Con la fine del lockdown in Cina si torna a inquinare come l’anno scorso

Secondo le analisi effettuate dal Centro di ricerca sull’energia e l’aria pulita (Crea), in questi giorni la concentrazione di polveri sottili e di inquinanti in Cina ha superato i livelli fatti registrare l’anno scorso nello stesso periodo. Il timore è che, come è avvenuto dopo l’epidemia di Sars nel 2003 e la crisi del 2008, l’inquinamento atmosferico aumenti sensibilmente.
Federico Turrisi 19 maggio 2020

Eravamo rimasti colpiti dalle immagini satellitari che fotografavano il crollo delle emissioni di inquinanti durante il lockdown imposto per fronteggiare l'emergenza Covid-19, in Cina (epicentro della pandemia) come nel resto del mondo. L'auspicio era che con la graduale riapertura non tornavamo alla situazione passata con le città soffocate dallo smog. Preparati a una delusione: in questi ultimi giorni in Cina si è tornati a inquinare come prima, anzi più di prima.

A dirlo è l'Air Pollution Rebound Tracker, il sistema di misurazione utilizzato dai ricercatori del Crea, il Centro di ricerca sull'energia e l'aria pulita con sede in Finlandia. Analizzando i dati raccolti da circa 1.500 centraline di monitoraggio della qualità dell'aria sul territorio cinese, è emerso che tra l'8 aprile e l'8 maggio i livelli di inquinanti atmosferici (inclusi il particolato fine, il biossido di azoto, il biossido di zolfo, l'ozono, l'anidride carbonica) hanno superato le concentrazioni registrate nello stesso periodo dell'anno scorso.

Gli esperti attribuiscono gran parte della responsabilità di questa impennata alle emissioni industriali, e soprattutto a quelle delle centrali che utilizzano come principale fonte energetica il carbone. In realtà, i livelli di inquinamento atmosferico nei grandi centri urbani, per esempio a Pechino e Shanghai, sono ancora inferiori rispetto all'anno scorso, anche se le emissioni di biossido di azoto sono in aumento, segno di un incremento del traffico veicolare post-quarantena. Preoccupano i livelli di ozono troposferico, che sono vicini a quelli record del 2018.

Questa è una brutta notizia soprattutto se consideriamo ciò che è successo in passato dopo una crisi. Alla fine dell'epidemia di SARS del 2003 si è associato in Cina un notevole aumento dell'inquinamento atmosferico e delle emissioni di CO2. E lo stesso è accaduto dopo la crisi economico-finanziaria del 2008. La formula per cui in fase di recessione crescano le emissioni di inquinanti sembra purtroppo trovare una nuova conferma con il Covid-19.

La Cina è stato il primo paese ad essere stato colpito dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2 ed è anche stata la prima grande economia ad essersi rimessa in moto. Se tutte le altre nazioni del mondo dovessero seguire la stessa strada con la ripresa delle attività economiche, gli obiettivi climatici fissati dall'Accordo di Parigi del 2015 diventerebbero irraggiungibili. Certo, la pandemia e la recessione economica appaiono attualmente questioni più urgenti, ma non dimentichiamoci che abbiamo anche una crisi climatica epocale da affrontare. Lo dobbiamo alle future generazioni e al pianeta in cui viviamo, l'unico a disposizione.