Caso glifosato, perché il dito è puntato contro Monsanto?

Il nome della multinazionale americana dell’agrochimico (ora proprietà della tedesca Bayer) è legato all’erbicida a base di glifosato più usato al mondo, il Roundup. Su Monsanto pesa il sospetto di aver fatto pressioni affinché la sostanza non venisse classificata come cancerogena. Ma dopo il parere dello Iarc si ritrova a fronteggiare migliaia di cause legali.
Federico Turrisi 27 Novembre 2019

Lo Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) nel 2015 ha classificato il glifosato come "probabilmente cancerogeno", ma per le altre agenzie internazionali, tra cui l'Efsa (l'Autorità europea per la sicurezza alimentare), non ci sono prove scientifiche sufficienti per affermarlo. Alcuni paesi lo vogliono bandire completamente, ma per le autorità ambientali, come la statunitense Epa, non ci sono rischi per la salute pubblica. Chi ha ragione e chi no? Raccapezzarsi nella vicenda intricata del glifosato non è facile. Quello che c'è da sapere è che, oltre alle indagini sulle possibili conseguenze per l'ambiente e per la salute, in ballo ci sono interessi economici di un certo rilievo. Di questa storia possiamo individuare un attore protagonista. Si chiama Monsanto. O sarebbe più corretto dire Bayer-Monsanto, dal momento che nel giugno 2018 Monsanto (multinazionale americana che opera nel campo delle biotecnologie agrarie) è stata acquisita dalla multinazionale farmaceutica tedesca, una delle più importanti a livello mondiale, con un'operazione da 63 miliardi di dollari.

Le sorti del gigante dell'agrochimico statunitense – stiamo parlando di un'azienda con un fatturato annuo che supera i 14 miliardi di dollari – e quelle del composto chimico glifosato sono intrecciate. Questo perché il nome della Monsanto è indissolubilmente legato al diserbante a base di glifosato Roundup, il più diffuso al mondo. Monsanto brevettò la formulazione negli anni Settanta e solo nel 2001 il brevetto sul glifosato è scaduto: da quel momento anche altre aziende hanno cominciato a usarlo per i loro prodotti. Il primato del Roundup però non è mai stato messo in discussione.

Nel marzo 2015 accade qualcosa che fa letteralmente sobbalzare dalla sedia i dirigenti della Monsanto: un gruppo di lavoro dello Iarc pubblica una monografia sul glifosato, inserendo la sostanza nel gruppo 2A, ossia "probabilmente cancerogeno". In particolare, l'elevata esposizione all'erbicida porterebbe a un aumento del rischio di sviluppare un tumore del sistema linfatico, il linfoma non-Hodgkin. È un terremoto. Tutti coloro che in qualche modo hanno avuto a che fare con i diserbanti a base di glifosato e che si sono ammalati cominciano a denunciare Monsanto.

Il primo a farlo è un cittadino californiano di 46 anni, Dewayne Johnson, ammalatosi di linfoma non-Hodgkin. Per quattro anni, dal 2012 al 2016, ha lavorato come giardiniere e inserviente in varie scuole pubbliche del distretto di Benicia, vicino a San Francisco, e durante quel periodo ha utilizzato quotidianamente gli erbicidi della Monsanto a base di glifosato Roundup e Ranger Pro. L'accusa? La malattia è stata causata proprio dall’uso di questi diserbanti e Monsanto ha tenuto nascosti i potenziali rischi per la salute. Il tribunale di San Francisco dà ragione a Johnson e condanna la multinazionale dell'agrochimico a un risarcimento del danno pari a 289 milioni di dollari, somma poi abbassata a 78,6 milioni di dollari.

Finora sono tre le condanne emesse ai danni di Monsanto: oltre a Johnson, a vincere la causa sono stati Edwin Hardeman, un uomo di 70 anni che per decenni ha usato il Roundup nel suo giardino e a cui è stato diagnosticato un linfoma non Hodgkin, e i coniugi Alva e Alberta Pilliod, una coppia californiana colpita dalla stessa malattia. Nel primo caso un giudice di San Francisco ha condannato Monsanto a versare circa 80 milioni di dollari, ridotti poi a 25,3 milioni, di risarcimento, mentre nel secondo caso il tribunale di Oakland ha punito la multinazionale con una maxi-sanzione da 2 miliardi di dollari, poi abbassata a 86,7 milioni di dollari.

