Come stanno le nostre api? Per capirlo a Bologna si studia il Dna contenuto nel miele

Oggi è la giornata mondiale delle api. Il progetto Bee-Rer, realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna con la collaborazione delle associazioni di apicoltori dell’Emilia Romagna, sfrutta la genomica non solo per identificare la sottospecie di ape che produce il miele, ma anche per monitorare la presenza di patogeni sul territorio e valutare l’impatto di altri fattori ambientali che incidono sulle condizioni di salute degli insetti.
Federico Turrisi 20 maggio 2020

Le api sono esseri viventi che – non smetteremo mai di ripeterlo – svolgono un ruolo fondamentale nel mantenimento degli equilibri degli ecosistemi. Come è risaputo, questi insetti impollinatori stanno attraversando una fase difficile, di declino, per svariati motivi, di cui parleremo anche più avanti. Un aspetto forse meno conosciuto è rappresentato dal fatto che l’ape è da sempre considerata un ottimo bioindicatore, perché volando entra in contatto con l’ambiente circostante.

Raccoglie dunque delle informazioni che poi possiamo ritrovare nel miele sotto forma di Dna. Ebbene sì, c'è del materiale genetico nel miele. Quest'ultimo, del resto, deriva da un organismo vivente, l'ape, che lascia le proprie cellule come se fossero delle impronte. Ma sarebbe più corretto dire che il miele deriva da numerosi organismi viventi: il nettare infatti proviene da specie vegetali, mentre la melata proviene da altri insetti che si nutrono della linfa delle piante.

Attualmente il settore apistico si trova di fronte a diverse criticità legate agli effetti dei cambiamenti climatici, che influenzano l'andamento delle produzioni, all'impatto negativo degli agenti inquinanti, tra cui ci sono i fitofarmaci, e non ultimo al fenomeno delle contraffazioni e delle frodi alimentari. Il progetto Bee-Rer affronta queste problematiche con un approccio innovativo, utilizzando uno strumento che finora non è stato particolarmente utilizzato nell’apicoltura: la genomica.

Il progetto, che vede impegnato un team di ricercatori del dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-alimentari e del dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell'Università di Bologna, si basa proprio sull'analisi del Dna ambientale del miele e dei contaminanti e si propone di dare un contributo per la valorizzazione e la difesa delle produzioni apistiche e per il monitoraggio degli aggressori degli alveari in Emilia-Romagna. Si tratta infatti di un progetto fortemente radicato sul territorio e gli apicoltori locali ne sono parte integrante.

Bee-rer è nato nel novembre del 2019, ma l’iter amministrativo l’ha fatto partire di fatto lo scorso marzo. "Adesso stiamo raccogliendo i campioni di miele per effettuare poi l’analisi delle sequenze genetiche", aggiunge Luca Fontanesi, professore ordinario di Zootecnica generale e miglioramento genetico all'Università di Bologna e coordinatore del progetto. Per la pubblicazione dei risultati dello studio bisognerà attendere la fine di luglio.

"Il primo obiettivo è quello di analizzare il Dna del miele per ottenere informazioni sulla distribuzione delle diverse sottospecie di Apis mellifera", prosegue Fontanesi. "Questo è importante perché serve a valutare la biodiversità dell’organismo ape all’interno della specie. Vogliamo capire effettivamente se il miele che produciamo in Emilia-Romagna deriva da una sottospecie caratteristica della regione, chiamata ligustica, oppure da altre. Il proposito quindi è quello di dare agli apicoltori uno strumento per vedere quale tipo di ape hanno nelle loro arnie, anche alla luce del fatto che c’è una legge regionale del 4 marzo 2019 che mira proprio a tutelare la ligustica".

Un altro filone di ricerca riguarda invece l'individuazione botanica dell’origine del miele per la sua autenticazione e per contrastare così le frodi. L'analisi molecolare del miele consente parallelamente di condurre un'indagine sui patogeni (virus, batteri, protozoi, parassiti) che attaccano l'ape e sulla loro distribuzione. Già, perché nel miele ci finiscono anche frammenti del loro Dna.

Diversi fattori ambientali, tra cui l'inquinamento, concorrono a peggiorare lo stato di salute delle api

"Fin dagli anni Ottanta le nostre api sono vittime di una malattia proveniente dalla Cina, precisamente una parassitosi causata da un acaro chiamato Varroa destructor; adesso si riesce a contenere grazie a delle particolari tecniche di allevamento", spiega il professor Fontanesi. "Il problema principale è che diversi fattori ambientali concorrono all'indebolimento delle api. E questa concomitanza le espone maggiormente al rischio di malattie. Il modo migliore per limitare i parassiti è avere dunque famiglie di api forti e in buona salute".

Uno dei fattori che incidono in maniera negativa sulla salute delle api è sicuramente l'inquinamento. Con l'analisi specifica del Dna è possibile determinare per esempio i livelli di glifosate e anche di alcuni metalli pesanti. Ad accentuare il declino delle api contribuiscono poi degli aspetti climatici. "Non è tanto l'aumento delle temperature medie a fare danni, quanto l’alternanza di caldo e freddo e di eventi meteorologici estremi a cui l’animale non è preparato".

Insomma, quando parliamo delle api, si fa presto a dire ripopoliamo le città con alveari urbani, pensiline fiorite e altre iniziative. Il fenomeno è più complicato di quanto si possa pensare e va affrontato con rigore scientifico. "Le contromisure? Per fermare il declino delle api bisogna partire dal mettere gli apicoltori nelle condizioni più adatte per lavorare. Il che vuol dire innanzitutto avere a disposizione delle api produttive", conclude Fontanesi. Conoscere meglio le caratteristiche delle proprie api e avere un quadro il più chiaro possibile delle minacce che possono interferire con la loro vita: è questa la base per poter intervenire a protezione di questi indispensabili insetti.