Come si racconta visivamente la crisi climatica? “Tutto è connesso, questo è il messaggio da veicolare”

La forza delle immagini può aiutare a raggiungere un pubblico più ampio, ma da sola non basta; occorre unire le competenze di diversi ambiti. Come ci spiega Maria Teresa Salvati, ideatrice e direttrice del progetto “Everything is connected”, che vuole offrire una traduzione visiva delle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Federico Turrisi 1 Ottobre 2021

Perché dovrei interessarmi all'ennesimo uragano che investe l'area caraibica? Come influisce sulla mia vita quotidiana il fatto che l'Artico si stia sciogliendo sempre più velocemente? L'errore più grande che si possa fare è pensare che l'emergenza climatica sia qualcosa di lontano, nello spazio e nel tempo. Poi però un giorno ti ritrovi magari la macchina rovinata dalla grandine, oppure la cantina allagata dopo un violento acquazzone, o ancora la terra arsa per colpa della siccità.

Far capire al grande pubblico che quando si parla di crisi climatica si parla di un insieme di fenomeni collegati tra di loro non è facile. Come spiegare, per esempio, che il nostro consumo di carne può essere legato alla deforestazione nei paesi tropicali e che la distruzione degli habitat naturali a sua volta potrebbe essere stata una delle cause scatenanti dell'attuale pandemia?

Ecco, comunicare tutta questa serie di connessioni a livello visivo è proprio l'obiettivo del progetto Everything is connected (la scelta del nome non è casuale), a cui hanno preso parte fotografi e fotografe provenienti da tutto il mondo. Questo weekend sarà possibile ammirare i loro scatti al festival di Internazionale a Ferrara. Ma non chiamatelo progetto fotografico. Si tratta di qualcosa di più elaborato, di "una piattaforma inter-disciplinare", per usare le parole della sua fondatrice e direttrice Maria Teresa Salvati, che abbiamo avuto l'occasione di intervistare.

Innanzitutto, come e quando è nato "Everything is connected"?

Nel 2007 ho dato vita a Slideluck Editorial, una piattaforma per fotografi e fotogiornalisti che lancia ogni due anni una call internazionale su temi contemporanei di grande importanza. Alla fine del 2019 ne abbiamo lanciata una sui cambiamenti climatici. Mi interessava esplorare dal punto di vista visivo in che modo è possibile comunicare in maniera efficace e trasformativa questo messaggio: tutto è connesso. Le nostre azioni hanno un impatto sul pianeta, e allo stesso modo quello che succede dall'altra parte del mondo ci riguarda.

E la pandemia, in un certo senso, ne è stata una triste dimostrazione. In che cosa consiste più nel dettaglio la vostra attività?

Facciamo una selezione di 10 lavori, li trasformiamo in multimedia e poi li promuoviamo in tutto il mondo. Proprio durante la prima ondata ho scritto questo progetto, che rappresenta una sorta di evoluzione della piattaforma originaria. Mi sono resa conto che la fotografia non è sufficiente. Insieme ai nostri partner, abbiamo allora cominciato a incrociare diverse competenze. Per esempio, fanno parte della piattaforma anche tre ricercatori che operano in Italia, in Germania e nel Regno Unito.

Foto di Sana Ahmadizadeh

Proprio gli scienziati ci avvertono costantemente degli effetti della crisi climatica, eppure sono rimasti inascoltati per lungo tempo. Che cosa non ha funzionato nella loro comunicazione?

Spesso la comunicazione sui cambiamenti climatici fallisce perché il linguaggio della scienza è percepito come troppo ostico, inaccessibile a un largo pubblico. Gli scienziati ci dicono che i ghiacciai si stanno sciogliendo. Ci dicono che le microplastiche sono ormai ovunque e stanno risalendo la catena alimentare fino ad arrivare nel nostro organismo. Ci dicono molte cose, ma a mio avviso manca la connessione. Se tu invece, solo per fare un esempio, cominci a spiegare che l'aumento delle migrazioni nei prossimi anni sarà legato molto ai cambiamenti climatici, è difficile rimanere indifferenti.

Il vostro obiettivo dunque è arrivare attraverso le immagini laddove non arrivano i report scientifici?

Attraverso le arti visive in generale, non solo le immagini. Il punto è che nessuno da solo può arrivare a risultati importanti. Nessuno. Né la politica, né la scienza, né la fotografia, né l'architettura, né i mass media. È necessario che tutti mettano a disposizione le proprie competenze per inventare nuovi modelli da tradurre in strumenti che siano comprensibili e accessibili a un pubblico il più ampio possibile. Io non ho una soluzione. Io propongo un approccio diverso per trovare insieme delle soluzioni.

Ci puoi fare qualche esempio concreto?

Mi piace molto l'idea dell'utilizzo dello spazio pubblico per sperimentare e per portare l'attenzione del pubblico sul tema dell'emergenza climatica. A questo proposito, in collaborazione con il collettivo Kublaiklan, abbiamo condotto un piccolo esperimento a Colonia, in Germania, partendo da un workshop fatto con un gruppo di bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni in Italia. Il progetto si chiama "Through the eyes of children", ossia attraverso gli occhi dei bambini. In pratica, abbiamo mostrato loro alcune foto estratte dai 10 progetti selezionati per "Everything is connected", per farci raccontare da loro quello che vedevano. Abbiamo quindi utilizzato le frasi più originali per realizzare dei cartelloni pubblicitari che abbiamo affisso in giro per la città di Colonia a mo' di campagna di sensibilizzazione. Everything is connected è ancora un progetto di ricerca, un cantiere aperto. Diciamo che nella fase due, che sarà quella vera e propria di lancio (si spera entro la fine dell'anno), contiamo di ottenere risultati più strutturati a livello di combinazione di discipline.

Alcuni cartelloni del progetto "Through the eyes of children" a Colonia (foto di Inga Schneider)

Foto in copertina di Isadora Romero