Per tutti e tre i verdetti Bayer-Monsanto ha fatto ricorso in appello. Ma le sentenze di condanna hanno comunque avuto un peso, facendo scendere, anche in maniera pesante, il titolo in borsa; tant'è che, durante l'assemblea annuale dello scorso aprile, gli azionisti di Bayer hanno criticato duramente i vertici dell'azienda per l'acquisizione di Monsanto. Le cause giudiziarie contro il colosso sono infatti destinate a crescere sempre di più. Stando a quanto riporta U.S Right to Know, gruppo di ricerca investigativa no-profit che si occupa di industria alimentare, sono già più di 18 mila negli Stati Uniti (e quasi 13 mila solo nel distretto di San Francisco) le persone che si sono rivolte ai tribunali per ottenere un risarcimento dei danni provocati dagli erbicidi contenenti glifosato.

All'inizio dello scorso maggio, l'Epa (Environemnt Protection Agency), ossia l'agenzia federale degli Stati Uniti per la protezione dell'ambiente, ha satbilito che il glifosato non è cancerogeno, aggiungendo che non ci sono rischi per la salute pubblica, se l'erbicida viene usato in accordo con le indicazioni nell'etichetta, e che non ci sono prove sufficienti per definire un diretto legame tra la sostanza e l'insorgenza di tumori. A detta di alcuni però la decisione dell'Epa è puramente politica e ha il fine di arginare la marea di cause contro Monsanto in arrivo nei tribunali americani.

Ad aggravare la posizione dell'azienda hanno contribuito anche i cosiddetti Monsanto Papers. Si tratta di un'inchiesta giornalistica portata avanti dal quotidiano francese Le Monde sulla base di una fuga di notizie che ha portato allo scoperto alcune condotte poco trasparenti della Monsanto. Dopo aver visionato alcuni documenti interni all'azienda, i reporter transalpini hanno scritto che Monsanto avrebbe pagato scienziati e ricercatori affinché assolvessero il glifosato dalla pesante accusa di cancerogenicità e parallelamente avrebbe attuato svariate strategie per screditare gli studiosi e i giornalisti che invece mettevanono in dubbio la sicurezza del Roundup e degli altri erbicidi a base di glifosato. Bayer-Monsanto ha confermato l'esistenza di una "watch list", una sorta di lista stilata per schedare figure pro e contro l’uso di pesticidi in 7 Paesi europei, che conterrebbe almeno 600 nomi solo in Francia e Germania, tra politici, giornalisti e altri stakeholders "osservati speciali". Questo accadeva già nel 2017, quando l'Unione Europea era chiamata ad esprimersi sul rinnovo della licenza d'uso per il glifosato.

Dall'altro lato però, secondo un'inchiesta condotta dalla Reuters, il documento finale dello Iarc (quello che ha scatenato il caso glifosato a livello mondiale) è stato modificato in senso peggiorativo rispetto ai dati scientifici della versione iniziale del lavoro del gruppo di ricerca. Aaron Blair, chairman del team che ha elaborato la monografia 112 sul glifosato, ha ammesso di non aver informato il gruppo stesso su degli studi epidemiologici che mostravano l'assenza di cancerogenicità della molecola. Lo Iarc non ha mai fatto totalmente chiarezza sulla vicenda e si è rifiutata di rispondere ai giornalisti della Reuters. Il dubbio è che sulla decisione dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro possano aver pesato anche conflitti d'interesse, tra cui possibili legami con associazioni ambientaliste e contratti di consulenza con studi legali ostili all'impiego di agrofarmaci e del glifosato.

Insomma, non si può certo definire Monsanto uno stinco di santo, dal momento che si è servita e si serve di metodi poco convenzionali (per usare un eufemismo) per tutelare i propri interessi. Ma tra accuse reciproche e scontri tra lobby, sulla questione sembra regnare il caos e alla domanda "Il glifosato è una minaccia per la salute o no?" non si riesce ancora a dare una risposta definitiva.