Cos’è il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili

In tutto il mondo si sta diffondendo un movimento che chiede ai Paesi di mettere fine alla parola combustibili fossili, il motore che ha alimentato le nostre economie fino al secolo scorso e che ha contribuito enormemente ad accelerare il riscaldamento globale. Per questo motivo è nato un movimento mondiale che promuove l’adozione, da parte di ogni Paese, di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili.
Francesco Castagna 5 Settembre 2022

In questi giorni sta facendo molto parlare una lettera della comunità scientifica alla comunità politica italiana, ebbene devi sapere che un'iniziativa del genere era stata già promossa nel 2021 in occasione dell'Earth Day 2021, ospitato da Joe Biden, da 101 premi Nobel per esortare i leader mondiali ad agire ora per evitare una catastrofe climatica, fermando l'espansione di petrolio, gas e carbone.

Quando si parla di combustibili fossili tutti sono pronti a rinnegarli a parole, ma pochi prendono decisioni concrete per contrastare gli effetti della crisi climatica. A volte per farlo serve coraggio e ci sono nel mondo alcuni esempi di città o Paesi che hanno firmato un accordo per dire stop all'utilizzo di queste fonti non rinnovabili.

Stiamo parlando del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, che prende spunto dall'iniziativa del 1968, quando le nazioni firmarono il Trattato di non proliferazione nucleare.

Cos'è

A giugno la città di Londra, per decisione del sindaco Sadiq Khan, Londra è diventata la più grande città mondiale a firmare il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili. L'annuncio è stato dato in occasione della London Climate Action Week.

"Stiamo aprendo la strada alla diminuzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili per proteggere la nostra salute e il futuro del nostro pianeta", ha twittato Khan. Per questo motivo, ha promesso che l'intera metropolitana di Londra sarà presto alimentata al 100% con energie rinnovabili.

Oltre a Londra, moltissime altre realtà hanno aderito a questo Trattato, ma di cosa si sta parlando? Facciamo un passo indietro. L'iniziativa è nata nel 2019 su impulso di attivisti, associazioni e scienziati di tutto il mondo, ed è stata avviata grazie al progetto Climate Breaktrough.

Il progetto parte dalla premessa che purtroppo i Paesi non sono riusciti a rispettare gli obiettivi previsti dagli accordi di Parigi, firmati nel 2015, e che, nonostante gli avvertimenti della comunità scientifica, gli Stati continuano ancora a non prendersi le responsabilità delle proprie azioni e non esiste un meccanismo vincolante che ne limiti la produzione. Lo scopo è mettere fine a qualsiasi ricerca di nuovo petrolio, gas e carbone, che sono la principale causa del riscaldamento globale.

L'iniziativa è organizzata da un comitato direttivo e conta di più di 750 organizzazioni a livello mondiale, 12 città, più di 2.500 scienziati e accademici, parlamentari e politici, giovani, leader religiosi di alto livello, movimenti indigeni, e 101 premi Nobel, tra cui il Dalai Lama.

La storia

Falliti i tentativi di rispettare gli impegni previsti dagli accordi di Parigi, il movimento ritiene che sia necessario un accordo complementare. Ma in realtà alla base di questo movimento c'è un fatto accaduto nel 2015. I leader dei Paesi del Pacifico proposero una moratoria e dei meccanismi internazionali vincolanti per l'eliminazione graduale dei combustibili fossili nel Pacifico.

Con la dichiarazione di Suva sul cambiamento climatico chiesero di: "un nuovo dialogo globale sull'attuazione di una moratoria internazionale sullo sviluppo e l'espansione delle industrie di estrazione dei combustibili fossili, in particolare sulla costruzione di nuove miniere di carbone, come passo urgente verso la decarbonizzazione dell'economia globale". Cosi, nel 2016, 14 Paesi insulari del Pacifico hanno firmato il primo trattato al mondo per vietare l'estrazione di nuovo carbone, che raccoglie la sfida degli accordi di Parigi.

Nel 2017 poi, i Paesi meno sviluppati del gruppo LCD hanno rilasciato una dichiarazione al termine della COP23, nella città tedesca di Bonn, per sottolineare la necessità di azioni climatiche più ambiziose, per contenere la temperatura globale a 1,5 gradi Celsius.

Nello stesso anno è importante menzionare anche la Dichiarazione di Lofoten, con cui associazioni e altri attori della società civile chiesero ai governi dei Paesi più sviluppati di pagare maggiormente, perché il loro benessere derivava dall'estrazione di combustibili fossili, oltre che a "fermare l'espansione dell'industria del petrolio e del gas per raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi".

Un lungo percorso che però ha ottenuto grandi risultati. Il trattato oggi si fonda su tre principi:

  1. Non proliferazione: impedire la proliferazione di carbone, petrolio e gas ponendo fine a tutte le nuove esplorazioni e produzioni.
  2. Eliminazione graduale equa: eliminare gradualmente l'attuale produzione di combustibili fossili in linea con l'obiettivo climatico globale di 1,5°C.
  3. Giusta transizione: accelerare soluzioni reali e una transizione giusta per ogni lavoratore, comunità e Paese.

Chi ne fa parte

Tra gli aderenti all'iniziativa spiccano lo Stato del Vaticano, la città di Londra, la città di Bonn (prima in tutta la Germania), le comunità indigene, il movimento globale dei Fridays for future, e molti altri ancora. Si può aderire alla campagna singolarmente, come associazione o come corporazione. E tu, che aspetti?