Che fine ha fatto la Plastic tax, la “tassa della discordia”?

L’idea di imporre un sovrapprezzo sui rifiuti di plastica non riciclati da una parte piace alle associazioni ambientaliste e dall’altra scontenta parte dell’industria italiana. Ma sulla plastic tax l’Europa non intende tornare indietro. Nel nostro Paese la sua entrata in vigore (prevista inizialmente per luglio 2020) è slittata al 1 gennaio 2022.
Federico Turrisi 14 Giugno 2021

Plastic tax sì, plastic tax no, plastic tax forse. Di questa discussa imposta si parla ormai da tempo. Ma il percorso che porta alla sua applicazione si sta rivelando più lungo del previsto. Con il cosiddetto Decreto Sostegni bis (DL n. 73/2021) l'entrata in vigore della plastic tax in Italia è stata infatti spostata al 1 gennaio 2022. Si tratta, in realtà, dell'ennesimo rinvio, dal momento che inizialmente la partenza era stata fissata per luglio 2020, poi rinviata al 1 gennaio 2021 con il decreto Rilancio e di nuovo al 1 luglio 2021 con la scorsa legge di Bilancio. Staremo a vedere che cosa succederà all'inizio dell'anno prossimo. Ma probabilmente ti starà frullando una domanda in testa in questo momento: che cos'è questa plastic tax? Andiamo a vederlo insieme.

Che cos'è e come funziona

Seguendo il cosiddetto principio delle 3R (riduzione, riuso, riciclo), l'Unione Europea si è posta come obiettivo quello di premere sull'acceleratore nella lotta contro la plastica monouso, considerata dannosa per l'ambiente, e nello sviluppo di un modello di economia circolare. Tra gli strumenti per favorire questa transizione e stimolare le aziende ad andare nella direzione di una riconversione green, c'è proprio l'introduzione di un'imposta a carico dei Paesi membri sui rifiuti di imballaggio con materiale plastico non riciclati.

Recentemente – per la precisione, lo scorso 11 maggio – è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il Regolamento UE 2021/770 del Consiglio del 30 aprile 2021, che determina le modalità di calcolo e di versamento dell'imposta. Nel dettaglio, viene prevista una aliquota di prelievo uniforme pari a 0,80 euro per chilogrammo (cioè 800 euro a tonnellata) sul peso dei rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati in ciascuno Stato membro. Per alcuni Paesi è prevista una riduzione forfettaria annua: nel caso dell'Italia parliamo di circa 184 milioni di euro.

In Italia

Nel nostro Paese la plastic tax ha ottenuto il via libera con il decreto legge 31 dicembre 2020, n. 183 (il cosiddetto Decreto Milleproroghe), convertito dalla legge 26 febbraio 2021, n. 21 che dà piena e diretta attuazione alla Decisione Ue 2020/2053 del Consiglio del 14 dicembre 2020. In Italia però l'imposta andrebbe a gravare sul consumo di manufatti in plastica con singolo impiego (i cosiddetti MACSI). A livello teorico, se la normativa europea agisce a valle (il peso su cui applicare l’aliquota è calcolato facendo la differenza tra il peso dei rifiuti di plastica prodotti in un anno in uno Stato e quello dei rifiuti di plastica riciclati prodotti nello stesso arco temporale), quella italiana vuole intervenire a monte. Cioè sulle aziende produttrici e su quelle che importano questa tipologia di articoli.

Per MACSI la legge italiana intende tutti quei prodotti monouso con funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari (dai flaconi per i detersivi alle bottiglie, dalle vaschette per gli alimenti ai rotoli pluriball). La plastic tax è stata fissata a 0,45 euro per ogni chilogrammo di materia plastica contenuta nei MACSI. Sono esonerati dall'imposta coloro che utilizzano materia plastica proveniente da processi di riciclo. Chi sgarra andrà incontro a pesanti sanzioni amministrative. In caso di mancato pagamento dell'imposta, si va dal doppio al quintuplo dell'importo della tassa evasa (non inferiore comunque a 250 euro). Mentre in caso di ritardo del pagamento, la multa sarà pari al 30% dell’importo dell'imposta (e comunque non inferiore a 250 euro).