanitarie più urgenti dei prossimi decenni.