Donald Trump ha messo all’asta in extremis le concessioni petrolifere per l’Alaska: ma le incognite sono ancora troppe

Un ultimo tentativo da parte di Trump di aprire la strada alle trivellazioni nell’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, che il presidente entrante Jo Biden invece vuole salvare e proteggere a ogni costo. Ma le compagnie petrolifere non hanno accolto l’offerta con l’entusiasmo sperato, forse a causa dell’incertezza del futuro.
Sara Del Dot 8 Gennaio 2021

Negli ultimi mesi Donald Trump aveva accelerato il più possibile l’iter per assegnare le concessioni esplorative nell’Arctic National Wildlife Refuge, l’ultima grande regione selvaggia d’America, in Alaska, alle compagnie che desiderassero installarvi le trivelle ed estrarne le risorse. Tutto il processo doveva essere concluso prima che il suo successore Joe Biden, contrario alle trivellazioni nella zona e che ha più volte dichiarato la propria intenzione di proteggere l’area naturale per sempre impedendo l’accesso a trivelle o altri sistemi estrattivi, assumesse definitivamente la carica.

Così, in pochi mesi erano stati suddivisi i lotti di territorio da assegnare e il 6 gennaio, lo stesso giorno dell’assalto a Capitol Hill, si è tenuta l’asta. Ma le cose non sono andate come sperato.

È stato infatti lo stesso mondo dell’industria petrolifera, quello su cui Trump contava, ad allontanare il suo obiettivo, anche se la strada della possibilità di avviare le trivellazioni è ancora aperta. Infatti sembra che gran parte delle compagnie non siano state interessate a investire nelle concessioni all’interno del rifugio. Secondo il Bureau of Land Management sono stati solo 12 gli appezzamenti che hanno ricevuto offerte sui 22 a disposizione. Di questi 12, almeno 8 hanno avuto come unico offerente un’agenzia statale dell’Alaska, l’Alaska Industrial Developement and Industrial Authority, molto criticata dai gruppi ambientalisti che per tutto questo tempo hanno cercato di difendere il rifugio naturale informando sui rischi in cui la preziosissima fauna che lo abita sarebbe incorsa se fosse stato possibile sfruttare il luogo. Due lotti sono stati invece acquistati da operatori privati, anche se i contratti devono ancora essere finalizzati.

L’asta si è conclusa con poco meno di 15 milioni di dollari (per la precisione 14,4). E tutto questo ha delle spiegazioni. Secondo fonti di stampa estera, infatti, le grandi aziende sono disincentivate dalla partecipazione a queste aste anche perché il mercato dell’esplorazione è ai minimi termini a causa del Covid-19. Inoltre, le compagnie energetiche stanno cercando di allontanarsi dall’investimento in fonti energetiche fossili e invece maggiormente attratte da altri settori energetici, più sostenibili e premiati dall’opinione pubblica, come le rinnovabili. A ciò si aggiunge l’incertezza di come potrebbe essere in futuro gestito il territorio interessato, dal momento che il nuovo Presidente USA Joe Biden ha assunto posizioni opposte rispetto a Trump, posizioni che potrebbero cambiare radicalmente le carte in tavola a chi ha appena investito nelle concessioni. Infine, i diversi contenziosi giudiziari aperti con le comunità indigene del luogo potrebbero rappresentare un altro importante ostacolo, aggiunte alla scarsa conoscenza delle caratteristiche geologiche del territorio che potrebbero far lievitare i costi delle perforazioni già altissime in questi luoghi remoti.

In ogni caso, cosa accadrà in questo luogo remoto è ancora da scrivere. Speriamo solo si tratti di un lieto fine.