Come saranno le città del futuro? Sostenibilità ed equità le parole chiave

La sfida numero uno si chiama adattamento ai cambiamenti climatici, ma occorre che le politiche ambientali a livello locale siano sostenibili anche dal punto di vista sociale. Intervista a Caterina Sarfatti di C40 Cities, la rete composta da 97 grandi città del mondo che si propone di implementare azioni efficaci per fronteggiare la crisi climatica.
Federico Turrisi 17 Aprile 2021

"Voglio andare a vivere in campagna", cantava Toto Cutugno. A guardare i dati, però, il trend è quello opposto: sempre più persone andranno a vivere in città. Attualmente il 55% della popolazione mondiale risiede in aree urbane e, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, questa percentuale salirà al 68% nel 2050. Ma come ce le immaginiamo le città del futuro?

Proprio su questo tema il festival Internazionale a Ferrara dedicherà nel pomeriggio un incontro online. Tra i relatori c'è anche Caterina Sarfatti, direttrice del programma "Inclusive Climate Action" di C40 Cities, network nato nel 2005, su impulso dell'allora sindaco di Londra Ken Livingstone, che comprende 97 grandi città del mondo (tra cui anche tre italiane: Milano, Roma e Venezia) che rappresentano oltre 700 milioni di persone e un quarto del Pil mondiale. Obiettivo? Cercare di elaborare delle strategie per affrontare in maniera efficace la crisi climatica, perché "questa è la principale sfida del nostro tempo".

Quale ruolo svolgono le città nella lotta contro i cambiamenti climatici?

Il contributo dei centri urbani al bilancio globale delle emissioni di gas serra è senza dubbio rilevante. Vedi soprattutto alle voci trasporti, energia e rifiuti. Negli ultimi anni, dalla Cop21 di Parigi in poi, gli impegni sugli obiettivi di riduzione delle emissioni e sulle azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici sono stati presi in maniera più ambiziosa dai sindaci, quindi a livello locale, rispetto ai governi nazionali. Nell'epoca in cui è entrato in crisi il sistema multilaterale con l'amministrazione Trump e con quella di Bolsonaro, le città hanno proseguito nella collaborazione e hanno creato una sorta di diplomazia internazionale parallela sul clima, che ha tenuto in vita, insieme ad altri attori, l'Accordo di Parigi.

Un problema molto sentito in Italia, ma presente anche in megalopoli di altri Paesi nel mondo (come Cina e India), è quello relativo allo smog, all'inquinamento atmosferico: su quali livelli occorre intervenire?

Molte città stanno affrontando insieme la questione relativa alla qualità della aria e la questione climatica. Basti pensare al Piano Aria e Clima, per l'appunto, varato dal Comune di Milano. Tra le azioni che hanno un maggiore impatto da questo punto di vista c'è sicuramente l'efficientamento energetico degli edifici. Abbiamo pubblicato un recente rapporto dove evidenziamo che circa il 60% delle emissioni di gas climalteranti nelle città è legato a come raffreschiamo e riscaldiamo le nostre case, i nostri uffici, le nostre scuole. La seconda area è quella della mobilità sostenibile: quindi puntare di più su trasporto pubblico locale, ciclabilità, servizi di car sharing eccetera. E poi l'ultimo aspetto, ma non meno importante, è quello della gestione dei rifiuti urbani. In questo caso, è prioritaria la riduzione della percentuale di rifiuti che finiscono in discarica, aumentando invece i tassi di raccolta differenziata e riciclo. La questione dei rifiuti ha un forte impatto economico e sociale soprattutto nelle grandi città del Sud del mondo. Occorre lavorare molto sull'equità, ovvero fare in modo che i benefici delle politiche ambientali locali non riguardino solo le fasce più privilegiate della popolazione.

Se dovessi indicare in tre aggettivi le caratteristiche delle città del futuro, quali useresti?

Direi verdi, giuste e divertenti.

In che senso divertenti?

Nel senso che, oltre ad essere sostenibili dal punto di vista sia ambientale sia sociale, dovrebbero garantire quella qualità della vita e quella attrattività che in questi ultimi mesi di pandemia hanno un po' perso. La risposta delle città all'emergenza sanitaria legata al Covid-19 è stata comunque repentina, e fin da subito si è manifestato un desiderio di pensare alla ripresa, ma con il proposito di non tornare al cosiddetto "business as usual".

Volgendo lo sguardo proprio alla ricostruzione, al post-pandemia, come si stanno muovendo le città?

C'è stata una vera e propria mobilitazione da parte dei sindaci delle nazioni che fanno parte del G20 per chiedere un aumento della percentuale dei fondi per la ripresa da destinare a politiche green ispirate a criteri di equità sociale. In particolare, la richiesta è che il 40% degli investimenti per il contrasto alla crisi climatica vada direttamente a beneficiare comunità, persone, gruppi svantaggiati e sia indirizzato alle città. Ossia verso quei luoghi in cui poter implementare una ripresa verde e giusta.